La meglio e la peggio gioventù

recensione di Michele Trecca

C’è stata una meglio gioventù e anche una peggio. L’una e l’altra, però, avevano le stesse motivazioni ideali. E allora com’è che si sono fatti la guerra? Che cosa li divideva? Ma giusti ce n’erano? E chi? Il brigatista di Antonio Iovane aiuta a capire. Cosa? Calma.

1979, Roma, spiaggia di Castelporziano, festival della poesia, ultimi scampoli di creatività sessantottesca, sul palco Allen Ginsberg, tra la folla dei giovani anche Jacopo Varega e Irene Lotti, brigatisti: in agguato i carabinieri, che sanno della loro presenza e li arrestano. Chi ha tradito? Jacopo, ferito, fugge dall’ospedale, contatta la giornalista che aveva incrociato poco prima della cattura e concorda un’intervista durante la quale le racconterà la storia della sua militanza: dall’inizio, dal 1969, dalla strage del 12 dicembre. Il brigatista ripercorre gli anni di piombo, li sgrana come un rosario, attentato dopo attentato, in un thriller magistrale nel quale storia (rigorosissima) e invenzione (pirotecnica ma verosimile) fanno a gara in un crescendo emotivo ad altissima tensione fino al clamoroso colpo di scena delle ultime pagine.

Antonio Iovane dispiega i fatti con la linearità e semplicità di un sussidiario, integra informazioni, volti e scene ampiamente note (la R4 in via Caetani, per esempio) con ben calibrati e rapidi approfondimenti. Date, numeri e nomi, la nuda sequenza cronologica degli accadimenti, bastano a dare agli anni di piombo, guardati dall’alto, dimensione epica di tragedia nazionale.

Il punto di forza del lavoro di Antonio Iovane è, però, il metodo di scrittura. Il metodo Aliberti. Il brigatista è un romanzo corale, con ritmo cinematografico e punti di vista alternati. Ci sono i carabinieri con i nuclei speciali di Dalla Chiesa e l’appuntato Salvatore, candidato eroe. Ci sono le vittime e i loro familiari, illustri o meno, reali o d’invenzione, tutti portatori sani dei valori umani di base. Ci sono poi i giornalisti, quelli militanti, arguti e cinici cacciatori di verità, dalla Cederna a Bocca a Montanelli, ognuno con la propria interpretazione dei fatti e il suo stile di racconto. Tra questi nomi storici alcuni personaggi d’invenzione. C’è la reporter televisiva Ornella Gianca, decisiva, è a lei che Varega rilascia l’intervista con il racconto della propria storia. Ci sono poi il giovane Galbiati e il veterano Aliberti.

Brescia, 28 maggio 1974, piazza della Loggia. I cadaveri sono ancora a terra, Galbiati e Aliberti girano, ascoltano, qualcosa chiedono, dopo un po’ vanno via. Allora il giovane al suo maestro: ma non hai preso appunti, come fai? Ti ricordi tutto? E quello: io non devo ricordare, devo rivivere. Galbiati annuisce, in realtà pensa: ma che cazzo vuol dire? Vuol dire amplificare le capacità sensoriali, ascoltare di più, annusare di più, vedere di più. Vuol dire usare i margini di libertà della scrittura per entrare nel vivo dei sentimenti profondi delle persone, nel cuore tempestoso delle loro contraddizioni dove tutto si aggroviglia e si confonde. Lì è la verità, ma è illeggibile e indicibile. È lì, però, è in quel porto sepolto che Antonio Iovane ti porta.

Lì è anche l’unico, vero discrimine fra gli uni e gli altri, fra buoni e cattivi. Tutti vogliono un mondo migliore, la meglio e la peggio gioventù, chi però considera gli esseri umani simbolo non vede negli altri quella sua stessa volontà, e gli spara, negando ad essi il diritto di essere felici che invece rivendica per sé. Così andava il mondo al tempo degli anni di piombo. La storia la scrivono i vincitori, poi ci sono i romanzieri, come Antonio Iovane, per fortuna.

Michele Trecca

La Gazzetta del Mezzogiorno, mercoledì 4 settembre 2019

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