Il romanzo è vivo e lotta insieme a noi

Everybody needs some books to love

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C’è un dibattito in corso (oddio, il dibattito no!) sulla morte o meno del romanzo (ancora?!, ebbene sì) e allora come in quel gioco dei punti della Settimana enigmistica uniamo alcune nostre letture e esperienze di questi giorni e vediamo se ne viene fuori una qualche figura o risposta di senso compiuto.

Punto primo, avverte Paolo Rumiz in Appia (Feltrinelli), 612 chilometri, 29 giorni di cammino, quasi un milione di passi per riscoprire e raccontare la prima strada consolare romana, la più imponente dell’antichità: «Non si inizia mai un viaggio per una ragione e con un’idea precisa. Si parte perché se ne ha voglia, punto». Vale anche per la lettura: si legge perché se ne ha voglia, punto. La lettura è l’evoluzione 2.0 del nomadismo della nostra natura: una zona franca, una tregua olimpica nella, sempre Rumiz, «guerra infinita fra sedentari e nomadi».

Punto secondo, in Di legno e di tela, uno dei due testi inediti del volume I racconti (Einaudi)in volo su un idrovolante Caproni, Daniele Del Giudice, appassionato ed esperto pilota, ricorda l’incidente mortale con quell’aereo di un aviatore sedicenne nel 1913 e le parole altisonanti in quella circostanza del coetaneo Italo Balbo. A esse oppone «l’umanità e la competenza con cui un tecnico della Caproni ricostruisce l’incidente e cerca di spiegarne le cause in termini di condotta del giovane pilota» riuscendo così a dare anche un commovente ritratto del ragazzo.

La retorica di Balbo è il germe giovanile del fascismo, il brodo primordiale di coltura dei futuri fasti del regime. La scrittura che si fa propaganda è la kryptonite o antimateria della letteratura che, invece, come dice Milan Kundera ne L’arte del romanzo (Adelphi), nasce solo ed esclusivamente dalla passione del conoscere. La scienza moderna e la politica sono nate dalla separazione dalla religione e dalla morale: la narrativa dalla separazione dalla retorica. Quella italiana contemporanea è viva e lotta insieme a noi perché ha sviluppato in questo senso efficaci anticorpi. La sublimazione letteraria del sapere tecnico nell’opera di Daniele Del Giudice è una delle frontiere antiretoriche oggi più importanti e meglio presidiate.

Frontiera, non a caso. Punto terzo e quarto: La frontiera (Feltrinelli) di Alessandro Leogrande e Ghetto Italia (Fandango) di Yvan Sagnet e Leonardo Palmisano. I libri sono la realtà aumentata di cui abbiamo bisogno per vivere altre vite oltre la nostra. Per ampliare il nostro orizzonte. Dei flussi di migranti, per esempio, vediamo solo i picchi drammatici degli arrivi di massa e dei naufragi di cui spesso i migranti sono «vittime»: parola che – dice Leogrande – nel suo afflato morale racchiude tutto il nostro limitato orizzonte conoscitivo dei migranti. Con il suo giornalismo d’inchiesta e narrazione di fatti e storie di vita, egli invece apre alla nostra visione le coordinate storico-politiche dei flussi e ci fa conoscere il prima del viaggio e le cause che lo provocano. La frontiera è spaziotempo quadridimensionale, cronotopo, dunque realtà aumentata rispetto al fotogramma piatto delle prime pagine o dei servizi d’apertura dei telegiornali.

Ghetto Italia ci dà il dopo. Ancora una volta ampliare l’orizzonte è questione di fulcro semantico del discorso. I migranti vanno considerati per quel che sono: lavoratori. Il ghetto è funzionale alle specifiche necessità di sfruttamento della manodopera dei migranti in agricoltura. Passando dal fotogramma al cronotopo, ancora una volta grazie alle riprese sul campo in presa diretta, con Sagnet e Palmisano vediamo l’articolata e centralizzata catena di comando del ciclo dello sfruttamento del lavoro in agricoltura che comincia dalla determinazione del prezzo da parte dei monopolisti perlopiù multinazionali e si conclude con il coinvolgimento dei consumatori grazie a prezzi “impossibili”. I caporali sono un anello fondamentale della catena dello sfruttamento, il ghetto, l’habitat naturale della sua pervasività che tocca ogni momento e bisogno della vita dei lavoratori migranti. Questo sistema – dicono Sagnet e Palmisano – ha mostrato di essere funzionale all’accumulazione di smodata ricchezza padronale anche nella crisi, dunque c’è il rischio concreto di una sua proliferazione metastatica in tutto il corpo sociale.

Alessandro Leogrande e Leonardo Palmisano sono stati protagonisti nei giorni scorsi di due incontri a Monteleone di Puglia, Subappennino dauno, nell’ambito di un’iniziativa dell’amministrazione comunale sul tema dell’accoglienza e della pace. Alla fine della manifestazione, soddisfatti del suo esito, commentavamo con il sindaco: anche nella prospettiva di sviluppi operativi, sono stati più utili questi due libri e questi due incontri che tanti discorsi di anni di qua e di là, in televisione e sui giornali.

Quinto punto. In un intervento su Minima&moralia dal titolo Il romanzo ha i secoli contati, ribadendo le ragioni storiche e quelle presenti e vive del romanzo, Nicola Lagioia sostiene: «l’autore, sfregando la pietra focaia di un personaggio sulla selce del suo mondo, fa luce su sentimenti che sono anche i nostri, e ci racconta qualcosa sul mistero da cui siamo circondati che non troveremmo altrove. L’effetto è liberatorio, soddisfa un’esigenza pienamente umana: accedere alla conoscenza con un bagaglio di emozioni talmente intense (e un carico di pregiudizi talmente nullo) da scatenare la trasfigurazione. Stringiamo un romanzo tra le mani, e se quello che leggiamo è buono ci identificheremo con l’eroe ma anche con il suo antagonista, con la vittima e con i suoi carnefici, con le menti superiori e con gli idioti, fino a provare l’incredibile sensazione di essere, per un attimo, tutti quanti gli uomini». Conclude Nicola Lagioia: «Da alcuni secoli c’è un evidente bisogno di riconoscersi in questo specchio multiforme chiamato romanzo.»

Concordiamo perfettamente con le sue parole e le ripetiamo a modo nostro allargando l’orizzonte cosmologico del romanzo con l’acquisizione al suo cielo dell’ammasso galattico degli ormai decennali reportage narrativi o come chiamar li si voglia da Gomorra (Mondadori, 2006) in poi. La letteratura è realtà aumentata. Si scrive e si legge perché si ha voglia di conoscere, punto. Che si tratti di se stessi o degli altri, della propria o altrui intimità, di questo o quell’aspetto della realtà sociale o luogo del mondo: si scrive e si legge perché si ha voglia di conoscere, punto. Noi non bastiamo a noi stessi, facciamocene una ragione. Come la felicità, infinito è anche il desiderio di conoscenza. Non di soli Pokemon vive l’uomo e, quindi, più che i Pokemon poté il romanzo, come sempre: per omnia saecula saeculorum.

Michele Trecca

Gazzetta del Mezzogiorno, 13 agosto 2016

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