Così è, se vi pare.

Everybody needs some books to love

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Tante sono le vie dell’arte. La verità è quella maestra. In essa poi tutte le altre confluiscono perché, infine, verità e bellezza sono una cosa sola. Il facilitatore di Sergio Rizzo è un romanzo che racconta l’Italia, così com’è. Rizzo sublima la cronaca in narrativa: dà robustezza d’individualità al protagonista e ritmo alla scrittura, cambia i nomi dei personaggi ma lascia i fatti come sono. Ne viene fuori tutta un’altra storia rispetto a quella dei manuali e dei discorsi ufficiali.

facilitatore

La verità, infatti, è che «la corruzione è la linfa vitale di questo paese… scorre nelle sue vene». Da sempre. «La Roma papalina non era meno corrotta della Roma imperiale. È stata anzi la perfetta continuazione di quell’impero che sopravvive ancora oggi. Ha solo cambiato nome. Si chiama Chiesa cattolica e la radice del potere è in Vaticano». La corruzione è la più grande industria nazionale: fattura il 5% del Prodotto interno lordo e con l’evasione raddoppia al 10%.

Sergio Rizzo è un grande giornalista (solo un titolo, La casta, con Gian Antonio Stella), perciò sa e ha anche le prove, ma lascia la parola al suo protagonista, Adolfo Ramelli, detto Bruno, il facilitatore. In questo modo può muoversi a proprio agio fra la verità dei fatti superando le barriere architettoniche delle carte giudiziarie. Come, per esempio, quando ipotizza che i cento miliardi di lire della maxitangente Enimont ai partiti della prima repubblica (il processo più clamoroso degli anni di Tangentopoli) siano passati attraverso il fantasioso e romanzesco ma reale don Aureliano Tarquini e la banca vaticana (I.O.R.).

Il facilitatore ha un profilo facilmente riconoscibile fra i volti noti dell’Italia di oggi. È un giornalista che dalla provincia è arrivato a Roma, poi ha lasciato le redazioni per fare pubbliche relazioni e infine consulenze. Approdato nella loggia massonica P2, per un puro caso il suo nome non è nei registri sequestrati dalla magistratura. Scampa così al clamore mediatico, eredita i segreti dell’organizzazione e come una sorta di uomo invisibile smista il traffico delle nomine e delle mazzette in ogni crocevia affaristico. Nel racconto in prima persona del facilitatore non manca neanche una tessera degli scandali, misteri e infamie nazionali degli ultimi decenni, comprese le vicende romane più recenti. C’è tutto, come nella pancia della balena di Pinocchio.

Il punto di forza del romanzo è, però, la verità umana di Bruno Ramelli, che non è per nulla il cattivo di turno o semplicemente il calco del talaltro. Bruno Ramelli ha un amore (rimpianto), ha moglie, ha figli, poi una compagna ma soprattutto coerenza e orgoglio di rappresentatività sociale. Si sente legittima espressione di un mondo nuovo, diverso da quello dei propri genitori. La corruzione – sostiene Ramelli – fa girare l’economia, anche con le opere inutili. Crea lavoro, per tutti: anche per i magistrati, con gli arbitrati.

Drammatico e commovente, perché ad armi pari, il confronto alla vigilia dell’arresto con la madre novantenne e ormai cieca che, all’ombra dell’abete piantato dal padre, in nome dei valori familiari, chiede al figlio di pentirsi e rivendica la saggezza dell’onestà e della vergogna: quella che ti fa preferire morire piuttosto che truffare la collettività. Il dubbio per Bruno Rovelli, però, non è morale. È: ne valeva la pena? Tanti soldi e tanto potere, ma altrettanta solitudine. Perciò pensa con invidia alla forza interiore di quell’uomo (anch’egli noto alle cronache del recente passato) che non solo ha scontato la sua pena, unico fra gli inquisiti della tangente Enimont, ma poi ha saputo cambiare la propria vita dedicandosi al volontariato sociale, come già in carcere.

Ne valeva la pena?, si chiede Bruno Ramelli. In realtà anch’egli è prigioniero del sistema, come la politica e con essa l’intera società. «Il sistema era al servizio della politica e tratteneva per sé solo una modesta provvigione. Dopo la storia di Tangentopoli, invece, i rapporti di forza si sono ribaltati completamente, e la politica è passata al servizio del sistema… che è diventato indipendente. Come le macchine in quel film con Arnold Schwarzenegger, Terminator». Ora siamo a un punto di rottura e, avverte Ramelli, «potrebbe non finire come Tangentopoli».

A quel tempo la magistratura ha supplito la politica facendo pulizia nella casa dei partiti, il giornalismo d’inchiesta e una variegata narrativa politica (non più solo di colore “giallo”) oggi suppliscono il silenzio, spesso connivente, della società civile.

Michele Trecca

(Gazzetta del Mezzogiorno, 22 novembre 2015)

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