L’orizzonte mobile di Daniele Del Giudice

Everybody needs some books to love

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Il primo meccanico quantistico della letteratura italiana

di Michele Trecca

I racconti. L”indice. Il primo è Nel museo di Reims. Grande emozione. Era stato riedito nel 2010, dopo ventidue anni. Un evento. Quelle poche pagine, infatti, sono un gioiello della narrativa italiana contemporanea, una delle sue vette più alte. Chissà perché mancavano da tanto. Questioni editoriali. Nel 1988 il libro era stato pubblicato da Mondadori nella collana “L’Ottagono” insieme a sedici dipinti di Marco Nereo Rotelli. La nuova edizione era naturalmente di Einaudi, come tutte le altre opere di Daniele Del Giudice. La limpidità di un percorso letterario è una somma di dettagli. La coerenza editoriale è uno di questi. Della casa torinese Del Giudice è un nome storico, come altri grandi prima di lui.

Anche noi abbiamo fedeltà di cuore e perciò sempre care ci saranno le pagine ingiallite di quella vecchia edizione di Nel museo di Reims. Quelle pagine hanno segni che sono cicatrici, più che appunti. Riprenderle fra le mani, ripercorrerle e, prima ancora di leggere gli altri racconti del nuovo libro, riannodare a partire da esse le fila di parole e riflessioni antiche è tornare indietro negli anni, a quell’ebbrezza giovanile per cui ogni libro era la conquista di un nuovo orizzonte e per un’intervista volavamo da Foggia a Milano.

Quella volta lì raggiungemmo Daniele Del Giudice a casa sua nella centralissima via Solferino. Lo scrittore, romano d’origine, alternava allora periodi di soggiorno a Venezia con altri nel capoluogo lombardo. I rumori del traffico punteggiavano la nostra conversazione. «Per uno scrittore – fu il commento di Del Giudice – è importante cambiare posto: non per il paesaggio ma per il ritmo. Avevo bisogno dei rumori delle auto e dei tram, per sentire intorno a me la città, la vita degli altri. Venezia è un luogo unico ma è in un luogo comune come questo che puoi incontrare gli altri.»

Nel museo di Reims, invece, Barnaba incontra Anna. Barnaba, ancora giovane, è un ex ufficiale della Marina. È affetto da un male incurabile agli occhi, già non vede da lontano e sta per diventare del tutto cieco: «So che a ogni istante posso piombare in un buio pieno e nero». Barnaba siamo noi. Quelle parole potrebbero essere le nostre e quel «buio pieno e nero» qualcosa di più radicale, qualcosa come la morte. Queste, però, erano e sono nostre fantasie: il racconto le suggerisce, le autorizza ma non le legittima, procedendo implacabile per le sue ragioni interne. Così è l’arte, quando è vera: sempre sfuggente, inafferrabile. Le storie più semplici sono quelle più ricche di significati.

Da quando ha saputo che sarebbe diventato cieco, Barnaba ha cominciato ad amare la pittura. Ha deciso, infatti, di fissare come ultime immagini quelle d’alcuni quadri. È a Reims per vedere il Marat assassinato di David. Leggendo si è imbattuto nella figura e nell’opera del medico e rivoluzionario francese. Ne ha scoperto l’eccezionale acutezza scientifica e versatilità intellettuale. È rimasto affascinato. Sa tutto dei tanti ritratti a lui dedicati, almeno centocinquanta e nemmeno due che si somiglino. Barnaba ha scelto di andare a vedere quello del museo Reims. Lì incontra Anna. Dai suoi movimenti, lei ha capito che Barnaba ha dei problemi alla vista. Mentre guarda un quadro lo affianca e comincia raccontarglielo ma mente, lo descrive in modo non corrispondente al vero.

«All’origine del racconto – furono ventotto anni fa le parole di Daniele Del Giudice – non ci sono particolari intenzioni se non il mio desiderio di raccontare una storia d’amore tra due persone entrambe, in qualche modo, malate: l’una alla vista, l’altra nell’anima. Io penso che la più grande violenza che si possa fare nei confronti dell’altro, tanto più se si tratta di un cieco, è cercare di imporgli la propria visione, ed è ciò che fa Anna. La cosa più tenera che una persona innamorata può fare è, però, quella di accettare questa richiesta fino in fondo e, quindi, mentire a sua volta, incarnare un altro: come fa Barnaba, per permettere ad Anna di incontrare per un attimo qualcuno come lei; di incontrare, cioè, se stessa nel mondo. È questa per Barnaba la dimensione più alta dell’amore.»

L’amore, quello vero, è una sublime bugia. Non è una conferma ma una negazione di sé. È reinventarsi per incontrare l’altro e, quindi, riconoscersi, conoscersi di nuovo. In Atlante occidentale, nel 1985, attraverso l’incontro fra un giovane scienziato impegnato nelle sperimentazioni dell’acceleratore atomico di Ginevra e un anziano scrittore nella rosa del Nobel, Del Giudice aveva raccontato la nuova qualità degli oggetti del nostro tempo. I due protagonisti del romanzo avvertono con eguale intensità la portata epocale delle trasformazioni in atto nella nostra società.

Stanno cambiando – ci diceva Del Giudice trentuno anni fa attraverso i personaggi di Atlante occidentale – gli oggetti che ci circondano, attraverso i quali noi entriamo in contatto con gli altri e definiamo, quindi, il nostro modo di essere persone. Un tempo gli oggetti erano di pietra, legno, ferro e ci parlavano degli uomini, del loro agire: «Capire com’erano fatti, come funzionavano, che cosa si doveva fare per farli funzionare era una specie di formazione di sé e, al tempo stesso, un modo di conoscere il pensiero, l’idea, il comportamento degli uomini. In questo modo si poteva stabilire un’amicizia con il proprio tempo, la propria epoca, anche per rifiutarla, per contestarla…».

Oggi gli oggetti sono fatti di luce, come la televisione, il computer, ci appaiono inconoscibili e non sono più, come ieri, un tramite verso gli altri. Il nostro agire ora è guardare. Il nostro io sono immagini. È una grande rivoluzione antropologica: un tempo nuovo, una patria da conquistare stabilendo con essa un sentimento di appartenenza e contemporaneità.

Dobbiamo trovare una nuova familiarità con il mondo. «Ciò che è veramente straordinario e ci permette di andare avanti – ci diceva Del Giudice parlando di Atlante occidentale – è che i problemi e i sentimenti sono sempre gli stessi, fin dall’origine della nostra memoria, eppure sono ogni volta nuovi, modificati dalle cose che ci circondano, dalla tecnologia e dunque ogni volta possono essere raccontati nuovamente con intensità.»

Non è più lo stesso l’amore e neppure il dolore. «Il dolore, per esempio, prima era un sentimento forte; di cui subito si chiedeva conto a qualcuno con proiezione in senso verticale, metafisico. Era il dolore della Storia, dei Vinti, della Colpa. Oggi, invece, è qualcosa che ci mette in relazione con gli altri, offrendoci una possibilità ulteriore di conoscerli, forse ancora più profonda.»

Lo scrittore deve accettare la sfida del nuovo e tentare di dare forma, attraverso storie o ossessioni, a ciò che del presente ci appare inconoscibile. Deve comunicare agli altri con i suoi romanzi un sentimento del proprio tempo. È questa, secondo Del Giudice, la moralità e il fascino della scrittura: «Riesco a cominciare a raccontare solo quando ho l’impressione che non riuscirò mai a scrivere quella storia. Parto sempre da una condizione di rischio». Come quella d’un viaggiatore che s’avventuri verso il «più profondo e radicale dei Sud», l’Antartide. Quel «Meridione gelido» è l’oggetto di Orizzonte mobile, edito nel 2008. Il libro è un intarsio che unisce le memorie d’un proprio viaggio del 1990 verso quella Terra Incognita con i taccuini d’altre epiche spedizioni. Sullo sfondo Bruce Chatwin.

Orizzonte mobile ha la robustezza o grana letteraria di certe pagine delle Operette morali. I luoghi impervi del Sud estremo di Del Giudice valgono la desolazione del paesaggio in cui s’imbatte l’Islandese di Leopardi. In entrambi i casi la ricchezza immaginifica di un’intelligenza divertita e colta, una fantasmagoria di dettagli reali o d’invenzione vincono l’ostilità della Natura, sovrastando la sua arcigna Indifferenza con il tempestoso piacere dell’avventura.

Grazie a un impavido coraggio della verità nelle pagine del Dialogo della Natura e di un Islandese come in quelle di Orizzonte mobile l’umana passione della conoscenza celebra il proprio trionfo. Nell’interiore dell’Affrica non arretra l’Islandese di fronte alla Natura e al suo irrevocabile verdetto materialista del ciclo della creazione e distruzione, né arretrano in Antartide i membri della spedizione scientifica di Orizzonte mobile di fronte ai pinguini Imperator.

In questa luce del 2013 è anch’essa un’avventura al largo del grande mare della letteratura dove, scrive Del Giudice, «ci sono delle boe e sopra alle boe delle campane, e le campane che dondolano al movimento delle onde indicano dei naufragi, qui è naufragato Kafka, e si vede bene, qui è naufragato Conrad, guarda il segno, qui Hemingway, qui ha fatto naufragio Calvino». In quello stesso spazio di mare – proprio in quel perimetro, ampio ma ben delimitato dalle parole chiave: metamorfosi, responsabilità, avventura e rigore – c’è pure la boa dove è naufragato egli stesso, Daniele Del Giudice, poiché anche la sua scrittura «ha dato un’enorme zuccata contro i limiti del linguaggio, spingendo un po’ più in là il modo in cui ogni volta s’incrociano linguaggio e realtà, e ha dimostrato che la letteratura poteva essere anche un’altra cosa». Ma quali sono le coordinate precise di quel punto – finora sconosciuto alle carte perché proprio lì non si era ancora inabissato nessuno – dov’è la boa di Daniele Del Giudice? In questa luce ci guida proprio lì.

È, infatti, come un diario di bordo del suo lavoro di scrittura o, più precisamente, un libero intarsio di testi editi e inediti sui temi che l’hanno animata sin dall’esordio: le dinamiche nuove della contemporaneità colte esplorando il nostro diverso modo di percepire la realtà e, quindi, rappresentarla. Daniele Del Giudice s’è sempre avventurato con maestria, generosità e coraggio in libri, film e linguaggi tecnici per risalire alla fonte primaria delle nostre sensazioni. La luce e il tempo sono gli assi cartesiani delle sue pagine, anche di questo nuovo libro.

Quella di Daniele Del Giudice è una scrittura quantistica: ondulatoria e corpuscolare al tempo stesso. Essa, infatti, lascia libero corso alla fluttuazione delle contraddizioni assecondandole come in una danza di luce e ha il rigore deterministico del punto di vista esterno che concretizza le metamorfosi del pensiero in concetti chiari e distinti, benché «probabilistici». «Come osservatore moderno – scrive Del Giudice – non sono disgiunto dalla cosa osservata.» In questa «consapevolezza del linguaggio» è la responsabilità dello scrittore. Per Del Giudice essa consiste in una particolare attenzione alla sintassi: «A me piacerebbe essere uno scrittore barocco, gaddiano, ma sento il lessico come una trappola, una gabbia dorata… preferisco investire di più sulla sintassi, la nostra sintassi italiana è unica per capacità di snodo e complessità, di accelerazione e di rallentamento, ha una sua modulabilità che nessun’altra sintassi europea possiede».

La scrittura di Daniele Del Giudice è tersa come un cielo azzurro che con la sua limpidezza c’invita a staccare l’ombra da terra per scoprirne le rotte e i misteri fino a perderci nel suo infinito orizzonte mobile. Così ogni volta si perde uno scrittore di fronte alla pagina bianca del primo foglio. Così anni addietro si perse Saint-Exupéry nel suo Volo di notte. Così comincia e finisce In questa luce, un’intrepida avventura della conoscenza, un volo della mente, che per qualità e quantità di sentimenti e saperi commuove e inorgoglisce: oggi e ancora domani perché Daniele Del Giudice è il primo meccanico quantistico della lingua italiana.

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