Più intimo e profondo dell’amore

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C’è qualcosa «di più intimo e profondo dell’amore». Claudia Durastanti ne è certa, e lo dice subito, in avvio del suo nuovo romanzo, La straniera: fra sua madre e suo padre c’è stato qualcosa «di più intimo e profondo dell’amore». I suoi genitori, racconta, «si sono incontrati per i riverberi simili a quelli di una foresta prima di un incendio» quando, è ipotesi scientifica, attraverso una sotterranea rete neuronale, gli alberi si scambiano sostanze nutritive per proteggere le specie più giovani. L’amore, scrive Claudia Durastanti, non è destino né ignoranza (non sappiamo chi e perché ameremo qualcuno) e non è neppure predestinazione. L’amore è «una mappa biologica». Nei loro pomeriggi rabbiosi e malinconici, quella misteriosa e intelligente forza cooperativa che governa i nostri corpi ha spinto l’uno verso l’altro i suoi genitori affetti da sordità per una difesa comune contro le offese del mondo.

La straniera è una storia familiare che la qualità della scrittura rende vera e universale catalizzando in romanzo il magma ribollente di una realtà più fantasiosa dell’immaginazione. È una storia di generazioni che sembrano epoche, di emigrazioni e ritorni, di vite che rimbalzano fra New York la Basilicata Roma e Londra: una storia di persone fiere e fragili, coraggiose e umili, con una vita sempre in salita ma affrontata a muso duro talvolta schiantandosi, altre riuscendo a fare dei propri limiti una forza.

Della realtà che racconta Claudia Durastanti non fa un calco ma, guardandola, la interpreta con la sensibilità febbrile e visionaria di chi ha negli occhi il futuro. Visto dalla Brexit, Eboli col suo Cristo è una storia arcaica e lontana duemila chilometri e ancor più anni. Nel mondo del nuovo millennio, ancora ignoto e ostile, quanto meno per la generazione dell’autrice, un’unica certezza: a modo loro, saranno anch’essi stranieri.

Il romanzo intreccia in andirivieni persone e vicende come le sinuose volute di un arabesco. Comincia così. I genitori dell’autrice s’incontrano a Ponte Sisto, lui sta per buttarsi nel Tevere, lei lo convince a non farlo. Stanno insieme il pomeriggio e la notte, poi all’alba lei sparisce. Il giorno dopo, però, lui la aspetta all’uscita del collegio. L’ha cercata e l’ha trovata. È stato facile, perché d’istituti femminili per sordi ce n’era uno solo a Roma, per lei però è il prodigio di un mago. Lui, invece, alla figlia quella storia la racconta al contrario: è stato lui, dice, a salvare la vita a lei, vittima di un’aggressione.

«Da quel giorno avevano iniziato a uscire insieme: parlavano la stessa lingua fatta di rantoli e di parole pronunciate a un volume troppo alto… prendevano a spintoni i passanti senza voltarsi e chiedere scusa». In quelli e tanti altri modi spicci e sfrontati dell’irruenza giovanile, più intimo e profondo dell’amore, c’è nei due protagonisti, e li unisce, un desiderio infinito di libertà. Liberi di essere, semplicemente essere, vincendo insieme la comune disabilità: «la disabilità non è un’eccezione quanto una destinazione. Diventiamo tutti disabili, prima o poi… Mio padre veniva semplicemente dal futuro».

Anni dopo anche i figli dovranno lottare con la stessa determinazione per affermare la propria diversità di stranieri in patria: italiani nella Sessantaduesima a New York; americani nel paesino di mille abitanti in val d’Agri, in Basilicata; a Londra «per le ragioni sbagliate». Diversi perché figli di genitori divorziati, figli della «Muta», figli di un padre «disgraziato».

La straniera è uno straordinario racconto di tante differenze di persone e di mondi che la libertà unisce in un’unica bellezza, dannata, ruvida, aspra, spigolosa e ribelle come questa istantanea: «…lui aveva i capelli castano chiaro, la bocca carnosa e i lineamenti nobili, lei gli arrivava a malapena alle spalle e sembrava uscita da un presidio di guerriglieri nella giungla». C’è ne La straniera qualcosa di più intimo e profondo d’un romanzo.

Michele Trecca

La Gazzetta del Mezzogiorno, domenica 26 maggio 2019

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