L’Arminuta, energia letteraria pulita

giovedì 1 giugno
piazza Giordano
Libri&dialoghi

L’Arminuta di Donatella Di Pietrantonio è energia letteraria pulita. È fusione nucleare di due mondi alle alte temperature sentimentali ed emotive di una struggente storia familiare. L’Arminuta in dialetto abruzzese significa “la ritornata”. La protagonista del romanzo, infatti, un pomeriggio d’agosto del 1975 è restituita all’improvviso alla madre naturale che non ha mai conosciuto: dunque ritorna nella sua famiglia d’origine. Finallora ha avuto un’altra madre, è stata in una diversa famiglia. «Una mi aveva ceduta con il suo latte ancora sulla lingua, l’altra mi aveva restituita a tredici anni. Ero figlia di separazioni, parentele false o taciute, distanze. Non sapevo più da chi provenivo…». Un doppio abbandono, una duplice e dura condanna per una colpa che non c’è. Una maledizione senza nome. La stessa di Josef K. o Gregor Samsa.

La protagonista, che racconta in prima persona, viveva in una città sul mare e godeva dell’affetto esclusivo di figlia unica, impreziosito da tranquillo decoro e benessere borghese. Si ritrova da un giorno all’altro in un paesino dell’entroterra, con tre fratelli e una sorella, in una realtà brada e rancorosa di grave miseria. Dall’Italia dello sviluppo industriale e dei consumi di massa all’Abruzzo arcaico dove è quasi un evento sia un piatto di rigatoni al pomodoro sia una parola o un gesto d’affetto. «Io non conoscevo nessuna fame e abitavo come una straniera tra gli affamati.»

Tutta un’altra vita. Due mondi contrapposti che si respingono: per poterli fondere occorrono temperature elevatissime. Tale incandescenza sentimentale matura nel rapporto fra l’Arminuta, la più giovane sorella Adriana e il fratello maggiore Vincenzo. L’intimità crescente fra i tre ragazzi disarma le resistenze di ciascuno nei confronti dell’altro e apre tutti a nuove dimensioni affettive. Fra le due ragazze la complicità è un sollievo («Sentivo l’odore dei capelli di Adriana e lo sconforto diminuiva un po’, come la febbre») che alimenta in entrambe determinazione e speranza. Per Vincenzo è la scoperta di pulsioni e turbamenti di maschio.

Una rocambolesca e poetica fuga al mare di un giorno nello stabilimento balneare, antico regno dell’Arminuta, unirà i tre fratelli nell’orgoglio della propria diversità e nella consapevolezza della reciproca necessità. Energia pulita. Quella maledizione d’una colpa senza nome è, dunque, destino comune al quale opporre una forza collettiva e ciò lo avvertirà dentro sé anche chi finallora aveva taciuto, come la madre o il padre: «Parlava come se fossi sua. Non si era mai preoccupato per me e neanche per gli altri figli, veramente. O forse ero io che non l’avevo visto. Ho abbassato la testa dall’emozione». Ce la farà questa nuova comunità a venire fuori da quella miseria che – dice la madre – «è più della fame»?

Le alte temperature sentimentali ed emotive della storia sono schermate e, quindi, protette e valorizzate da un linguaggio al tempo stesso intenso e cristallino, con barbagli di un futuro che intravediamo appena (la protagonista racconta una ventina d’anni dopo i fatti) e pochi ma suggestivi elementi dialettali (essa, t’addormi, la coccia, m’attocca, tengo fame…). L’Arminuta è uno dei romanzi più importanti di quest’anno, e non solo.

Michele Trecca

La Gazzetta del Mezzogiorno, 31 maggio 2017

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