Chet is back

Books brothers, il blog di Michele Trecca

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Passa la bellezza

14 settembre 1985, Chet Baker suona a Foggia

… e allora, come l’ha suonata My funny Valentine, quella notte a Foggia? Con quale voce ha cantato… you make me smile with my heart… ? Chissà se trent’anni fa il suo cuore ha sorriso almeno un po’, nella nostra città.foto 1

Noi non c’eravamo, quella notte, e non sappiamo. Anzi, abbiamo sempre tenuto il concerto di Chet Baker al Foggia Jazz Festival nella free zone al confine fra realtà e leggenda. Anche perché tracce in rete non ne abbiamo mai trovate, se non un riferimento al programma di quella dodicesima edizione del 1985 dove è detto: 14 Settembre, Chet Baker Trio. Con Philip Catherine, chitarra elettrica, e Jean-Louis Rassinfosse, contrabbasso. Però nessuna documentazione successiva all’evento. Possibile?

Eppure quello è stato il culmine di una tradizione di lunga data. Il jazz a Foggia l’hanno portato gli americani. Dopo le bombe. Insieme al chewing-gum. Scandì la rinascita della città. Si suonava dappertutto: al Giordano, al Flagella, al Cicolella. Piaceva in particolare ai più giovani, per esempio Renzo Arbore, conquistato dalle note di Stan Getz capitato anche a Foggia, e Riccardo Di Filippo, autore di una monumentale Enciclopedia del jazz, un documento unico per rigore e completezza informativa, peraltro disponibile in rete. Molto attivo fino al 1955 il Circolo 3 Bis: tanti artisti e appassionati di musica, fra cui Tony De Mita. Fu lui a inventare il Foggia Jazz Festival nel 1974 e ad accudirlo amorevolmente nel “salotto di corso Giannone”, davanti al suo bar.

Spente le luci di quel palco in prima fila, il jazz a Foggia ha continuato come brace a scaldare il cuore degli appassionati in altri modi e luoghi. Per esempio, il Moody Jazz Cafè. Ora il festival è tornato. Ha trovato casa al Giordano e porta il nome del più grande musicista foggiano. Come una magia neurologica, si stanno saldando terminali nervosi sfilacciati: la sensibilità di ieri e la nuova febbre dei tempi.

C’è, però, un’appendice altrettanto bella, da noi appresa contestualmente alla lieta novella della prima edizione del nuovo festival. Ebbene, non solo trent’anni fa Chet Baker a Foggia poi ha suonato, come da programma, ma di quel concerto c’è la testimonianza massima, la prova regina: una registrazione audio. Come dire: Chet Baker live a Foggia.

Sia chiaro. Abbiamo letto la monumentale biografia di Matthew Ruddick, Funny Valentine, sottotitolo La vita di Chet Baker, Arcana 2014. Seicentosettantuno pagine che non lasciano fuori, per così dire, neppure uno starnuto della vita dell’artista. Soprattutto del suo versante musicale, com’è giusto. Ebbene nel XIII capitolo, Diane, 1984-1985, il concerto di Foggia neppure è menzionato. Pagina 552: «Chet ritornò in Europa nel settembre del 1985. Doveva partecipare a un concerto con una big band italiana… Baker si trattenne in Italia per qualche altro concerto e poi tornò in Belgio, a Liegi, da Jacques Pelzer». Tutto qui. Dunque, non è che a Foggia c’è il Sacro Graal del jazz. Questo è chiaro.

Però. C’è una questione critica aperta nella storia musicale di Chet Baker. C’è chi dice che abbia buttato via il suo talento per quelle storiacce di vita che sappiamo e che Ruddick nell’introduzione della sua biografia riporta attraverso la testimonianza di un amico d’adolescenza di Chet Baker, il flautista e sassofonista Bud Shank: «La tragedia è che quando divenne un tossico smise di evolvere musicalmente. Abbiamo perso una stella. Non sappiamo dove sarebbe potuto arrivare. Dagli anni Cinquanta in poi, per lui è stata una lunga discesa. Questo è quanto». E ancora, riporta Ruddick, Wynton Marsalis disprezzò profondamente la produzione chetbakeriana degli anni Ottanta.

Invece, dice Mike Zwerin, critico musicale dell’International Herald Tribune e cornista con Miles Davis in una delle incisioni del leggendario Birth of the cool: «In una sera di buona forma – e purtroppo non ce n’erano abbastanza – verso la fine della sua vita, quando aveva più di cinquant’anni, Chet suonava come i migliori di sempre». Infatti, a novembre 1985, con una formazione diversa da quella di Foggia (Michel Grailler, piano, e Massimo Moriconi, contrabasso), registrò dal vivo a Macerata «il superbo» Live from the moonlight.

Nel 1986 e nel 1987, dopo lo scioglimento del trio con Rassinfosse, Philip Catherine suonò di nuovo occasionalmente con Chet Baker. Questa la sua testimonianza: «Ormai non stava bene, né a livello fisico, né a livello mentale». «Eppure, – ribadisce Ruddick – verso la fine del 1985, Baker era ancora in uno stato di grazia, almeno per la maggior parte del tempo.»

… e allora, come l’ha suonata My funny Valentine, quella notte a Foggia? Con quale voce ha cantato… you make me smile with my heart… ? Peraltro, quel trio si sciolse a fine settembre e il concerto di Foggia (con quello di Locorotondo) fu uno degli ultimi (o l’ultimo addirittura) di Chet Baker con Philip Catherine e Jean-Louis Rassinfosse: un sodalizio musicale di anni, tre musicisti e un cuore solo, una formazione tra le migliori della vita artistica “dell’angelo dalla faccia sporca”. Quando suonarono a Foggia, stavano per andare ciascuno per la propria strada, e lo sapevano.

Che notte, quella di Chet Baker a Foggia il 14 settembre 1985! Forse si può aggiungere qualcosa alla biografia di Ruddick. Chi sa ci dica.

Passa la bellezza è il titolo di un romanzo di Antonio Pascale (Einaudi, 2005)

(Gazzetta di Capitanata, 13 settembre 2015)

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