La rivoluzione umanistica di Franco Arminio

lunedì 14 agosto 2017 ore 18:00
Franco Arminio a Monteleone di Puglia

Dopo l’incontro di venerdì 11 con Donatella Di Pietrantonio, nuovo appuntamento letterario a Monteleone organizzato dall’amministrazione comunale in collaborazione con la libreria Ubik. Protagonista Franco Arminio che presenterà le poesie di Cedi la strada agli alberi, fra le più liete e clamorose sorprese editoriali di questa stagione letteraria. Per dare conto della ricchezza dell’opera di Franco Arminio pubblichiamo alcune recensioni di suoi libri precedenti. Le recensioni sono di Michele Trecca e sono state pubblicate negli anni scorsi su La Gazzetta del Mezzogiorno

 

Viaggio nel cratere, Sironi, 2003

«Quello che c’è è sempre tanto», scrive Franco Arminio a pagina sessantuno del suo Viaggio nel cratere: un libro che ti apre la mente alla conoscenza e il cuore alla meraviglia perché, quel «tanto», Arminio lo cerca e lo trova dove nessuno vede alcunché.

C’è un mondo di paesi nelle retrovie delle città. Tra Foggia e Avellino c’è, per esempio, l’Irpinia d’Oriente. Lì è Bisaccia, dove vive Franco Arminio: intorno, il rosario dei piccoli centri devastati dal terremoto del 23 novembre 1980. Viaggio nel cratere è una via crucis (laica) dentro quel dolore, e l’altro – ancora maggiore – dei giorni successivi (e odierni) della «ricostruzione permanente». Franco Arminio è (si definisce) «un paesologo». Ama i suoi luoghi con lo struggimento e la passione di uno scienziato che con sguardo fermo cerca la verità fra i vetrini di un laboratorio.

I suoi oggetti di studio si chiamano, in ordine di apparizione: Conza della Campania, Sant’Angelo dei Lombardi, Lioni, San Mango sul Calore, Teora, Torella dei Lombardi, Caposele, Morra de Sanctis, Salza Irpina, Senerchia, Calabritto… Ogni paese un capitolo, una passeggiata con la sua data, un fotogramma animato da un racconto, un profilo che si dilata in un’epifania. Come in una spoon river dei luoghi, pagina dopo pagina, ciascun comune rivela la sua anima. Confessa all’autore la propria pena.

L’Irpinia d’Oriente vive l’agonia dei piccoli centri interni abbarbicati sulle fragili altezze di montagne talvolta franose. Bisaccia, per esempio, è attraversata da una faglia, che la percorre tutta, come una ferita a cielo aperto. Un dato geologico ma anche simbolico. Un destino inappellabile: il mondo smotta a valle nella velocità chiassosa della modernità. Su è sempre più silenzio e solitudine, vuoto, dentro e fuori. I ragazzi se ne vanno, chi ancora c’è si chiude nei bar e beve birra davanti alla pay tv oppure vive come in esilio, con la testa altrove. A fare la guardia del nulla che resta, le enormi pale per la produzione di energia eolica o i maestosi ruderi di un qualche maniero feudale.

Scrive Franco Arminio: «Siamo qui, sfiniti come ogni cosa di questo mondo. Passiamo un po’ di tempo, cos’altro si può fare? (Melito)… Non è la pioggia che oggi rende deserta Carife, è la rassegnazione collettiva, la rassegnazione di chi si sente fuori dalla storia… Trevico se ne sta chiusa come un libro che nessuno vuole più aprire. Certi paesi sono letteratura e come tali non interessano a nessuno… Con quest’operazione (ndr: una cinquantina di assunzioni in una ditta dell’indotto Fiat) si è messo freno a un’emigrazione che nei paesi vicini è ripresa a ritmi da anni sessanta. Soltanto che chi se ne va adesso lo fa senza molte speranze e con un senso di schifo verso questi paesi (Aquilonia)… Il silenzio di Guardia è assai diverso dal silenzio di Cairano: un silenzio, comunque, che fa assai bene a chi lo vive per un giorno e che fa assai male a chi lo vive ogni giorno… Durante un convegno il sindaco ha detto che non è bello uscire senza incontrare nessuno per un’ora e poi quando incontri una persona nemmeno ti saluta (Monteverde)… Partire è un po’ morire, si dice. Ma qui la frase andrebbe rovesciata: restare è un po’ morire (Andretta)».

Quel giorno dell’Ottanta Franco Arminio aveva vent’anni. Come tanti ha scavato nelle macerie, ha accompagnato gente sui luoghi del disastro (per esempio, Alberto Moravia) e in cuor suo pensava che «il desiderio secolare di poter contare sul pane e su un po’ di povera lietezza non doveva trasformarsi nel desiderio del contributo» ma nell’orgogliosa rivendicazione al mondo della necessità della propria bellezza. Ora, invece, «quello che c’è sembra voglia diventare come le cose che stanno altrove». Serviva la cultura e invece sono arrivati sciami d’architetti a vendere patacche. I danni maggiori sono stati quelli della ricostruzione. Hanno tirato su case (brutte) ma hanno distrutto un’identità e con essa la speranza.

Franco Arminio, poeta, per vent’anni ha lottato (con un’ostinazione simile a quella della Di Lascia nella vicina Rocchetta Sant’Antonio), ha rinunciato ai romanzi (con pregiudizio negativo che non condividiamo) per spargere fiumi d’impegno civile su mille testate locali, ha portato a Bisaccia tanti amici scrittori (come Gianni Celati, per esempio). Ora ci consegna un libro, sommesso e limpido, che è l’ultima traccia dell’antica bellezza dei paesi dell’Irpinia d’Oriente.

 

Circo dell’ipocondria, Le Lettere, 2006

Noi siamo il nostro male, e il corpo come un sismografo registra tutto, alimentando ossessioni. La scrittura segue a ruota. È una verità semplice e antica ma… più complicata di quello che sembra. Il primo merito di Circo dell’ipocondria di Franco Arminio è l’assoluta trasparenza del percorso della parola. Chi legge il nuovo libro del quarantaseienne autore di Bisaccia (Avellino) ha chiara in ogni momento la necessità da cui nasce l’opera. C’è una letteratura prigioniera della forma che, inseguendo il bello, si dimena come un animale in gabbia e quindi offusca le proprie ragioni e perde forza. Le parole di Franco Arminio, invece, sono una linea retta fra se stesso e il lettore: hanno il calore della materia in movimento verso l’altro.

Circo dell’ipocondria è davvero un libro “fuoriformato”, nome della nuova e pregevole collana affidata dall’editore Le Lettere di Firenze al critico Andrea Cortellessa e che – come dice il nome – si propone di dare spazio a scritture di ricerca in vario modo eccentriche (ogni volume, per esempio, è corredato da un supporto audio o visivo, cd o dvd). Il libro di Franco Arminio, dunque, non rientra in alcun genere: è un insieme di frammenti introspettivi (ma anche descrittivi), aforismi, appunti, riflessioni, massime («Arminio non può scrivere un romanzo. Quando si mette davanti al computer è agitato e quando si alza è ancora più agitato. Con quest’anima mossa può tentare solo l’aforisma, la poesia. Scrive pensando al suo corpo, scrive spiando il suo corpo…»).

Circo dell’ipocondria comincia con un’intervista a se stesso morto ed è, in sostanza, un lungo colloquio pubblico con il proprio doppio intorno alle ragioni di quel malessere chiamato ipocondria che schiaccia la persona sotto «la dittatura del sintomo» (ovvero, un allarme acuto e permanente sulla fragilità della propria condizione: «L’ipocondria è una malattia fondata sull’equivoco. Il corpo dice una cosa: ho una fitta alle costole perché ho preso freddo e l’io ne intende un’altra: il sospetto di un infarto»).

Franco Arminio è, quindi, sia l’autore sia il protagonista del libro ma scavando dentro di sé egli riesce a dare alla propria persona la rappresentatività di una voce collettiva. Non a caso Arminio si definisce “paesologo” e il filmato di 37 minuti allegato al libro (titolo: La terra dei paesi) è un reportage per immagini sui piccoli centri dell’Irpinia d’Oriente. L’ipocondria, oggetto dei “numeri” del Circo di Arminio, più che l’antica ed eterna “accidia” o “noia” o “spleen” (un male esistenziale) è lo specchio di un luogo e un tempo: il “correlativo soggettivo” di una situazione generale di decadenza.

I paesi dell’interno come Bisaccia, antica spina dorsale del nostro territorio, dalle loro austere alture o solitudini stanno rovinando a valle nei luoghi comuni della modernità: Arminio ne condivide il male. I suoi sintomi di ipocondriaco sono altrettanti allarmi sociali. Quando scomparvero “le lucciole” e con esse la civiltà rurale si levò alto il grido di Pasolini. Nel nostro mondo “post” sta accadendo qualcosa di altrettanto grave: «La posta elettronica, i blog, le chat, i messaggi sul telefonino sono giocattoli assai simili ai videopoker, sono le slot machines dell’anima. Tu metti gli spiccioli di una poesia e aspetti che arrivi una cascata di complimenti. Sei dentro un gioco e pensi di fare cultura, questo è il problema. Sei dentro una nevrosi e pensi che stai lottando per cambiare il mondo».

L’ipocondria è un equivoco. Sei dentro un corpo e pensi di soffrire per quello; vivi, invece, un male comune (senza alcun gaudio). Hai bisogno degli altri per venirne fuori, questo è il problema. Perciò Arminio scrive in linea retta, puntando con le sue parole dritto al lettore, come tendendogli la mano.

 

Nevica e ho le prove, Laterza, 2009

La paesologia è divinazione. Nella realtà dei paesi Franco Arminio legge il futuro del nostro tempo. Egli vede e soffre con essi la loro desolazione e in Nevica e ho le prove ci dice che questa decadenza, forse irreversibile, è il destino comune della modernità. Franco Arminio è nato e vive a Bisaccia, in Irpinia d’Oriente, in uno dei paesi sul “cratere” del terremoto dell’Ottanta.

Quei luoghi e tanti altri simili, in particolare del Subappennino dauno e della Puglia del Nord, sono i suoi amici. Franco Armino li conosce intimamente poiché li frequenta con regolarità di visite, perlopiù solitarie. Li ha già raccontati in Vento forte fra Lacedonia e Candela e ora, in Nevica e ho le prove, continua a narrarli virando l’attenzione sul “paesaggio umano”. A cominciare da se stesso. Del mondo che racconta, Franco Arminio ha fatto proprio il suo male. La paesologia è “corrispondenza d’amorosi sensi”, tutt’altra cosa dal folklore.

Un tempo, i paesi dell’interno erano lo scheletro dell’Italia, la sua ossatura. Ora rovinano a valle (talvolta letteralmente) nella modernità delle autostrade, delle sale ricevimenti, degli ipermercati. I giovani si perdono nelle nebbie di lavori precari al nord oppure inseguono illusioni di piacere nei vicini “non luoghi” metropolitani. I vecchi che ancora s’aggirano per le antiche stradine lo fanno a testa bassa, quasi debbano nascondersi l’un l’altro la colpa d’esserci. Oltre i bagliori nevrotici e febbricitanti delle città, nel doloroso e triste silenzio dei piccoli centri la modernità svela il suo volto vero, comune ad ogni latitudine. In Nevica e ho le prove Franco Arminio racconta l’allontanamento progressivo e siderale da se stessa di un’umanità frantumata in infinite monadi come corpi celesti non tenuti più insieme da alcuna gravità. Anche il nostro corpo è ormai “una terra straniera”: come per l’autore, attanagliato dall’ipocondria.

La scrittura di Franco Arminio è verticalità di slancio verso l’altro e si muove con grande creatività nello spazio fra le linee della poesia e della prosa. Della prima, ha l’immediatezza e l’essenzialità d’una stretta di mano o d’un abbraccio; dell’altra, la suggestiva potenzialità d’un grande affresco sociale. Con la forza di questo linguaggio – semplice e complesso al tempo stesso, ingenuo e sapienziale, sperimentale e umanistico – Arminio contraddice ciò che dice. Il suo pessimismo è agonistico. Del suo racconto della loro agonia in chi legge non resta la tristezza ma la dolcezza del privilegio dei paesi d’un contatto diretto con l’immensità della terra, del cielo e degli elementi primordiali della natura.

Nevica e ho le prove è un tentativo di tirare fuori l’uomo dal proprio egotismo per restituirlo a se stesso, conciliandolo con la fragilità costitutiva del suo essere. La paesologia è una terapia contro il male di vivere.

 

Cartoline dai morti, Nottetempo, 2010 – Oratorio bizantino, Ediesse, 2010

Con Cartoline dai morti e Oratorio bizantino, i suoi due libri più recenti, Franco Arminio ha guadagnato altro spazio a quel varco della salvezza letteraria aperto a forza di parole fra le proprie paure speculari della vita e della morte.

Cartoline è un libro intimo, un corpo a corpo con la morte. Una Spoon river dell’Irpinia d’oriente. Centoventotto destini qualunque racchiusi ciascuno in poche righe, da una a dodici. Ammansita come un lupo cattivo con lampi d’ironia o dettagli della sua banalità, la morte raccontata da Arminio non è apocalisse né redenzione o liberazione ma un’occasione per entrare nel vivo della propria umanità.

«Sono morto alle sette del mattino. Un modo come un altro per cominciare la giornata.» Oppure: «Prima di me erano già morte ottanta miliardi di persone». Ridurre la morte ai minimi termini significa sgombrare l’orizzonte dalla siepe della paura che impedisce lo sguardo. Praticare un po’ la morte, familiarizzare con la propria fragilità aiuta la vita. Franco Arminio ha una storia personale d’ipocondria: Cartoline dai morti è la sua terapia.

Oratorio bizantino è un libro d’impegno civile: una raccolta di scritti disseminati su giornali, riviste e blog per più di un decennio. È organizzato in tre sezioni (Comizi, Funerali e maltempo, La campagna elettorale di un paesologo) ed è centrato su una serrata interlocuzione sentimentale e militante con la propria comunità e i suoi bisogni. Ampio spazio ha per esempio la partecipazione dell’autore ai momenti di dolore collettivo, come i lutti del paese, o alle campagne ambientaliste, contro la malasanità e per la difesa dei servizi pubblici in Irpinia. Oratorio bizantino è un modo nuovo di abitare i luoghi. È una sfida alla contemporaneità, un tentativo radicale, disperato e lucido al tempo stesso, di uscire dalla selva oscura della sua dolorosa agonia.

Scrive Franco Cassano nella prefazione: «Arminio detesta il compromesso non per moralismo, ma per una ragione più tellurica e profonda: il compromesso porta al tradimento dei luoghi, spinge ad abitare in essi come se si fosse degli uccelli predatori, emissari di un Occidente minore, volgare e arraffone». Dalla «disfatta antropologica» della propria gente dell’Irpinia d’oriente, asserragliata come in un fortino nella solitudine delle proprie case per precipitare di tanto in tanto a valle nei luoghi di aggregazione consumistica, Franco Arminio ricava e denuncia il dato epocale della fine dello spirito comunitario.

Siamo come un universo in espansione. Più cresciamo e più ci allontaniamo l’uno dall’altro. Siamo mondi sempre più distanti fra loro. Contro questo «autismo corale» Oratorio bizantino è la proposta mite e tenace d’una nuova rivoluzione umanistica. «Quando verranno a chiedervi il voto, quando verranno a dirvi un po’ di bugie o anche a farvi qualche promessa in buona fede, provate a cambiare discorso, magari parlategli di un libro che avete letto o del grano che sta crescendo, parlategli del vostro cane, dei vostri figli, parlategli della vita.»

Oggi tanti, per esempio politici, hanno scoperto le virtù miracolose della narrazione depotenziando il termine con il suo abuso. Essi pensano che una certa geometria o retorica renda di per sé credibili e, quindi, veri i fatti raccontati. Quella di Franco Arminio è una voce unica e preziosa, oggi ancor più necessaria perché ricorda a tutti che la verità non è una costruzione credibile della parola ma il limite invalicabile che la parola cerca di abbattere rovesciando su di esso il peso di un’umanità. Cartoline dai morti e Oratorio bizantino hanno questa forza e perciò offrono a chi legge un varco per uscire «dall’autismo corale» di questi giorni tristi e guadagnare quella salvezza letteraria che Franco Arminio da sempre insegue a forza di parole fra le proprie paure speculari della vita e della morte.

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