La mira dell’artista, di Michele Trecca

Anna Giurickovic Dato, La figlia femmina, Fazi – Antonella Lattanzi, Una storia nera, Mondadori

«…non è facile picchiare il tuo cuore contro un fottuto muro»: loro l’hanno fatto, e con successo, «dopotutto erano solo mattoni», così dicono i Pink Floyd. Anna Giurickovic Dato, Antonella Lattanzi hanno abbattuto un muro, allargando significativamente l’orizzonte narrativo. Bonificata un’area minata, un nuovo territorio è stato conquistato alla libertà del romanzo. È pratica e necessità letteraria di sempre ma oggi ancor più urgente.

Lo straordinario successo della trentesima edizione del Salone del libro di Torino, diretto quest’anno per la prima volta da Nicola Lagioia, è cominciato proprio con la felicissima intuizione del tema, Confini, e dell’immagine di Gipi che l’ha incarnato. Quel libro aperto, come un ponte che scavalca un muro o uno scivolo che con ludica ironia lo ammansisce, è un delicato ma graffiante e potentissimo manifesto letterario.

Anna G. Dato e Antonella Lattanzi (La figlia femmina, Una storia nera) hanno buttato giù le pareti domestiche per raccontare l’intimità di due diverse famiglie romane: l’una alto borghese, l’altra proletaria. Nel primo caso il centro narrativo è l’abuso di un padre sulla propria figlia, nel secondo la violenza di un marito geloso. Sempre per amore, solo per amore. Un eccesso d’amore. Tanti dicono ancora così. I reati domestici, fanno eco le statistiche, sono la maggior parte dei crimini. Una donna rischia più in casa di giorno che per strada di notte. Finora ne hanno parlato le cronache. Con Anna G. Dato e Antonella Lattanzi si fa avanti il romanzo, e affronta il nodo più intricato: l’inafferrabile ambiguità dei sentimenti.

C’è un’idea kantiana dell’amore, come del tempo e dello spazio. L’amore è una cornice a priori con dentro un’ampia gamma di comportamenti, fino all’estremo dell’omicidio: da Abramo, il patriarca comune del monoteismo, all’anonimo Vito Santoro di Massafra. Per noi, invece, è hybris tanto la beota obbedienza del primo, con cui si apre La figlia femmina, quanto l’esplicito delirio di onnipotenza del secondo, tema portante di Una storia nera.

Capovolgiamo la prospettiva. «Non esiste l’amor, è soltanto una favola / inventata da te per burlarti di me. / Non esiste l’amor, è una storia ridicola». Ha ragione Celentano. «Si può pensare il mondo come costituito di cose. Di sostanza. Di enti. Di qualcosa che è. Che permane. Oppure pensare che il mondo sia costituito di eventi. Di accadimenti. Di processi. Di qualcosa che succede. Che non dura, che è continuo trasformarsi. Che non permane nel tempo… Il mondo non è un insieme di cose, è un insieme di eventi… La distruzione della nozione di tempo nella fisica fondamentale è il crollo della prima di queste due prospettive, non della seconda… Il mondo è fatto di reti di baci, non di sassi.» Così scrive Carlo Rovelli, fisico teorico, nel suo ultimo libro, L’ordine del tempo.

Non esistono le cose, non esistono i sentimenti. Ogni vita è un mare di storie. Tracce, percorsi, dinamiche. Relazioni. Nodi. È il mutevole ologramma d’un cambiamento perpetuo. Le conclusioni sono sempre ingannevoli e provvisorie, le tiriamo noi per comodità come in un romanzo il lettore, che dice: è amore, oppure no, fissando la vicenda in una propria sintesi sentimentale. «La mira dell’artista / deve essere superiore / a quella dell’arciere / poiché punta all’infinito». Nessuna storia finisce mai, ma ognuna erra con le stelle come frammento d’universo. La vita non ha confini. La figlia femmina e Una storia nera sono due di quelle ipotetiche frecce cui si riferisce nei suoi versi Valentino Zeichen. Noi siamo solo arcieri, e se qualche volta ci capita di fare centro, leggiamo un buon romanzo e ricordiamoci: c’è l’infinito, ed è tutt’altra faccenda.

La Gazzetta del Mezzogiorno, 8 luglio 2017

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