Le “parole del futuro” di Daniele Del Giudice

Everybody needs some books to love

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In Mercanti del tempo il protagonista dice di sé: «Mi occupo di discontinuità… i salti, le rotture, quando una catena si spezza e riparte in modo imprevisto… Il mio posto è dove le cose si interrompono e prendono un’altra strada». Vale anche per l’autore, come conferma questa nuova pubblicazione che in gran parte ripercorre e temiamo completi il quadro della sua produzione narrativa. Da diversi anni, infatti, una grave malattia ha imposto a Daniele Del Giudice un silenzio irrimediabile e penoso per la nostra letteratura.

DelGiudice

I racconti comprende due sezioni. Nella prima, la più corposa, ci sono testi editi: Nel museo di Reims (Mondadori 1988, Einaudi 2010), i sei racconti della raccolta Mania (1997) e Mercanti del tempo, compreso nel volume In questa luce (2013). Nella seconda sezione ci sono altri cinque racconti o del tutto inediti (Popiove e Di legno e di tela) o pubblicati su riviste ma non in volume (Naufragio con quadro, Ritornare a Sud, «Fitness» delle emozioni nel ritratto).

Nell’insieme I racconti è come il mare che – sempre in Mercanti del tempo – entra nella città norvegese di Stavanger «diramandosi poi in braccia e dita terminali, e gerarchie di piccoli sottofiordi che disegnano la città in forma di arcipelago». Anche le pagine di Daniele Del Giudice entrano dappertutto nelle rotture, nei salti, nelle discontinuità del nostro mondo.

Nel racconto citato, per esempio, Daniele Del Giudice dirama in uno stupefacente arcipelago d’innumerevoli sottofiordi concettuali la nostra percezione del tempo, che immagina inscatolato come un prodotto e venduto sul mercato in commerci ancora segreti e sperimentali. In un ipotetico hangar della cittadina norvegese di Stavanger ecco, quindi, in vendita sugli scaffali come scatole colorate di the il Change your chance, tempo in tagli diversi da minuti a poche ore per poter tornare a qualche bivio della propria vita, il How much more per chi avesse bisogno di un po’ di tempo ancora, il Delays per chi invece intendesse ritardare, o il Meantime un doppio canale temporale per fare simultaneamente due cose. E poi, nel reparto Economical, il tempo distinto in provenienze: Indian Time, Northafrican Time, Subsaharian Time, Subatomic Time… Nella suggestione letteraria del racconto di Daniele Del Giudice è l’odierno paradosso scientifico per cui a una smisurata capacità di misurazione del tempo, fino alla progettazione in corso di uno strumento che perde un secondo ogni cinque miliardi di anni (cioè mai), corrisponde l’ineffabilità del concetto che si riesce così bene a calcolare.

Nella nostra fase storica accade poi che alla libertà di potere, illusa anche dalle tante innovazioni tecnologiche, corrisponda in realtà una costrizione assoluta. Il dominio di una presunta libertà sul soggetto è il tema dei sei racconti tratti dal volume Mania, per esempio L’orecchio assoluto, il più ampio della raccolta. «La musica era per me azione», dice chi racconta. La musica, invece, da fondamento di un libero progetto di sé, diventa un’ossessione che spinge fino all’omicidio.

Con disincantata e struggente ironia e con implacabile rigore analitico, l’antiretorica di Daniele Del Giudice rimuove macigni e apre all’emozione della conoscenza. L’ultima pagina dell’inedito Di legno e di tela ha forza vibrante di manifesto poetico. In volo su un idrovolante Caproni, Daniele Del Giudice, appassionato ed esperto pilota, ricorda l’incidente mortale con quell’aereo di un aviatore sedicenne nel 1913 e le parole altisonanti pronunciate in quella circostanza dal coetaneo Italo Balbo. A esse Daniele Del Giudice oppone «l’umanità e la competenza con cui un tecnico della Caproni ricostruisce le cause e cerca di spiegarne le cause in termini di condotta del giovane pilota» riuscendo questo modo a dare anche un commovente ritratto del ragazzo. Così come nel racconto inedito Popiove egli ci fa piangere di tenerezza per il suo gatto appena morto semplicemente elencando i posti dove nelle varie case abitate Popiove trascorreva il suo tempo «perché con gli anni avevo imparato dov’era in ogni momento della giornata, e così lui di me».

Nei suoi libri Daniele Del Giudice sublima il sapere tecnico in alta letteratura cosicché chi legge vede con cristallina limpidezza le dinamiche delle trasformazioni in corso e matura un sentimento del proprio tempo. Come dice Tiziano Scarpa nell’introduzione, quelle di Daniele Del Giudice sono «parole del futuro». Sono parole che circondano i fatti con precisione, costringendoli così a venir fuori, ma a venir fuori con tutto il loro mistero: «perché – ci disse una volta Daniele Del Giudice di Italo Calvino al quale è stato spesso accostato – lui non pensava, come io non penso, che esista una sostanza delle cose e che questa possa essere detta e centrata attraverso le parole».

Michele Trecca

Gazzetta del Mezzogiorno, 10 agosto 2016

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