Giochi di potere, giochi di parole

Books Brothers, il blog di Michele Trecca

Everybody needs some books to love

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Potremmo prenderla alla larga e dire e argomentare che la vena fantastica e surreale è storicamente minoritaria nella tradizione letteraria italiana. La rappresentazione e critica sociale dei nostri narratori da sempre per lo più s’incaglia nella rete a trama fitta del reale e di Astolfo sulla Luna o a zonzo come Marcovaldo in città sono andati e vanno in pochi. Qualcuno, però, sempre c’è.

foto 1

Quest’anno, per esempio, gli ultraquarantenni Enrico Ianniello e Andrea Scanzi con La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin e La vita è un ballo fuori tempo. Due esordi, ma solo narrativi perché sia Ianniello sia Scanzi sono volti noti: il primo attore, l’altro giornalista. Entrambi a tutto campo. Ancor di più, dunque, una sorpresa i loro romanzi: nessuna rendita di posizione della popolarità già acquisita (in particolare televisiva). Tutt’altro. Una sfida – importante e già premiata da ottimi riscontri, critici e di pubblico – che comincia con un gioco: quello dei nomi. Alla maniera, per esempio, e non a caso, di Benni.

ianniello

Il protagonista di Ianniello è Isidoro, detto Sifflotin, dalla traduzione francese di “fischiare” per il suo talento in quell’arte; la madre, invece, si chiama Stella Dimare, due parole che «insieme stanno bene come una maglietta con i pantaloni». Per la stessa ragione al paese (in Irpinia, nell’anno fatale 1980) ci sono Giardino Fiorito (figlio di Beppe Fiorito), Ala Madonna (figlia del devotissimo Tonino Madonna) e via di seguito.

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Scanzi, invece, s’è inventato Lupinia, che dove sia non si sa ma la sua specialità è la maionese di lupini, vivamente sconsigliata. Protagonista del suo ballo fuori tempo è Stevie, come il musicista blues Ray Vaughan, quarantacinquenne giornalista del quotidiano La Patria, riluttante esegeta delle imprese della locale squadra di calcio, la Dinamo Brodo: primo risultato nel tabellone del romanzo una sconfitta 7-0 con la Cicerchia Regna (titolo, La Dinamo cede con onore, ordinaria imposizione del direttore-padrone J.J. Cernia da Stevie regolarmente subita). Con lui al giornale c’è Rayban Seganti, venticinquenne ancora fresco d’ideali come, su ben altro versante anagrafico, l’ottantasettenne Obdulio Vaiana.

I nomi sono conseguenza delle cose. Ianniello e Scanzi inventano parole (d’ogni tipo) perché nei loro romanzi protagonisti e affini sognano o rimpiangono la rivoluzione e un mondo nuovo.

Isidoro Sifflotin immagina addirittura un «fischiabolario… per dare una lingua ai perseguitati che avrebbero potuto usarla per unirsi, parlarsi, organizzarsi, difendersi! Avrebbero cambiato il nome agli oggetti, si sarebbero scambiati messaggi clandestini… con dei semplici fischi, e finalmente avrebbe trionfato la giustizia».

Anche il sinedrio degli anziani capeggiati dal nonno di Stevie la rivoluzione proverà a farla con le parole cambiando nel corso di una diretta televisiva a reti unificate quelle del ministro Elena Pia Bozzo e del premier Bacarozzi, ogni riferimento all’attualità politica è fortemente voluto. Verità contro propaganda: questa la lotta partigiana dei vecchietti di Scanzi, esperti informatici che hanno messo in piedi una piccola impresa di videogiochi per persone della loro età. Il nonno di Stevie non a caso si chiama Sandro, come Pertini, al quale anche papà Quirino affida idealmente il suo Isidoro: «Continui a insegnare a mio figlio a fare l’uomo, presidente». Pertini, «l’òmmo», è snodo morale dell’uno e dell’altro romanzo.

A voler, invece, far caciara col cinema si può dire che in Ianniello c’è Fellini e in Scanzi Monicelli. Da una parte la critica sociale inclina alla poesia fino a una sorta di realismo magico, dall’altra s’innerva di satira con robuste venature di grottesco. Armoniosa è la melodia di Ianniello, franta e dissonante quella di Scanzi. Il primo racconta una formazione, l’altro «una vita al contrario». Per Sifflotin il sogno è l’orizzonte, per Stevie un rimpianto. Entrambi gli autori non fanno falsi in bilancio ma dichiarano pubblicamente fra le righe i propri debiti letterari e culturali, sono tanti (a voi il piacere di scoprirli) e ciò che per alcuni è un limite a noi pare onesto e suggestivo.

«Sparte e capisce», separa e capisci, insegna la mamma Stella Dimare al figlio Isidoro. Sparte e capisce, è anche il nostro invito a quanti invocano canoni e antiche società letterarie. Per esempio, dice oggi Asor Rosa, il popolo s’è ridotto a massa, di manovra del potere, gli scrittori a storyteller, e cioè narratori d’intrattenimento entro parametri standardizzati. Ha ragione? Boh. Egli stesso, però, dice: «Gli “effetti individuali”, qualora vi siano, non possono non essere fondamentalmente di natura linguistica e stilistica». E anche: «Non c’è lingua, non c’è stile… che non nasca dal ripensamento di una lingua e di uno stile di qualcuno che c’era prima». Buona la seconda, che è esattamente quello che abbiamo cercato di fare in questo intervento. Sparte e capisce. La bellezza è nei dettagli. Come il diavolo. Ogni romanzo una singolarità. Come in Fisica.

(Gazzetta del Mezzogiorno, 21 luglio 2015)

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