Un narratore brado col ritmo nel sangue, di Michele Trecca

sabato 3 novembre 2007

sabato 3 novembre 2007

Sabato 3 novembre 2007 in una festosa e affollatissima serata Niccolò Ammaniti inaugurò la nostra libreria con Antonio Manzini, e di ciò ancora gli siamo tutti grati. Per salutarlo, ricordandogli la nostra attenzione e il nostro affetto, riproponiamo tre recensioni pubblicate a suo tempo dalla Gazzetta del Mezzogiorno. (Michele Trecca)

Io non ho paura, 2001

L’emozione della lettura è tanto più forte quanto più essa ti impone quelle verità sconvenienti e drammatiche che sappiamo esistere ma preferiamo ignorare o liquidare tra le morbosità di cronaca. La mediazione seduttiva del romanzo rende, invece, quel confronto – al tempo stesso – accessibile e autentico. Per queste semplici ragioni Io non ho paura di Niccolò Ammaniti (Roma, 1966) è un’opera utile e interessante. Un piacere da non perdere. Ammaniti è un narratore brado col ritmo nel sangue, sul piano dell’affabulazione indubbiamente il migliore della covata dei Cannibali (alla cui antologia nel ’96 partecipò con il racconto Seratina), del livello – per intenderci – di un De Carlo: che più lo mandi giù, più ti inchioda alla pagina. Ammaniti, naturalmente, ha un’inclinazione di genere diversa dal più anziano autore milanese, ma la forza propulsiva della sua scrittura è la stessa.

La storia di Io non ho paura è di una semplicità tale da sconfinare agevolmente in un orizzonte epico e metafisico. Più che sull’articolazione dell’intreccio (come in generale nella produzione precedente ed anche nell’ultimo Ti prendo e ti porto via), in quest’occasione Ammaniti ha lavorato di scavo sulle profondità simboliche della vicenda. A cominciare dall’ambientazione: un luogo remoto e indefinito (benché precisamente caratterizzato), della cui lontana origine non c’è traccia alcuna nel nome incongruo che non ha nulla a che fare con la realtà e nessuno degli abitanti sa spiegare: Acqua Traverse, frazione di Lucignano, quattro case, «non per modo di dire… quattro case in tutto… di pietra e malta con il tetto di tegole e le finestre piccole», quattro misere case sperdute tra i campi di grano nella campagna laziale all’estrema periferia del mondo. Ma nel cuore del Male, che spezza la monotonia dei giorni di un’estate torrida degli anni dei pantaloni «a zampa d’elefante» accampandosi in un rudere su una collina appena fuori dal borgo.

Quel rilievo appare all’improvviso (come la montagna bruna a Ulisse) a cinque ragazzi impegnati nei loro giochi. Li attira irresistibilmente con la maestosità della propria rotonda e abbagliante perfezione, degna della gobba di Moby Dick. Gli amici la scalano, sfidandosi. L’ultimo paga pegno. Tocca a Michele Amitrano, nove anni, attardatosi per soccorrere la sorellina. Dovrà entrare nell’antro buio della casa diroccata. A lui quindi – voce narrante da un tempo adulto, successivo e distante dai fatti – l’onore e l’onere di una scoperta terribile, che con la sua dolorosa ferita segnerà la fine precoce dell’età dell’innocenza. Io non ho paura è il breve, intenso, esaltante e spietato percorso di un piccolo eroe inconsapevole catapultato dalla sorte in un’avventura più grande di lui contro un avversario sconosciuto per combattere il quale non serve a nulla neppure essere – come Michele sogna – il figlio italiano di Tiger Jack, l’amico indiano di Tex Willer o avere un pugnale, un arco o un fucile Winchester anziché solo la vecchia bici Scassona. Quel nemico, infatti, è il Bene. Il mondo adulto ha tutta un’altra topografia.

Io non ho paura procede con nitidezza allucinata in bilico tra sogno infantile e incubo horror, mescolando in una sintassi semplice e perentoria momenti di tenerezza con altri ironici, leggende popolari e fiabe metropolitane, sospensioni irreali e quadri d’ambiente. Come in questo stralcio: «E tutto si è fermato. Una fata aveva addormentato Acqua Traverse. I giorni seguivano uno dopo l’altro, bollenti, uguali e senza fine. I grandi non uscivano più nemmeno la sera… In lontananza le mietitrebbia rosse tremolavano nelle onde di calore che salivano dai campi. Era come se Dio aveva tagliato i capelli a zero al mondo… Me ne stavo spesso per conto mio… Ma la collina era là, e mi aspettava».

Io non ho paura ha l’incisività icastica e memorabile di un piccolo classico.

 

Come Dio comanda, 2006

Sarà per la suggestione del titolo o per quel lampo apocalittico nell’immagine di copertina ma appena lo vediamo pensiamo subito che Come Dio comanda somiglia a una bibbia: la voluminosità è la stessa e anche all’interno la sequenza senza soluzione di continuità di capitoli brevi con numerazione ben presto a tre cifre ricorda quella di un testo sacro. L’indice, poi, ha la forza scabra di atti assoluti, suona così: Prologo, Prima, La notte, Dopo.

Cominciamo a leggere con queste idee in testa, cercando un riscontro fra le pagine e alla fine, a giochi fatti, ci viene spontaneo dire che il nuovo romanzo di Niccolò Ammaniti è una preghiera blasfema o, se volete, una lunga interrogazione su Dio. Dov’è Dio? Con chi sta? «…Dio è una merda e prima o poi ti toglie tutto,» dice Cristiano Zena, nel momento più tragico della sua difficile vita di tredicenne allo sbando con un padre bullo e alcolizzato, gonfio di muscoli e senza lavoro (madre mai conosciuta). Non è solo la disperazione di un ragazzino. Le stesse parole, infatti, tornano nel pacato testamento morale a suo figlio del buon samaritano Davide Brolli, grigio e imperscrutabile stakanovista del bene, pediatra: «Dio si accanisce sui più deboli. Tu sei medico e questo lo devi sapere. È importante, Enrico. Il male è attratto dai più poveri e dai più deboli. Quando Dio colpisce, colpisce il più debole».

Come Dio comanda è la storia di quattro balordi, una famiglia di fatto: oltre a Cristiano e al padre Rino, ci sono Quattro Formaggi (prigioniero di un mondo bambino, dominato dall’ossessione del presepe e della pizza, come da soprannome) e Danilo (alcolizzato e fuori di testa dopo aver perso in un tragico incidente la figlia e, conseguentemente, moglie, lavoro e tutto quanto). In una periferia sconfinata fra case e capannoni sparsi lungo la statale che attraversa un paesino senz’anima, tanti altri poi sono i personaggi e le situazioni del romanzo mirabilmente tangenti al nucleo centrale delle vite sgangherate di Cristiano e dei suoi tre angeli custodi. C’è, per esempio, la piccola saga o parabola sociale dei mobilieri Castardin, due generazioni a confronto: ovvero, l’involuzione della specie; l’amore impossibile, con relativa crisi religiosa, dell’assistente sociale Beppe Trecca (ndr: non siamo parenti), che ha in carico Cristiano e il padre; la vitalità ribelle delle due amiche Fabiana ed Esmeralda, compagne di scuola del piccolo Zena… La violenza che incombe sul romanzo infine esplode, colpendo come Dio comanda l’innocente di turno. Ammaniti, però, va al di là del thriller creando una vorticosa tensione con geometrie narrative che non chiudono la vicenda come da copione tradizionale (individuazione dell’assassino) ma la chiariscono al lettore con la potenza di un lampo (quello di copertina).

Il motore della storia è il rapporto fra Cristiano e suo padre: è qui che si gioca la partita narrativa, l’interrogazione su Dio. Le prime pagine lasciano intendere che la sopraffazione bruta dell’adulto sul piccolo sia la modalità esclusiva del rapporto fra i due. Il romanzo, infatti, comincia con il padre ubriaco e minaccioso che – in piena notte, mentre fuori nevica – impone al figlio di andare a sparare al cane ululante di guardia al capannone dei Castardin. Una richiesta stupida, gratuita, un sacrificio insensato (biblico). Sembra la premessa di un dramma familiare… Gli sviluppi, invece, chiariscono l’indissolubile rapporto affettivo fra Rino Zena e suo figlio. Rino Zena è (in dare e in avere) il dio del piccolo Cristiano (cristiano) che, infatti, lo ama di slancio, per fede, al di là di tutto, anche quando ogni cosa gli dà torto. La forza incrollabile di questo sentimento primario consente a Cristiano la verità: anche a sua insaputa. Dio ti dà, ma tu non sai. Se vuoi un dio, devi amarlo come Cristiano suo padre.

Come Dio comanda è il rovescio di quella scoperta del Male nel mondo adulto che era il tema di Io non ho paura. Un nuovo colpo vincente.

 

Io e te, 2010

Romanzo breve o racconto lungo? Un proiettile. Poche pagine ma dirompenti, laceranti. Io e te di Niccolò Ammaniti affonda nella carne viva del lettore. Colpisce al cuore. Di una storia questo conta, la carica emotiva. Il resto viene da sé. Quanto più è semplice, tanto più una narrazione è ricca di suggestioni. I dettagli giganteggiano. Le omissioni attivano l’immaginazione. L’evidenza del tema sollecita la riflessione.

L’ambiente è quello della Roma bene della borghesia delle professioni. Lorenzo ha quattordici anni, Olivia ventitré. Sono figli dello stesso padre, ma di madri diverse. Lui ha difficoltà di rapporto con i coetanei. Ha nel proprio comportamento tratti autistici di chiusura in sé. Sente gli altri estranei, ostili. Un giorno alle elementari spinge un compagno da un muretto. La madre lo porta dallo psicologo: tre quarti d’ora, due volte a settimana. Olivia vive in un’altra casa. Lorenzo quasi non la conosce, l’ha vista poche volte. Ha solo un vago ricordo di una ragazza bellissima. Il caso li mette insieme, un giorno di febbraio, entrambi alle prese con la prova più difficile della propria giovinezza.

Accade, infatti, che di slancio, quasi inconsapevolmente, Lorenzo si lascia scappare una bugia con la madre. Dice di essere stato invitato da alcuni amici di classe a una settimana bianca a Cortina. La madre piange per la gioia: finalmente suo figlio sta superando i propri problemi, comincia a socializzare. Lorenzo non ha il coraggio di smentirla. Si chiuderà in cantina per una settimana fingendo di essere a sciare. In quel covo improvvisato ha tutto quello che gli serve per sopravvivere: una brandina, patatine e carciofini, un televisore, la playstation, Le notti di Salem di Stephen King. Come Robinson su un’isola deserta. Finalmente solo con se stesso. Poi un giorno improvvisamente la porta della cantina s’apre e compare Olivia. Cerca qualcosa. Va via. Poi torna, per restare. Di colpo la situazione si capovolge: una convivenza in uno spazio ristretto, un incubo per Lorenzo. Olivia di fatto è un’estranea e poi non è più così bella. È prepotente, irrequieta, minaccia. Sta attraversando un momento difficilissimo. Ha bisogno d’aiuto. Che succederà? Lorenzo e Olivia sono due fragilità che possono esplodere da un momento all’altro. L’uno contro l’altra. Oppure possono crescere, cambiare, caso mai insieme. Chissà.

La narrazione è in prima persona. Lorenzo ripercorre quei giorni in cantina dieci anni dopo i fatti mentre è in attesa di rivedere la sorella. Sorprendente e indelebile, il colpo di scena finale – come abbiamo detto – va dritto al cuore. Con la potenza di fuoco emotiva di una storia semplice Io e te aiuta a capire il disagio giovanile e le tragedie che esso innesca molto più di tanti studi o del pervasivo accanimento mediatico. Il tema narrativo, preannunciato in una nota iniziale, è il mimetismo batesiano che «si verifica quando una specie animale innocua sfrutta la sua somiglianza con una specie tossica o velenosa che vive nello stesso territorio, arrivando a imitarne colorazione o comportamenti. In questo modo, nella mente dei predatori, la specie imitatrice viene associata a quella pericolosa aumentandone le possibilità di sopravvivenza». Cosa spinge un adolescente a nascondersi fra gli altri? Quanto gli costa? A quali rischi lo espone questa eclissi dell’io? A quali sudditanze? Qual è poi il prezzo per ritrovare se stesso? Quando e come chi gli è intorno può aiutarlo nella riconquista della propria soggettività? Quali i segnali da cogliere?

Una storia è solo una storia. A un narratore non bisogna chiedere altro ma la grandezza della sua opera è quando noi sentiamo di poter trovare in essa più di quanto egli ci abbia messo.

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