Ciao, babbo matto

Books brothers, il blog di Michele Trecca

Everybody needs some books to love

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Sebastiano Vassalli e gli anni Ottanta

Muori sempre un po’ anche tu: insieme a un amico, un amore, un maestro. Sebastiano Vassalli l’abbiamo incontrato la prima volta trent’anni fa, a Pisnengo, vicino Novara, dove viveva in solitudine in una canonica abbandonata che era riuscito ad avere in affitto. Bella, dicemmo. E così era, davvero, con l’orto molto curato e una certa suggestiva austerità. «Sì, però qui d’inverno fa freddo e non ci sono i termosifoni», rispose. Poi aggiunse: «Oggi c’è troppo frastuono e la parola è la cosa più inflazionata. Chiunque voglia scrivere seriamente ha bisogno di un posto come questo. E deve trovarlo: anche nel cuore di Parigi».

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Era appena uscito per Einaudi La notte della cometa, biografia romanzata di Dino Campana, il folle di Marradi, per Vassalli la sua Vita nova. E per la letteratura italiana un punto di non ritorno: la liquidazione delle avanguardie, già decretata di fatto qualche anno prima da Umberto Eco con Il nome della rosa (1980). Quel decennio si concluse con La chimera, premio Strega 1990 (Eco lo aveva vinto nell’Ottantuno: poi dice che i premi non servono, certi qualche volta scandiscono la storia). Fra l’uno e l’altro titolo una ricchezza e varietà di voci ancora oggi fondanti come quelle di (in ordine di apparizione) Tabucchi, Tondelli, De Carlo, Del Giudice, Busi, Lodoli, Veronesi, De Luca.

Dopo la deriva ideologica e politica della letteratura nel periodo precedente, il testacoda Eco-Vassalli marcò, dunque, i primi confini della ripresa narrativa in Italia e cioè: il ritrovato orgoglio e la convinzione di poter (di nuovo) conoscere il mondo (o il carattere nazionale, nel caso di Vassalli) attraverso la fantasia e l’immaginazione di un romanzo anziché le verità (presunte) della Storia, di questa o quella parte. Come già pensava Manzoni, che Eco cita nell’introduzione de Il nome della rosa con la finzione del manoscritto e Vassalli ne La chimera affronta sul suo terreno, il Seicento, opponendo la strega Antonia alla candida Lucia.

A Pisnengo, nella canonica abbandonata, alle pareti c’erano tanti quadretti colorati e naïf come degli ex voto con i personaggi più in vista della nostra storia recente: da Scalfari a Curcio ad Arbasino… Sebastiano Vassalli in questo modo ringraziava il suo dio per essere sfuggito alle grinfie del conformismo politico e culturale. Il suo «babbo matto» Dino Campana, invece, lo aveva salvato dai falsi maestri delle avanguardie di cui da giovane era stato sodale: per lui, quindi, molto più che un ex voto, un libro, dopo quattordici anni di ricerca per sgombrare la sua storia da leggende e menzogne.

«La realtà – ci disse Vassalli in quel nostro primo incontro davanti al camino della canonica di Pisnengo – è che c’è all’origine un contrasto di fondo fra Campana e il suo tempo. Campana pretende di essere poeta – e sottolineo la parola essere – in un’epoca in cui chiunque può fare il poeta ma nessuno propriamente lo è. Questo contrasto diventa clamoroso (e tragicomico: con Campana che vuole accoltellare Papini) quando egli si accosta a quelli che fanno i letterati di professione e che sono attrezzati per farlo con le loro riviste, i loro caffè, i loro circoli. Campana finisce per essere alternativo a questi, che sono più propriamente filosofi, secondo la distinzione di Leopardi, a questo loro modo di intendere la poesia come tecnica cerebrale, per cui essi devono negare Campana, e lo faranno anche dopo la sua morte, perché se lui esiste non esistono loro.»

È un’idea d’arte ardua e aristocratica («Tutto è sforzo individuale») quella che Campana va maturando già ventenne e che lo spingerà a considerare i letterati del suo tempo «dilettanti senza solide basi e senza serie aspirazioni», ad accusarli di dilapidare la tradizione artistica italiana e di essere soltanto dei parvenu, dei ladruncoli.

I libri ti cambiano la vita. Succede. Per Vassalli è stato così. «Il lungo studio e il grande amore che fece cercare a Dante il volume di Virgilio nacque dalla stanchezza, dal dispetto per i suoi contemporanei dello stil novo. In fondo, fatte tutte le debite proporzioni, credo che il processo sia lo stesso. Chiedo scusa per il paragone, ma Campana è stato un po’ il mio Virgilio.»

La religione, le ideologie, il marxismo sono mostri carnivori, chimere: noi ci consegniamo di volta in volta all’una o all’altra nell’eterna, insopprimibile illusione di sopravvivere alla morte. Poi paghiamo il conto. Finché qualche folle, col proprio sacrificio, d’illusione ne inventa una nuova, e noi puntualmente torniamo a crederci forti o addirittura immortali. Ma, siamo solo «fumo, polvere, ombra, nulla», diceva Vassalli citando Góngora, e d’un uomo tuttalpiù resta la sua storia, se è così fortunato che qualcuno ne raccoglie le tracce e la racconta: e questo era per lui l’antico, umile e nobile mestiere di scrittore.

Quando muore un grande, muori sempre solo un po’ tu che lo hai amato. Egli vive.

Gazzetta del Mezzogiorno, 25 agosto 2015 (1 – continua)

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