Questo dolore non è una favola

Everybody needs some books to love

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Andrea Bajani, Un bene al mondo, Einaudi

Giovedì 10 novembre alle 19:00 Andrea Bajani presenterà Un bene al mondo presso la libreria Ubik. Venerdì 11 alle 9:30 l’autore sarà ospite dell’Istituto Superiore “Gian Tommaso Giordani” di Monte Sant’Angelo.

Uno scrittore e un bambino si presero per mano e andarono insieme incontro al loro dolore. Lo scrittore si chiama Andrea Bajani, il bambino non ha nome ma è il protagonista del suo nuovo romanzo, Un bene al mondo. Il paese della storia non ha nome neppure quello, ma ha una piazza, una chiesa e una ferrovia che lo divide in due. Appena fuori c’è un bosco, un fiume e più lontano le montagne, oltre quelle il confine. Il paese è un piccolo posto con tante solitudini. Fra queste, anche quella del bambino che, però, ha sempre con sé il suo dolore.Bajani usa la minuscola per la parola dolore e mai alcuna enfasi, ma il dolore del bambino è vivo e ha una concretezza fisica, ha una coda, per esempio. Potrebbe essere un cane, ma non lo è. Non parla ma ha movenze e comportamenti umani. Quest’invenzione del dolore è come per un musicista la nota che accorda lo strumento. Il dolore fa suonare a Bajani una musica che è bella e struggente ma che non si sa bene quale sia. Potrebbe essere la musica di una favola oppure no, perché il romanzo comincia così: «Anche se questa non è una favola per bambini bisogna che io cominci scrivendo C’era una vola, perché è proprio una volta che c’era un bambino… C’era una volta un bambino che aveva un dolore da cui non voleva separarsi…». Il dolore del bambino è una piccola divinità domestica, come quelle che un tempo i latini tenevano in casa. Lo aiuta. Lo protegge.

Nel romanzo di Bajani il dolore ce l’hanno in tanti, tutti, praticamente. Il papà del bambino, per esempio, ha un dolore grande e ringhioso, che spesso esplode in qualche violenza, anche contro la moglie. Un giorno, una vicina ha persino chiamato la polizia e il papà l’hanno portato via. Gli abitanti di quel paese che non ha un nome hanno tutti un dolore. Anche la bambina, che abita dall’altra parte della ferrovia, dove c’è ancora più solitudine e la vita forse è anche più povera e difficile. I due bambini fanno amicizia, più che altro si riconoscono simili, quando stanno insieme hanno sempre ognuno il suo dolore. Tutti gli altri anche hanno il loro dolore, ma non lo sanno. Il dolore degli altri è come una comunità di fantasmi.

I due bambini, invece, vedono, sanno e hanno nostalgia di un futuro, come un altrove teorico e plausibile, di quelli che ci ha insegnato ad amare Antonio Tabucchi. Un altrove da cui guardare alla propria vita senza la paura di dover rispecchiare il proprio «pianto infinito» (così dice la madre del pianto della figlia) nel «pianto più grande del mondo» (così dice la figlia di quello della madre). Un altrove per il bambino è il cimitero: «quello è il paese ideale. C’erano strade, piccole piazze, c’erano panchine, c’erano alberi». Lì il bambino scorre con le dita i nomi dei morti e poi aspetta qualche istante e «non succede niente che è il modo in cui i morti parlano ai vivi nei cimiteri. I vivi poi si ripassano quel niente dentro la testa per giorni e notti. E il niente diventa tutto, ed è così che funziona la mancanza che provano i vivi per chi non c’è più».

Un bene al mondo non è semplicemente un romanzo di formazione che racconta le difficili prove attraverso le quali due bambini escono dall’infanzia in una delle tante periferie del villaggio globale. Un bene al mondo è una lingua nuova, quasi una grammatica di base, per un’incantevole alfabetizzazione sentimentale. Il romanzo è scritto con epiteti e ripetizioni in blocchi di paragrafi che sono come strofe o lasse assonanzate di quell’epica minore che è la quotidianità della nostra vita interiore.

Michele Trecca

Gazzetta del Mezzogiorno, 6 novembre 2016

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