Silvis nel cuore di tenebra del Male, di Michele Trecca

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Ci vuole un bel coraggio per ambientare un thriller nella città di cui sei questore e che peraltro è quella dove sei nato. Piernicola Silvis l’ha fatto, e gli ha detto bene. Dunque, il questore di Foggia ha ambientato con ottimi risultati il suo quarto romanzo, Formicae, nel capoluogo dauno dove opera da tre anni al vertice della Polizia.

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La storia incorpora diversi piani o suggestioni narrative. Una è quella tipica del genere, e cioè la caccia al killer seriale. Nello specifico un trentenne psicopatico che riversa la propria follia omicida contro i bambini. La prima vittima di cui sappiamo è il piccolo Livio ritrovato, due anni dopo la sua sparizione, in una discarica di Siponto, nei pressi di Manfredonia. È l’assassino stesso a indicare il luogo con una telefonata a padre Leonardo del Convento dei Cappuccini di San Giovanni Rotondo: una sfida, con tanto di firma, Zio Teddy, e un antagonista ben definito. Vicino al corpo, infatti, c’è un bigliettino per Renzo Bruni, direttore della seconda divisione dello SCO, il Servizio Centrale Operativo della Polizia di stato.

Il romanzo è in prima persona. Bruni da Roma scende a Foggia per le indagini ed è lui che racconta. Ai lettori si presenta così: «Fare il poliziotto era quello che volevo. Il mio lavoro è applicare la legge e cerco di farlo nel migliore dei modi. Non sempre ci riesco, comunque ci provo. Ho delle storie da raccontare perché ne ho vissute molte. E le ho sofferte tutte». Formicae è uno scontro nel cuore di tenebra del male in assoluto il più odioso, quale la violenza su dei minori innocenti.

Silvis sgombra subito il campo dal gioco dell’identità e ci dice chi è a uccidere. Siamo così tutti ancor più coinvolti, frenati al di qua dalla pagina nella nostra voglia d’invasione per suggerire la strada a chi dà la caccia all’assassino. Intollerabile, infatti, è l’idea che quella misura d’ordine delle procedure d’inchiesta, quello sforzo razionale di analisi dell’orrore e rispetto dei diritti, quel sacrificio personale di affetti familiari soccombano all’assurdità dell’orrore, alla sua compiaciuta pretesa d’onnipotenza. La tensione narrativa in Formicae è tutt’uno con quella morale, e insieme esse fanno acuto lo sguardo sulla realtà sociale.

Bastano pochi cenni a Silvis per dar conto della propria città: della sua complessità, della sua vischiosità. Le tante facce male assortite di un’urbanizzazione vorticosa e dissennata; un padre farmacista e consigliere comunale, legato alla locale criminalità organizzata che porta il nome di Società: sono i vantaggi ambientali di cui beneficia l’assassino.

Le zone grigie dell’ambiguità e della collusione anche a livello nazionale, i luoghi oscuri dei traumi personali che poi decidono in un senso o nell’altro i destini individuali sono la sostanza d’un thriller che come ogni buon romanzo è prima di tutto una lezione d’umanità perché chi l’ha scritto, così come Bruni, di storie da raccontare ne ha vissute tante, e tutte le ha sofferte.

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