Michel e la guerra degli sciocchi… diceva un tempo Houellebecq

Secondo Antonio Scurati (Tutto libri, La Stampa, 10 gennaio 2015) Michel Houellebecq nella sua carriera di scrittore ha scolpito nel tempo un unico personaggio: l’europeo nichilista e decadente di fine secolo e d’inizio millennio. Se così è, e così è, per entrare nel vivo del mondo letterario di Houellebecq e del suo nuovo romanzo, Serotonina,  può essere utile quest’intervista del 1999, pubblicata il 17 luglio di quell’anno da La Gazzetta del Mezzogiorno. Era appena uscito in Italia Le particelle elementari, il romanzo d’esordio di Houellebecq. Il clamore in Francia era stato fortissimo, controverse le reazioni. Stesse forti polemiche anche in Italia. Incontrai Houellebecq in un albergo a Roma dalle parti di via del Corso. (Michele Trecca) 

in libreria, il nuovo romanzo di Michel Houellebecq

Ogni libro tra le righe custodisce un segreto. Talvolta come nel famoso racconto di Edgar Allan Poe esso è sotto gli occhi di tutti ma proprio per questo nessuno lo vede. Il francese Michel Houellebecq – autore del romanzo Le particelle elementari – prima ancora che alle parole la sua verità l’ha affidata a due foto. La prima – quella tradizionale del risvolto – appesantisce i suoi quarant’anni di un grigiore che in realtà non è della persona. La severità – quella sì – la ritrovi sovrana anche dal vivo ma stemperata dai colori chiari dei capelli e dell’incarnato, da un’aria mite e disarmata, dalle dita affusolate, da quella sigaretta stranamente penzoloni tra il medio e l’anulare. L’altra foto invece è nascosta dal romanzo, per vederla devi sfilare la sovraccoperta.

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La proposta di lettura del gruppo PagineMie

Ayelet Gundar-Goshen
Svegliare i leoni
Giuntina

Il dott. Eitan Green, abile e promettente medico, si trova ad esercitare nell’anonimo ospedale di una piccola cittadina israeliana per aver denunciato la corruzione del proprio primario e maestro. La sofferta decisione, che di fatto ha posto fine alle speranze di una luminosa carriera, gli procura qualche rimpianto ma anche la certezza di essere rimasto fedele alla propria onestà e ai principi morali della propria professione che continua a svolgere con impegno e passione. Una notte, tuttavia, mentre guida nel deserto per tornare a casa dopo un lungo intervento, troppo stanco, troppo solo e troppo distratto dalla velocità della sua jeep, commette l’errore fatale: investe un uomo, un eritreo, e lo abbandona in fin di vita sul ciglio della strada. Da questo momento in poi la sua vita non sarà più la stessa, stretta nella morsa di due donne: l’amata moglie, ispettore di polizia incaricata di indagare sull’incidente e una misteriosa eritrea che sa dell’accaduto ed è decisa a ricattarlo, pretendendo da lui molto più che denaro…

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Le verità incendiarie di Cosimo Argentina

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Cosimo Argentina, L’umano sistema fognario, Manni

recensione di Michele Trecca

 

Se vai alla guerra, servono armi. Scrive Cosimo Argentina a pag. 61 del suo nuovo romanzo, L’umano sistema fognario: «…ogni generale che si rispetti deve offrirsi alla battaglia al massimo della sua potenza di fuoco». Ancor di più quando il nemico è l’ipocrisia. Ecco allora Emiliano Maresca: una bomba nucleare, di verità. Una maschera tragicomica che gronda sangue e che, però, alla propria greve disperazione sociale oppone una vitalità autocritica, beffarda e iconoclasta, e un particolare lirismo ironico.

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Quelle stelle scialbe siamo noi, di Michele Trecca

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Christian Raimo, Le persone, soltanto le persone, Minimum fax

«E mezz’ora dopo ero atterrato in una Roma pre-albore, popolata dai van che trasportano i giornali e dalla luce mielosa che pareva colare come resina dalle stelle scialbe del cielo metropolitano». È un passaggio qualsiasi di “Niente più culto dei morti nell’Italia del Novecento”, terzo degli otto racconti del nuovo libro di Christian Raimo Le persone, soltanto le persone.

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Quando eravamo prede, D’Amicis

Carolo D’Amicis
Quando eravamo prede
(Minimum fax)

Recensione di Michele Trecca

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Abbiamo sempre apprezzato nella sua scrittura la capacità di Carlo D’Amicis d’armoniosa convivenza fra una notevole pluralità di registri, tenuti insieme con naturalezza dall’enzima di una poetica propensione visionaria, capace di stemperare la tensione di fatti storicamente ben definiti, proiettandoli in alto come nubi in un cielo azzurro. Quando eravamo prede è tutta un’altra storia. Nulla ha a che fare con la leggerezza dei pur gravosi e indicibili dubbi sull’aldilà di un papa morente, Escluso il cane. O con il gioco fra bande di ragazzini nel cambio di paradigma antropologico dell’Italia degli anni Sessanta, La guerra dei cafoni; né con la comicità compulsiva del protagonista nella raffigurazione della nostra orgia mediatica di fine impero, La battuta perfetta.

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Ilaria non aveva alcuna intenzione di diventare un’eroina

In occasione del 20 marzo, ventesimo anniversario della morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, vi segnaliamo un libro di Gigliola Alvisi, dal titolo Ilaria Alpi. La ragazza che voleva raccontare l’Inferno (Rizzoli, 2014); l’autrice è nata a Vicenza, vive a Padova, ma  è di origini foggiane.

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“Ilaria non aveva alcuna intenzione di diventare un’eroina. Quello che voleva, era fare bene il proprio lavoro, farlo al meglio, meglio addirittura di quanto le venisse chiesto, e non perché fosse un’arrivista, ma perché quello era il suo modo di essere”. Così l’autrice parla di Ilaria Alpi. Dall’inchiesta sul traffico d’armi e di rifiuti tossici e l’intervista a Mussa Bogor, sultano del Bosaso, che probabilmente le sono costate la vita, all’attivismo per la difesa dei diritti delle donne: attraverso gli agguati e gli incontri toccanti con la gente del luogo, la cooperazione con i soldati di stanza a Mogadiscio, l’amicizia con Miran e con gli altri giornalisti, si delinea il ritratto di una donna che con grande umanità ha saputo raccontare la storia attraverso le piccole storie di ogni giorno, in un Paese devastato dalla guerra civile. Età di lettura: da 10 anni.

Piccola grande Samia

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Giuseppe Catozzella

Non dirmi che hai paura
Feltrinelli, pagg. 236, € 15,00

di Michele Trecca

Non dirmi che hai paura di Giuseppe Catozzella è una lama piantata nel cuore sin dalle prime parole della prima pagina. Quando leggi «La mattina che io e Alì siamo diventati fratelli…», subito riconosci in quella dolcezza la voce di Samia ed è un’emozione forte che non ti lascia più.

Sai, infatti, che quella giovane atleta somala è morta il 2 aprile 2012 nel Mar Mediterraneo mentre inseguiva il sogno di raggiungere l’Europa per potersi allenare e partecipare alle imminenti Olimpiadi di Londra. Quei 200 mt. che erano la sua specialità lei già li aveva corsi a Pechino quattro anni prima, diciassettenne. Era arrivata ultima fra l’incitamento caloroso del pubblico che subito aveva riconosciuto la forza dirompente del suo sogno. Dopo quella gara Samia era diventata un simbolo della lotta di liberazione delle donne musulmane di tutto il mondo. E per loro lei a Londra avrebbe vinto. Lo aveva promesso a suo padre, che la chiamava «la mia piccola guerriera» ed era stato il primo con Alì a credere in lei.

Giuseppe Catozzella ha ricostruito in un romanzo in prima persona la straordinaria e drammatica storia di Samia Yusuf Omar dai primi anni di vita a Mogadiscio fino agli ultimi tragici momenti. È come se in qualche modo avesse strappato Samia a quelle onde al largo di Malta che invece l’hanno sommersa. Di sicuro ha salvato il suo mondo d’affetti. Non dirmi che hai paura è, infatti, prima di tutto il romanzo della piccola comunità felice della casa dell’eucalipto, l’enorme albero nel cortile attorno al quale erano state tirate su alla meno peggio le poche stanze dove vivevano in affitto la famiglia di Samia e quella del suo amico Alì, che a dieci anni con assoluta convinzione le dice: «Tu sei più veloce di me, ma io sarò il tuo allenatore».

Con il loro vincolo di solidarietà i due gruppi della casa dell’eucalipto riuscivano ad essere più forti della miseria e i bambini a crescere nella certezza dei propri sogni. Rispetto al gelo delle solitudini metropolitane d’occidente certi momenti d’innocenza e letizia di quella vita di stenti a Mogadiscio sembrano la favola d’un tempo di pienezza umana ormai irrimediabilmente perduto. Non dirmi che hai paura è, però, anche il romanzo della guerra civile che dal 1991 ha devastato la Somalia ed è stato il dato naturale della vita di Samia, peraltro la sua famiglia e quella di Alì appartenevano a tribù in conflitto fra loro. Più violenta di tutte poi la furia ideologica degli integralisti islamici. Troppo anche per la capacità di resistenza della social catena della casa dell’eucalipto sulla quale s’abbatteranno sanguinosi dolori. Samia, però, non s’arrende e con quel viaggio di ottomila chilometri attraverso Etiopia, Sudan, Sahara e Libia si fa carico delle speranze di liberazione di tutto il suo popolo che orgogliosamente voleva rappresentare a Londra come già in Cina. È andata come sappiamo.

Giuseppe Catozzella – milanese, trentasette anni, laurea in filosofia, esordio in versi, all’attivo reportage narrativi ed esperienze di giornalismo d’inchiesta – unisce il rigore documentario di un lungo e meticoloso lavoro di ricerca a una celeste corrispondenza d’amorosi sensi con il mondo interiore di Samia del quale riesce a dare con semplicità complessa una magistrale interpretazione letteraria. Non dirmi che hai paura è una lezione di vita. Dopo, il mondo lo guardi con altri occhi.

 
Gazzetta del Mezzogiorno (12 febbraio 2014)

Il libro dell’amore proibito








Mario Desiati
Il libro dell’amore proibito
Mondadori, pagg. 197, € 17,50

recensione di Michele Trecca









Estremismo sentimentale, lirismo epico: parole grosse ma utili per marcare il territorio (la cifra stilistica, dicono i critici) del lavoro narrativo di Mario Desiati e, in particolare, del suo nuovo romanzo, Il libro dell’amore proibito, vertice, secondo noi, della trilogia made in Puglia fra Martina Franca, città d’origine, Il paese delle spose infelici, e Salento, con propaggini svizzere, Ternitti (finalista al premio Strega 2011). Il libro dell’amore proibito richiama direttamente Il paese delle spose infelici, per certi aspetti lo riprende. per altri lo ribalta.

Anche il nuovo romanzo comincia con un’immagine mitica, un archetipo, una divinazione: lì una sposa con il suo abito nuziale come un cigno bianco che un mite giorno di marzo alcuni operai in pausa pranzo vedono immergersi nelle acque del torrente Taras nei pressi del Siderurgico; qui la statua della madonna Addolorata che i genieri consacrati a Maria smontano e portano attraverso lo stretto vano delle scale della chiesa e poi rivestono, folgorati dal «miracolo della statua che è nei vestiti che indossa».
Torna nel nuovo romanzo Veleno, senza alcun richiamo alla vicenda precedente ma con gli stessi tratti di quel personaggio. In questa storia all’inizio ha qualche anno di meno, la propulsione narrativa è alle medie, ancora una volta, però, lo contraddistingue la passione per il calcio, la furia e la disciplina agonistica, l’origine sociale borghese, le amicizie pericolose di ragazzi più grandi e di altro ceto, in questo caso Mimmo e Nappi, «glorie locali, ripetenti e senza alcuna speranza di raggiungere un diploma di scuola superiore». Infine l’amore, che nel precedente romanzo era impossibile e «stregato», la seduzione malata di «un affascino» e adesso, invece, è del tutto proibito.
L’estremismo sentimentale spinge Desiati a raccontare lo scandalo dell’amore del tredicenne Veleno per una sua giovane professoressa. In quarta di copertina campeggia la frase chiave del romanzo. Scrive Veleno sulla lavagna pulita alla fine dell’ultima ora: «Proibitemi d’amarla e l’amerò per sempre». Senza nome, senza firma, come fosse quella scritta «Apposta da chiunque, per chiunque». Quello di Veleno è un amore assoluto, è il pensiero dominante, Donatella è per lui Diotima, per noi Aspasia.
Il divieto sociale è la ragione di una solitaria ed epica contrapposizione al mondo, rabbiosa ma consapevole della propria indiscutibile superiorità morale rispetto alle ipocrisie borghesi degli adulti. Così cresce Veleno e costruisce dentro sé la propria leggenda, arroventando l’immaginazione e le parole nella lunga separazione forzata dalla donna che non smette di amare. Veleno scrive poesie e s’avvinghia alla lettura.
Si riconosce nell’insegnamento di nonna Comasia («L’amore è come l’edera. Ha bisogno di un muro per crescere») e nella dolorosa ed esaltante storia d’amore dell’amico Walter, rimasto paralizzato per un incidente in moto a una curva dal bacio che lo avrebbe unito alla bellissima Azzurra. In qualche modo, anche quello di Walter è un amore proibito, la sua paralisi anch’essa un muro, sul quale può crescere l’edera d’un sentimento forte e indissolubile. L’amore proibito non è per Veleno il precipizio della perdizione ma la via maestra dell’affermazione di sé.
L’unità d’azione del romanzo, concentrato attorno alla vicenda sentimentale, è accentuata dall’impostazione narrativa in prima persona come una deposizione (o atto d’accusa) di Veleno a dei giudici. In questa tonalità di fondo, nitida e vibrante, ben s’incastonano poi schegge espressive d’eccellenza.

(Gazzetta del Mezzogiorno, 19 gennaio 2014)

Le attenuanti sentimentali



Le attenuanti sentimentali
di Antonio Pascale
Einaudi, pagg. 232, € 19,50

recensione di Michele Trecca






C’è per tutti una siepe, che in ogni momento preclude allo sguardo l’ultimo orizzonte. Nel suo falso romanzo o «giro in bicicletta», Le attenuanti sentimentali, sottotitolo «riflessioni filosofiche quotidiane», per Antonio Pascale quest’ostacolo è «il modello». Per esempio, quello di «maschio meridionale». Noi del Sud lo abbiamo dentro, inevitabilmente, ed esso detta i nostri comportamenti amorosi. Li limita nell’ambito ristretto di uno schema prevedibile. Tipo: «ossessivi nello sguardo, con la bava alla bocca, incapaci di avere un rapporto sentimentale sano, contraddittori, poligami, gelosi – le femmine devono stare a casa! – maschilisti…».

Col «metodo», però, lo puoi migliorare «il modello». Ecco allora «il maschio meridionale reloaded di tipo 1». Tutta un’altra cosa: «raffinato – sa giocare con la volgarità –, curioso dell’animo femminile – si annoia in compagnia maschile –, attento, generosissimo – offre sempre, anche se non ha soldi in tasca, in qualche modo si arrangia –, simpatico e a sua volta alla ricerca di donne simpatiche, poco geloso, ossessivo al punto giusto, dunque rassicurante». Ma attenzione, basta un dosaggio sbagliato dei sentimenti meno nobili e il reloaded di tipo 1 fa presto a degenerare in quello di tipo 2: «uno stronzo», in buona sostanza.
Tiriamo le somme. Punto primo. Le attenuanti sentimentali racconta «la chimica» dell’amore (C’è chimica fra noi era l’altro titolo ipotizzato per il libro) ma ad Antonio Pascale piace la complessità, parte sempre da lontano e perciò esplora «la grande mutazione», ovvero l’aggiornamento di stato della nostra specie, dal Paleolitico a Facebook: chi eravamo (il modello) e come siamo o potremmo essere, se rileggessimo quel modello con metodo.
Punto secondo. Antonio Pascale è nemico acerrimo di ogni semplificazione o pigra acquiescenza alle mode di pensiero dominanti, in altri termini al politically correct. Dal tempo di Scienza e sentimento è ormai storica ma anche epica (ovvero piuttosto solitaria) la sua riflessione critica su OGM, agricoltura biologica, filosofia slow food e approvvigionamenti a km zero. In questo libro è arrivato anche a identificare la categoria dei «biosentimenti».
Punto terzo. Tecnicamente Le attenuanti sentimentali è autofiction o otoficsiòn, alla francese, come dice Vèronique, amica del protagonista (l’autore stesso), che a pag. 12 gli spiega, e lo convince: «In Francia è un genere conclamato… Dare intensità a fatti minimi. Costruire storie e trame a partire da accadimenti normali che però diventano imprevisti». Traduce nella sua lingua Antonio Pascale, e noi concordiamo, da sempre: a fare grande una storia più che i contenuti sono «il tono e la partitura». Una storia è la voce che la racconta.
Punto quarto. Le attenuanti sentimentali racconta la quotidianità di Antonio Pascale: pensieri e ricordi mentre pedala per la città (Villa Pamphilj, perlopiù) o non riesce a dormire, discussioni in famiglia, incontri con amici e conoscenti a cene, feste, in metro, aerei, treni, bar, locali… Quel che conta, però, è che le riflessioni sono di grande caratura intellettuale e la narrazione sempre sul filo dell’ironia e del disincanto fino a vertici esilaranti di umorismo e comicità. Per capirci, i giri in bicicletta per Roma di Antonio Pascale sono poeticamente stranianti come quelli in vespa di Nanni Moretti e la sua insonnia non è meno arguta della nevrosi del miglior Woody Allen, quello prima del turismo metropolitano.
Punto quinto. Ad Antonio Pascale di raccontare con la scansione tradizionale proprio non riesce, ma da sempre, sin dall’esordio: La città distratta, 1999, protagonista Caserta, ovvero un reportage narrativo molto prima del trionfo di questo genere (Gomorra, 2006). Da tempo, dunque, Antonio Pacale sta rileggendo con «metodo» «il modello» del romanzo. Le attenuanti sentimentali è un romanzo reloaded di tipo 1 in cui l’io s’affaccia dall’ombelico dell’autofiction o otoficsiòn e diventa un periscopio sul mondo conquistando con l’autorevolezza del dubbio e della parola esatta la vastità dell’orizzonte oltre la siepe. Altri stanno facendo un cammino simile, per esempio Francesco Piccolo (Il desiderio di essere come tutti), ma quello di Antonio Pascale non solo è romanzo reloaded di tipo 1 ma anche numero 1, la verità.

(Gazzetta del Mezzogiorno, 3 gennaio 2014)

Avventure dell’anima di cavalieri inquieti











Alessio Torino
Urbino, Nebraska
Minimum fax, pagg. 237, € 14
recensione di Michele Trecca

«È difficile per gli esseri umani riconoscere gli dei.» Certi libri, però, aiutano: per esempio, Urbino, Nebraska di Alessio Torino.
Siamo nel 2010 e Zena Mancini è al primo anno di Lettere. È tormentata, è a un punto decisivo della definizione di sé. Per la preparazione di un esame s’imbatte nel mito di Demetra che travestita da vecchia cerca fra la gente la figlia Persefone. Zena fantastica e in Demetra vede Dorina, la vicina di casa, anziana e sola, che vaga anch’essa smarrita, pazza di silenzioso dolore per la morte nel 1987 delle due giovani figlie trovate con un ago in vena nella rocca cittadina della Fortezza Albornoz. Continua a leggere