“L’età della febbre”

Christian Raimo e Alessandro Gazoia
L’età della febbre
(Minimum fax)

Recensione a cura di Michele Trecca

minimum fax cop

Ci piacciono i grandi maestri. Per esempio Beuys: «L’arte è la scienza della libertà» (Cos’è l’arte?, Castelvecchi, 2015). Non c’è sintesi d’estetica più fulminante ed efficace di questa del leggendario artista tedesco innamorato di Foggia e del Gargano. Bene hanno fatto Christian Raimo e Alessandro Gazoia ad avanzare soltanto una richiesta agli autori invitati a scrivere per l’antologia di Minimum fax: che il testo fosse bellissimo. Per il resto, libertà assoluta.

Il risultato è L’età della febbre, un libro di undici racconti di altrettanti autori fra i trenta e i quarant’anni che nel volume in oggetto hanno tutti liberamente sbrigliato la parola nel rigore di nuove geometrie letterarie. Sparigliando generi, scuotendo inerzie, incrinando certezze. Attraversare e superare il presente con i suoi oppressivi vincoli di realtà è la febbre comune che surriscalda le righe dei diversi racconti. Pagina dopo pagina, con la colorita specificità di ciascun racconto, nel suo insieme l’antologia è una coraggiosa carovana nel deserto: la verità se c’è è un’oasi chissà dove oltre il velo allucinatorio delle apparenze. I curatori la chiamano quest o ricerca collettiva. Nei modi sempre obliqui della letteratura è un rifiuto sia della condiscendenza consolatoria di una rappresentazione mimetica delle paure sociali sia dello speculare ottimismo di certo storytelling o narrazione del potere politico dominante.

C’è chi li chiama TQ per ragioni anagrafiche identificandoli con i decenni dei loro anni. Gli undici dell’antologia, scelti volutamente fra quanti finora non hanno pubblicato con Minimum fax, dai due curatori sono investiti, però, di una rappresentatività piena, non soltanto generazionale. Scrivono, infatti, nella prefazione Raimo e Gazoia: «Ci siamo ispirati a un doppio e altissimo modello: il New Yorker negli Stati Uniti e Granta nel Regno Unito, due riviste che a cadenza decennale dedicano una loro uscita a un’antologia dei best under 40». Essi, quindi, ricordano che nel 1983 la rivista inglese pubblicò Ian McEwan, Kazuo Ishiguro e Salman Rushdie, mentre nel ’99 quella statunitense David Foster Wallace, Jonathan Franzen, Jhumpa Lahiri. Dieci anni fa, invece, Minimum fax pubblicò autori oggi «imprescindibili» come Valeria Parrella, Emanuele Trevi, Mauro Covacich e Paolo Cognetti. L’appuntamento ora è nel 2025. Secondo Raimo e Gazoia allora potremo apprezzare l’alto peso specifico di Violetta Bellocchio, Emmanuela Cabré, Claudia Durastanti, Manuel Fior, Vincenzo Latronico, Antonella Lattanzi, Rossella Milone, Vanni Santoni, Paolo Sortino, Chiara Valerio, Giuseppe Zucco. Loro ci scommettono.

A noi più che le individualità interessa il gioco di squadra, che è di alto profilo perché nell’antologia l’affermazione generazionale assume il respiro di un’ansia sociale di libertà. I diversi racconti sono momenti di una stessa partita che in alcune fasi di gioco s’infiamma in azioni particolarmente spettacolari e incisive.
Già in apertura con Quel sollievo di Vincenzo Latronico (1984) è subito frizzante e tondelliana la qualità dell’aria dell’antologia. Cosmopolita e disinibita, fra Torino Livorno e Berlino, omo ed eterosessuale, nuove professioni informatiche, droghe e residui valoriali piccolo borghesi, la ricchezza umana di Leonardo, il protagonista, è scossa dal risultato di un esame: positivo al test dell’Aids. Immediatamente egli vola a Berlino per un corpo a corpo con il cuore amoroso della propria storia o “cattivo maestro” all’origine del male. Quel sollievo è un’appassionante resa dei conti generazionale.

In Un posto nel mondo di Rossella Milone (1979) il confronto è a distanza fra le storie parallele di fine estate di una madre (Anita) e dei suoi figli (Beatrice e Matteo). Anita è al lago di Nemi nel solito albergo per la consueta vacanza con gli amici di sempre. Beatrice in giro per l’Europa con artisti di strada, il fratello a New York dove fa il barman o, come dice lui, il bartender. Nella triangolazione familiare serpeggia la corrente ad alto voltaggio di una profonda inquietudine sentimentale. Su chi si addenserà questa tensione? Anita è fragile come Emma. Beatrice una svagata figlia dei fiori. Matteo è perso nella propria linea d’ombra. Il finale è un sorprendente cortocircuito esoterico.
In Alta marea Emmanuela Carbé (1983) sfida il tempo e immagina il futuro di sentimenti quotidiani ed eterni in un mondo fantascientifico ad altissima e magistrale definizione. Da Orwell a Dick, fragilità, malattia, amore filiale e materno, solitudine sociale, competitività professionale hanno struggente forza di commozione nel non luogo ipnotico della Carbé.

Paolo Sortino (1982) con un colpo di scena fa del fantasy un’inquietante catarsi dell’orrore. Come una banda partigiana, peggio dei naufraghi di Golding, un gruppo di ragazzini espugna la valle e impazza con innocente, inarrestabile, smemorata ferocia. Il casco verde con il suo estremismo catalizza paure ancestrali, radicate nel nostro immaginario e ribadite di continuo dalla cronaca. Nel racconto aleggia il ghigno sornione dell’ambiguità.
La barese Antonella Lattanzi (1979) con il suo conclusivo Television version riavvolge in un loop il nastro dell’antologia. Un colpo secco di pistola in un pub romano spegne quei barlumi di speranza che in vario modo erano emersi come vene carsiche nei vari racconti dell’antologia. Alessandro e Nico ce l’hanno fatta. Sono venuti fuori da un momento difficile. Hanno aperto il locale che volevano. Hanno l’amore e l’affetto di Anita. È la notte di Halloween. Ci sarà tanta gente e un bell’incasso. Al mattino svaniranno le ombre lunghe dei timori per quelle analisi appena ritirate da Ale. L’alba, però, è lontana e Antonella Lattanzi cala bruscamente il sipario prima che se ne intravedano le luci.

L’età della febbre per la sua qualità letteraria è antologia degna di fede e ci dice che «chi è diventato adulto negli ultimi vent’anni in Italia» ha già preso in carico quel mondo «postumo e precario» che i padri stanno lasciando più povero di prima. Non teme la complessità. Né ha paura di esser solo e nomade. Ha nella propria agenda al primo posto la libertà. Chissà quante volte ancora, però, questa gioventù sarà fermata da un colpo balordo della sorte e chissà quante volte ancora dovrà rifare il cammino e la fatica. Come Sisifo.

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