Un libro scritto con i piedi

Everybody needs some books to love

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Paolo Rumiz

Appia, Feltrinelli

In realtà in Basilicata e in Puglia Paolo Rumiz c’è già tornato, dopo averle attraversate nel giugno dello scorso anno ripercorrendo (e riscoprendo) l’Appia antica: 612 chilometri, 29 giorni di cammino e circa un milione di passi. Non sono mai solo parole, certi libri.

La prima volta, dunque, è stato a piedi, «appìde»: come dire, l’Appia e i piedi, nell’involontaria sintesi espressiva di Tartaro Girolamo, contadino di Gravina incontrato per la via. La seconda in macchina, al contrario: da Brindisi a Roma. Poi l’autore è tornato nella nostra terra per ritrovare i luoghi e le persone conosciute durante il viaggio e chiamare loro e altri a una santa alleanza. Appia, infatti, per Rumiz non è solo la cronaca di un cammino. È un impegno civile di riconquista e restituzione all’uso pubblico di un pezzo di bellezza. Un progetto di recupero, un combinato disposto che insieme al libro ha visto la produzione di una mostra fotografica (a Roma al Parco della Musica fino al 13 settembre) e un documentario a cura del regista di origini foggiane Alessandro Scillitani.

Ora Rumiz sarà di nuovo in Basilicata e in Puglia per incontrare quanta più gente possibile perché certe imprese non le fa mai uno solo, ma tanti tutti insieme. In nove giorni serratissimi, dal 23 al 31 agosto, sarà quindi a Venosa, Aliano, Altamura, Castellaneta Marina, Gravina, Matera, Brindisi, Melfi, Foggia.

Prima dell’avventura di Rumiz e dei suoi tre compagni l’Appia, capolavoro ingegneristico voluto nel 312 a.C. dal cieco Appio Claudio, era a tutti gli effetti un bene perduto e rischiava di diventare nel nostro immaginario come l’isola non trovata di Gozzano, poi cantata da Guccini: qualcosa che talvolta appare in lontananza, s’annuncia con il profumo come una cortigiana ma se il pilota avanza rapida si dilegua come un’idea, come una splendida utopia… e ciò a causa dell’incuria, della devastazione e dei saccheggi degli ultimi cinquant’anni, soprattutto.

Ora, invece, l’Appia è tornata con firma sugellata. Il suo tracciato è stato mappato, ed essa nel libro di Rumiz riappare, bella più di tutte, con la sua perfezione di linee rette, in ogni tratto fiera e dritta per la via più breve: un filo a piombo da Roma fino a Brindisi, per unire il Sud alla capitale e aprire questa al mondo e alla civiltà greca d’oltremare. Di fatto, l’A1 dell’antichità.

Appia è, perciò, anche un viaggio nel tempo, attraverso i duemilatrecento anni di Storia che quella via hanno calcato. Altro che le suggestioni del cammino di Santiago o della via Francigena, dice l’autore. Appia è tante pagine veementi di passione in cui senti l’eco dei passi cadenzati delle legioni romane, quelli di Orazio che la racconta nella quinta satira (all’origine dell’ossessione giovanile che ha poi portato Rumiz a questo viaggio), senti il dolore del martirio di Spartaco e dei seimila gladiatori crocifissi con lui lungo quella via, rivivi l’epopea di Arabi, Normanni e poi quella di Federico II.

L’Appia – è detto, quindi, nel libro – rompe «lo schema fisso che equipara cammino e pellegrinaggio… è l’unico cammino in Europa percorso in entrambi i sensi di marcia… che racconta due grandiose storie parallele, una soprattutto per i laici e un’altra per i cercatori del Sacro». «Viandanti», non pellegrini, chiama, quindi, l’autore se stesso e i propri compagni di viaggio.

Restituire l’Appia al suo splendore materiale e simbolico significa riproporre quella koinè comune che unì il Mediterraneo al tempo dei Romani quando «le terre oggi emarginate del Sud erano il cuore della Penisola e attraverso loro passava l’asse di penetrazione dell’Italia in un “Mare nostrum” che oggi più che mai chiede ascolto e controllo… … Per i profughi siriani seguire le strade romane sarebbe la cosa più semplice». Allora, infatti, il nostro Mezzogiorno solcato dall’Appia dettava al Paese la via di un destino poi tradito «proteso più verso la Grecia e l’Asia Minore che verso colonie africane». La mappa d’Italia i Romani la leggevano ruotata di una trentina di gradi in senso antiorario e perciò chiamavano l’Adriatico «Mare del Nord» e il Tirreno «Mare del Sud». Brindisi e Bari erano Nord rispetto a Napoli e la Calabria. Lo sono ancora? E che significa questo? Incontrare Rumiz in questi suoi nove giorni serratissimi fra Basilicata e Puglia significa ridiscutere anche la geografia.

Corredato di schede tecniche per ciascuna delle ventinove tappe: Appia è un libro da leggere, un viaggio da fare… perché l’Appia non è l’sola non trovata. Non più. Dipende da noi.

Michele Trecca

Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 23 agosto 2016

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