Anni Ottanta, le nuove ragioni dello spirito del tempo

Books brothers, il blog di Michele Trecca

Everybody needs some books to love

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Tondelli, Pazienza, De Carlo, Lodoli, Tabucchi, Del Giudice, Busi, Veronesi, De Luca

Siamo in macchina. Stiamo andando dall’aeroporto di Bari a Foggia, dove l’indomani ha una presentazione del suo nuovo romanzo. Parliamo di narrativa italiana. A un certo punto diciamo: «Negli anni Ottanta c’è stata una grande svolta. Nell’’86 L’Espresso organizzò addirittura un dibattito in redazione con i giovani scrittori – erano chiamati proprio così – Tabucchi, Del Giudice, Tondelli, Pazzi da una parte, Guglielmi, Moravia, Manganelli e Sanguineti dall’altra. Hai presente?» «Ma se avevo quattro anni…» Replica Paolo Giordano, riconducendoci con disarmante evidenza alla realtà del momento. Allora, pensiamo, è giusto ricordare come certi autori abbiano affondato nella viva carne dei «banali» (Vassalli) anni Ottanta le nuove ragioni dello spirito del tempo.

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Cominciò Pier Vittorio Tondelli proprio all’inizio del decennio con le pagine rock di Altri libertini. E fu subito censura. Il libro fu sequestrato per oscenità ma tornò presto in commercio. Solo un folle poteva pensare di fare delle pagine un muro e tenere fuori dalla letteratura la grande rivoluzione del costume che già aveva invaso le altre arti, a cominciare dalla musica. Una generazione aveva affermato il proprio diritto alla diversità. E Tondelli per primo la raccontò insieme, sempre da Bologna, al suo amico di San Severo (Foggia) e studente del Dams Andrea Pazienza. Bang bang, non si può fermare il tempo, non si può mutare il vento (Equipe 84). Viaggi e voglia di avventura, una generazione aperta al mondo anche con Andrea De Carlo in Treno di panna (’81), ma ormai per i nuovi giovani era il momento del debutto in società facendo valere il proprio talento nella professione. Ed ecco risplendere, insieme a quelle di New York, le mille luci di Rimini, ‘85. Le forme della creatività stavano mutando con fervida e alacre fantasia soprattutto provinciale e Tondelli osserva e racconta (Un week end postmoderno, ‘90). Intanto in un suo romanzo dell’’84 Andrea De Carlo immagina un trentatreenne che conquista il potere grazie a un uso spregiudicato dei mezzi di comunicazione: le parole degli altri politici sono giri a vuoto di formule logore, quelle di Macno (macho e tecnocrate) sembrano energiche e nuove. Dice niente?

Gli eroi di Marco Lodoli (Diario di un millennio che fugge, ’86) sono, invece, «cascami di una cultura umanistica che conserva ancora certi valori e vive in una dimensione più lenta delle cose, più pensata, e, proprio per questo, più fallimentare, epigoni di una generazione d’idealisti (come quella degli anni Settanta) votati al fallimento perché già rosi dal male di vivere». Essi hanno, però, una grazia metafisica e surreale che li rende unici e universali. Con Antonio Tabucchi lo sguardo si perde nell’oceano inseguendo, per esempio, in Donna di Porto Pim (’83), il punto di vista di una balena sugli uomini: «E come dev’essere penoso il loro amarsi, e ispido, quasi brusco, immediato, senza una soffice coltre di grasso…» Insieme alla cultura portoghese e a Pessoa, Tabucchi ci ha insegnato ad amare una parola, saudade, che è «una categoria dello spirito» ed è la dimensione esistenziale di tutte le sue opere. Saudade è nostalgia, rimpianto per «quell’altrove teorico e plausibile» che le nostre vite sarebbero potute essere se Piccoli equivoci senza importanza (’85) non si fossero rivelati invece svolte decisive bloccandoci in un presente irreversibile. Di anime, però, ne abbiamo tante, «una confederazione», e con la forza dei sogni ci si può sempre ribellare, sostiene Pereira. Antonio Tabucchi è stato maestro d’impegno civile.

In quei primi anni Ottanta illuminava le nostre vite la luce di nuove piccole divinità domestiche, e non solo. Dopo la televisione, il personal computer e monitor in ogni dove. Fu Daniele Del Giudice in Atlante occidentale (’85) a cogliere la loro portata sentimentale. Un tempo gli oggetti ci parlavano degli uomini: «Capire come erano fatti, come funzionavano, che cosa si doveva fare per farli funzionare era una specie di formazione di sé e, al tempo stesso, un modo di conoscere il pensiero, l’idea, il comportamento degli uomini. In questo modo si poteva stabilire un’amicizia con il proprio tempo, la propria epoca, anche per rifiutarla, per contestarla». I nuovi oggetti di luce, invece, appaiono inconoscibili: non sono più, come prima, un tramite verso gli altri. È necessario trovare una nuova familiarità con il mondo. Una nuova alfabetizzazione sentimentale per vincere la solitudine. Il dolore, l’amore vanno raccontati in altro modo. Tutta da riconquistare la legittimità che il romanzo classico ricavava da equilibrio e descrittività in un rapporto speculare con il reale.

Ecco allora Busi (Seminario sulla gioventù, ’84) con la forzatura estrema dell’energia nervosa della parola attraverso pastiche linguistici e paradossi (entro una cornice di pettegolezzi, corporalità e sarcasmo) continuamente rivolti a un approdo alto (stoccate da fromboliere) sulla spinta di una sintassi opulenta e barocca. Sandro Veronesi, invece, costruisce il proprio romanzo (Gli sfiorati, ’90) come Brunelleschi la sua cupola, «senza centinatura», e cioè scaletta o struttura portante, con il continuo rischio di una dura sfida estetica: disciplinare la forza centrifuga della curiosità e straripante passione conoscitiva nel rigore dello stile e nella griglia di una storia. Il gran circo narrativo di Sandro Veronesi è generosità, abbondanza, funambolico equilibrio dinamico di forze in contrasto.

Tutt’altra è la polarità espressiva di Erri De Luca, Non ora, non qui, ‘89. Nelle sue pagine le parole sono ridotte all’essenziale e ti vengono offerte come coltello «dal lato della lama», che sei costretto a serrare «nel palmo lungo il solco che i chiromanti chiamano linea della vita». Le parole di Erri De Luca parlano direttamente alle coscienze, perciò è grave che siano giudicate in tribunale: come accadrà il 21 settembre a Torino per alcune dichiarazioni dell’autore sulla lotta No Tav in val di Susa. Contro Tondelli l’accusa era di oscenità, contro Erri De Luca è d’istigazione al sabotaggio. Ma gli scrittori li giudicano i lettori.

Per quanto ci riguarda, nel nostro cuore, nell’anima fra ombre lontane di gente che è andata via sempre rimarrà il ricordo grato degli autori di cui abbiamo parlato.

Gazzetta del Mezzogiorno, 3 settembre 2015

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