Al Capone, Trump e i gioielli di famiglia

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La storia è nota. La ricorda anche Federico Rampini nel suo nuovo libro, Il tradimento.

Al Capone fu arrestato e inquisito prima di tutto per evasione fiscale. Poi venne il resto. All’accusa di nascondere i propri redditi per non dover ammettere che non paga le tasse, Donald Trump ha risposto con un sorrisetto furbo: «I’m smart». Furbo.

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Furbe sono anche le multinazionali dal gigante Apple al nanerottolo Fiat che le tasse le pagano dove gli conviene, fino a spuntare certuni aliquote ridicole dello 0,2%. 500 grandi aziende hanno 2.100 miliardi di dollari parcheggiati cash in paradisi fiscali. Sarebbero 620 miliardi di tasse. Che non pagano, perché sono smart.

Al liceo abbiamo studiato gli imperativi categorici kantiani: agisci immaginando che il tuo comportamento divenga una legge universale.

Che cosa accadrebbe se al momento della dichiarazione dei redditi ognuno potesse scegliere il codice Ente in base alla propria convenienza del momento fregandosene del luogo dove produce ricchezza e gode e chiede servizi?

Ridicolo solo pensarlo. Invece no. Chi ha tanti soldi può farlo e lo fa. Chi ne ha pochi no. Con la globalizzazione un’élite ha guadagnato per sé privilegi feudali. Perciò in ogni Paese aumenta il divario di ricchezza fra le classi sociali. Esso è ormai insopportabile e prossimo a uno strappo irreversibile. Dice il Censis che i giovani di oggi (i millenial) rispetto ai loro coetanei di venticinque anni fa hanno in Italia un reddito inferiore del 26,5%. E con questa miseria dovranno pagare le loro tasse, quelle di chi è smart e le pensioni dei propri genitori. Impossibile.

Libertà, rispetto dei diritti ed eguaglianza dei cittadini davanti alla legge sono i gioielli di famiglia dell’Occidente. La sostanza della democrazia. Svenderli significa decretare la bancarotta e il fallimento della nostra civiltà. Federico Rampini non ci sta, l’ha scritto nel suo libro, l’ha detto ieri in libreria. Anche noi diciamo no.

Michele Trecca, frame 1/17

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