Erri De Luca da “Parola d’autore” di Michele Trecca

ERRI DE LUCA
Tratto dal libro Parola d’autore, di Michele Trecca

Profilo critico e intervista all’autore napoletano

DE LUCA FOTO 3

Non solo per la scrittura – che in limpida fiamma brucia tutto come un fuoco – ma anche per la vicenda biografica e le scelte di vita, Erri De Luca ha per noi veramente quell’autorevolezza etimologicamente connessa alla parola autore.

Da una giovinezza travagliata, aggrovigliata da tanti inizi che non hanno avuto seguito, comune a molti di quella generazione oggi quarantenne, un po’ naufraga e orfana dei propri miti fondanti, verso una complessa semplicità, un nitore lirico che sa di antico ma è specchio fedele di un bisogno profondo di «riduzione al minimo» fondamentale per mettere ordine nei propri conti esistenziali.

Dell’opera di Erri De Luca – napoletano ma da tempo residente a Roma – colpisce la mansueta ma coerente e caparbia radicalità di questo suo sforzo di riconciliarsi con se stesso e la propria memoria, di ritrovare nella scrittura le proprie radici. Nelle poche pagine di Aceto, Arcobaleno, dunque, saltando d’un colpo solo le scorie politiche e ideologiche che ne hanno condizionato la biografia, attraverso l’apparenza dimessa di un racconto sugli anni Settanta, Erri De Luca indaga alcune strutture di fondo della sua e dell’altrui coscienza. E mette in campo un assassino, un missionario e un ospite errante. Molto di più del profilo di una generazione. Molto di meno, dice l’autore.

«Quei tre personaggi – sostiene, infatti, De Luca – non hanno ambizione di rappresentare niente, sono solo voci della mia solitudine. Sono un assassino, un missionario e un ospite errante perché sono un misto di me e delle persone che ho incontrato. Questo libro Aceto, Arcobaleno, terzo in uscita, è in realtà il mio primo. Con quei tre personaggi sono cresciuto nel corso di molti anni, quelli delle mie peregrinazioni da un cantiere ad un altro, di città in città. Faccio il mestiere di operaio da quindici anni e per i primi dieci sono stato un operaio errante.»
– Chi è, invece, la voce narrante, l’abitante della casa che riceve le visite dei tre personaggi?
«È un vecchio che in una sera della sua vita viene visitato dai lampi di una tempesta e dalle voci dei suoi tre amici. Tornano alla mente le visite, tornano sotto una specie di visione che è una presenza più forte del sogno, più forte anche del momento in cui scorrevano su di lui quelle storie ed erano vite altrui che si versavano. Amo le visioni, quelle che viaggiavano negli occhi assorti dei bambini della città di Napoli quando ero bambino anch’io.»
– Oltre che vedere, il vecchio ascolta la pietra della casa, i suoi rumori. Da cosa nasce tanta capacità di ascolto della materia?
«Ascolto la materia perché è stata spesso l’unico suono intorno. Ho lavorato in posti in cui il frastuono ci faceva muti, tornavo in case vuote, scrivevo, leggevo, crollavo di sonno. Ho prestato più attenzione ai suoni che alle voci degli uomini, questa è la mia colpa più grave. Mi piace la materia, ci lavoro da muratore, ci gioco da scalatore che è il modo in cui trascorro il tempo libero.»

– Cosa racconta la pietra della casa?
«La pietra di quella casa suona filastrocche, vecchi proverbi, come quello che ritorna sotto forma di sentenza sulle storie dei tre amici: Pe’ mare nun ce stanno taverne. Il vecchio sa ascoltarle, sono suoni di sole consonanti alle quali lui sa aggiungere le vocali. È scritta così la Bibbia in Ebraico: solo consonanti, le vocali sono state aggiunte in epoca successiva e sono scritte sul testo sotto le consonanti.»
– Che rapporto c’è nella sua esperienza tra politica e scrittura? Quando e come è nato il bisogno di scrivere?
«Scrivevo da ragazzo, come molti. Durante gli anni degli scontri di piazza per me durati dieci anni dal ‘68 al ‘78, la scrittura si è rattrappita in lettere, in corrispondenza. Credo che la politica di cui ho fatto parte sia finita con il rapimento Moro e la strage della scorta, un atto che non era un gesto di rivolta ma dimostrava una volontà di potenza. Era il contrario di quello che in molti avevamo cercato: cioè essere persone migliori di quelle che combattevamo. Su quelle dimissioni dalla politica, non scritte né dette solo masticate in proprio, è rinata la mia voglia di raccontare. Cominciavo allora a fare mestieri di operaio. Scrivere per me è stato un lascito paterno. Ho fatto quello che mio padre aveva sempre voluto fare e a cui poté dedicarsi tardi, quando era già cieco.»

– Cosa ha significato per lei la politica? Qual è il bilancio della sua esperienza politica?
«Dicevamo politica ma era altro. Era la dimostrazione di un’estraneità. Sceglievamo l’urto anche sapendo che non avremmo ottenuto niente, era più importante pestare i piedi per terra, magari sui calli dei potenti, era più importante battersi che conquistare. Avevamo per statuto la povertà, per divisa panni molto usati. Avevamo per programma l’oltranza. Ho un bilancio in attivo di quegli anni, il passivo l’ho vissuto dopo, l’ho scontato da solo.»
– C’è chi distingue tra scrittori e narratori ed in questo caso lei sarebbe più scrittore che narratore e cioè più attento allo stile che all’azione, al racconto, alla trama: cosa ne pensa?
«Non ho dimestichezza con i termini letterari. Uno scrittore dovrebbe sapersi destreggiare con questi strumenti, ma io mi sento poco padrone della materia prima che tratto e che restituisco semilavorata. L’altra metà spetta a chi legge, disfarla o compierla, trasmetterla ad un amico o gettarla nel fiume. Sono un lettore di specie apocalittica, cioè dai libri che affronto mi aspetto la salvezza, la conoscenza, la felicità, anche per cinque minuti.»

°°°

«È un libro per cuori in fiamme»: dice Erri De Luca dell’Esodo, del quale ha appena dato alle stampe una nuova versione. «Perché – continua l’autore – se non si è presi da uno scompiglio, se non si è in sgomento, manca la spinta iniziale a stare in quelle pagine.» Le più tradotte, le più vendute… le meno lette: come tutte le altre del testo sacro. Un dato certo, quest’ultimo: che ognuno può verificare con se stesso. Perché mai? Affidiamo l’interrogativo alla segreta e insindacabile urna della coscienza. Intanto seguiamo la traccia offertaci da Erri De Luca.

Che così chiarisce il proprio rapporto con il testo sacro: «Ci si imbatte in libri solenni come in un evento naturale scatenato, che sovrasta». E aggiunge: «Si sta in un libro sacro come sotto le macerie di un terremoto in attesa di soccorso, o come appeso ad un chiodo durante una scalata in parete, quando una bufera improvvisa impedisce di continuare. Allora si sprigionano le risorse della resistenza e si pareggia il conto con l’immenso. Nessun quieto è adatto ad inoltrarsi.»
L’Esodo racconta la storia di Mosè, la liberazione degli ebrei dalla schiavitù egizia. È libro che «pullula di miracoli più di ogni altro in lingua sacra». Ma che cosa può suggerire oggi ai nostri cuori?
«Niente – ci risponde l’autore. – Quel libro non ammicca al nostro oggi. Siamo noi che dobbiamo, se vogliamo, andare verso di lui e fare molta strada per raggiungerlo, per intenderlo. Ognuno può incamminarsi, ma solo per una strada sua, quella di un altro è inservibile.»

Erri De Luca ha scelto quella più difficile: rifare tutto il percorso, tornare alla fonte «tentando il più forsennato ricalco dell’originale ebraico in lingua italiana: un’impresa finora mancante perché tutte le versioni in circolazione si ispirano alla traduzione greca del terzo secolo avanti Cristo, che io considero una sciagura. Come se la lingua inglese si impadronisse di un testo in sardo: lo travolgerebbe. Così fece la splendida lingua greca seppellendo sotto un diluvio di vocaboli e di scioglilingua filosofici la magra esattezza dell’ebraico».
– Può fare qualche esempio di come la sua versione si discosti da quelle in circolazione?
«Fin dal titolo: Esodo è nome greco di un libro che nella sua lingua è Nomi. Poi c’è la questione del nome di Dio, anch’esso di provenienza greca, che in ebraico ha altra forma. Ho scelto di prendere la lettera iniziale di quel nome nella sua lingua madre. Ho chiamato Iod il protagonista assoluto del libro sacro. È come chiamarlo D., ma con la volontà di usare un pezzetto almeno del suo nome d’origine.»

– Quali aspetti della lingua sacra l’hanno maggiormente colpita?
«Quella lingua ha ospitato la voce di Dio. Perciò le parole hanno un peso netto più grave. La voce di Dio dice: E sia luce e solo dopo questa frase la luce appare. Sono le parole a crearla, senza di esse resterebbe il buio. In lingua sacra commuove l’immensa potenza affidata alla parola.»
– Qual è la ragione profonda della sua fedeltà al testo?
«Cerco la fedeltà per trasmettere ad altri l’emozione che ricevo dalla lettura di quei libri in ebraico antico. L’italiano è lingua ospitale, si lascia strapazzare senza perdere in dignità e in senso dal lavoro di ricalco di una lingua sopra di lei. La fedeltà serve a far intravedere la forma semplice e potente della lingua sacra.»

– Nelle sue note c’è un controcanto all’interpretazione che dell’Esodo ha dato Thomas Mann Quali sono le ragioni della sua polemica con l’autore tedesco?
«Mann è il punto letterario più alto di un atteggiamento di conquista della ragione nei riguardi del sacro. Scrisse quattro romanzi sulle storie di Giuseppe e i suoi fratelli, ricamando sul primo libro della Bibbia. Poi scrisse la storia di Mosè in un racconto chiamato La legge. Pretese di naturalizzare l’infinita serie di prodigi che accadono nel libro Esodo/Nomi, di ricondurli a ragione affrontandoli col misurino impreciso della mentalità moderna che vuol tutto ridurre alla sua capacità di comprendere. Ma il sacro è fuori portata delle sue reti a strascico, non è un pesce, è il mare.»

– Con quale spirito ha imparato l’ebraico e tradotto La Bibbia?
«La Bibbia è un libro meraviglioso, anzi è un’intera letteratura che copre oltre un millennio di scritti. Io leggo e traduco l’Antico Testamento per leggere la lingua con cui Dio creò il mondo. Lo leggo e lo traduco con lo spirito di stare in un luogo remoto, con uno spirito di isolamento. È stata ed è una grande esperienza anche se non appartengo ad alcuna religione, non pratico alcun culto. In questi tempi si aspira a un’eternità da imbalsamati, si studia come sigillare la vita ed a me, invece, questa passione di lettore e di traduttore mi fa sentire contemporaneo di un’immensa schiera di lettori precedenti, persone che hanno speso il meglio della loro vita su quel libro. Mi sento contemporaneo di tutti i lettori di Bibbia, anche di quelli di questo secolo. Mi sento perciò anche del Novecento, ma niente di più di questo anche. Stare nel solco dei più distanti antenati procura un forte sentimento d’intesa con la fuga del tempo. Sono d’accordo con la sua corsa che fa di ogni vanità un mucchietto di polvere.»
– Che cosa ha cambiato in lei la scoperta della parola sacra?
«Mi ha insegnato l’ascolto. Prima stavo zitto e basta. Ora sto zitto e imparo ad ascoltare.»

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Forza con impudenza ogni mediazione – storica e intellettualistica – per restituire le sensazioni alla crudezza dei corpi e della materia, ammansendole però nel rigore di uno stile che «bada all’essenziale fondando una supremazia con il minimo» di parole. Parole che spesso hanno compiutezza di cadenze poetiche. Come questi due perfetti endecasillabi: «Restava nel fiato il denso d’abbracci/che non si erano potuti saziare». Non c’è anima e non c’è cuore nelle pagine di In alto a sinistra. Ci sono muscoli e nervi. Odori. E parole come sangue. Fluide nella similitudine. O raggrumate a cicatrice nello scatto analogico. Parole forti e dure. Che s’infrangono sulla coscienza del lettore con il fragore delle onde. E portano la gioia atterrita d’una massa che esplode consapevole della propria potenza selvaggia. Sono – quelle di Erri De Luca – parole offerte come coltello «dal lato della lama», che sei costretto a serrare «nel palmo lungo il solco che i chiromanti chiamano linea della vita.»

Eppure i racconti di In alto a sinistra (in parte già pubblicati negli anni scorsi su riviste quali Nuovi argomenti e Alp o volumi collettivi di giovani narratori come Italiana e Panta) non sono pennellate impressionistiche e soggettive e tanto meno semplici esercizi di bella scrittura. Nella loro ricchezza tematica essi racchiudono una trama ben definita e circolare, offrendosi addirittura come spaccato realistico e documento sugli anni Ottanta.
Che – come si sa – sul versante sociale hanno preso avvio da due eventi fondamentali: il terremoto in Irpinia, con il successivo strascico della ricostruzione, e i licenziamenti alla Fiat, con conseguente occupazione della stessa e marcia dei quarantamila.
Erri De Luca quegli avvenimenti ora li ripropone alla nostra memoria dal punto di vista del duro scacco di chi – napoletano ed operaio di provenienza borghese e liceale, spinto alla rivolta «dal calcio di mulo di una generazione» – in seguito ad essi si è ritrovato solo con i propri «errori diventati muti», con il proprio «sdegno sbriciolato», senza più «un’ira comune». E quindi straniero in patria e nel proprio tempo. In alto a sinistra è ricerca delle origini e attraversamento di questa estraneità.

C’è un prima e c’è un dopo, in questo libro di Erri De Luca. E c’è in mezzo un vuoto, in cui atroci rimbombano i colpi di pistola degli anni di piombo. C’è un’Anticamera – primo racconto del volume – e c’è un’uscita, In alto a sinistra: titolo dell’ultimo brano e luogo dove si posa l’occhio in avvio di lettura: là, dove la storia riprende.
Il prima sono gli anni giovanili dell’estraneità, che cova sotto la cenere nella coscienza inquieta dello studente infastidito dall’astrusa simbologia della fisica e attratto invece dalla terrestre animalità dello zoo. Lontano dalla scuola e dal puzzo della città. Per «rasentare reclusioni» e contare, nel giardino chiuso delle bestie, i passi della propria libertà. «Come assaggiare sangue, una libertà feroce, da braccato».
Il prima sono gli anni giovanili dell’estraneità, che precipita in contrapposizione ed ostilità nella furia cieca dello scontro di alunni e professori accampati in aula come soldatini in trincea.
Il dopo invece è il tempo successivo al licenziamento dalla Fiat. È l’anno del ritorno nella Napoli ancora impregnata della polvere del terremoto sulla quale «una ricchezza fresca scendeva a pioggia e si spartiva in sangue» e contro la quale l’autore «sbatteva» le pagine di Céline. Il dopo è il lavoro operaio a Parigi. È il nuovo approdo della solidarietà senza parole di chi intende «la responsabilità dell’ora e del luogo» in cui si trova. E scava da solo una fossa senza rinforzo di travi per risparmiare ad un algerino l’umiliazione di doversi procurare il pane con rischio di vita. Oppure, in bende in ospedale, scala «centimetri e secondi di abissi» per rimettere gli occhiali sul naso ad un malato terminale.
Il dopo sono le parole «di fianco» ad amori non ritrovati. Il dopo è quell’uscita in alto a sinistra, che il padre morente indica al figlio che lo accudisce. Invitandolo a non amare soltanto le pagine assolute degli antichi ma anche un poco i libri del proprio tempo. Come egli stesso li ha amati, leggendoli per intero fino all’ultima linea anche quando erano deludenti o presuntuosi. Come egli stesso li ha amati, «scrutando in essi i segni di un avvento… con la convinzione di affrettarlo…»
«Perciò ti dico di amare un poco di più il tuo tempo, perché potrebbe essere quello del Messia. Allora uscendo di casa al mattino per andare al cantiere metterai le spalle a nord e vedrai spuntare quel giorno dietro le case, il profilo dei campi, dietro il recinto, a est, in alto a sinistra.»

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La semplicità paratattica della scrittura di Erri De Luca è un punto d’arrivo, non di partenza. È il termine di un percorso, alla cui origine c’è un intento morale. Il suo processo stilistico di riduzione al minimo è una ricerca di verità. È un impegno di fedeltà al valore sacro della parola.
La semplicità è un punto d’arrivo, mai di partenza. È il termine di un percorso, alla cui origine c’è un intento morale. Il processo stilistico di riduzione al minimo è una ricerca di verità. Un impegno di fedeltà ad un patto extratestuale che incendia la parola.
Secondo un’ipotesi critica di Achille Bonito Oliva (Minimalia) c’è stata nell’arte visiva del Novecento «una linea italiana capace di racchiudere nel rigore delle proprie forme tratti di complessità non riducibili alla pura geometria». In narrativa noi la chiamiamo semplicità complessa.

Come attratti da una polarità magnetica, c’è stata nella nostra narrativa di fine millennio una confluenza di autori i più disparati nel grande disegno strategico o collettivo miraggio della riconquista d’un linguaggio capace d’imbrigliare la rocciosità e asprezza del reale nelle maglie larghe e duttili d’una paratassi narrativa come una rete, di quelle virtuali che nei filmati televisivi servono per illustrare i campi gravitazionali. Ordinate e quiete nel rigore del disegno, nell’animazione elettronica esse pulsano di misteriosi intrecci e forze. Nella visibilità e compiutezza dell’ordito riassumono la potenza selvaggia di una massa. L’immediata intellegibilità del costrutto è intrisa del sudore artigianale di chi si protende verso gli altri forgiando il proprio bisogno espressivo in forma comunicativa e colloquiale, disciplinando la parola nel periodo e nella pagina per dire quella verità che nel suo cammino essa ha scoperto, costruito o incontrato.
Aprile è il più crudele dei mesi, dice Eliot. Così la giovinezza… con quella sua ansia di fare che stringe in una morsa, implacabile, e divampa come un fuoco. Talvolta è amore, ma quello stesso sentimento quando si scontra con l’orrore del mondo fa presto a diventare furore. Tu, mio di Erri De Luca racconta l’uno e l’altro. Racconta un’età, nella sua dolorosa pienezza di vita.

La storia è ambientata in un’estate dei primi anni Cinquanta. Su un’isola, dove un ragazzo di città s’inselvatichisce imparando il mare da Nicola, il pescatore che accompagna lo zio nelle sue battute al largo. Lui è silenzioso, non fa imbrogliare la lenza, non fa mosse se abbocca il pesce, non si lamenta per il caldo, non fa tuffi dalla barca: perciò i due uomini lo portano con loro.
Per le stesse ragioni il cugino Davide, più grande di quattro anni, lo introduce nel suo gruppo tra ragazze già donne e giovani di buona famiglia con motorette e qualche barca. Ed anche lì lui se ne sta zitto, «in seconda fila… a guardare la loro allegria, il chiasso delle risate, la mischia delle voci…». Col grumo segreto d’una pena indefinita, che non gli illanguidisce il volto in un malinconico broncio ma lo tiene coi nervi tesi e i sensi accesi a respirare vita a pieni polmoni «su un precipizio di sentimenti» più grandi dei suoi sedici anni.
Fino a sentire sulla pelle, come fossero sue, le ferite della guerra. D’un tempo che, crescendo, diventa «piccolo» e i suoi «fatti non più remoti, ma recenti» si scontornano dall’alone leggendario dei ricordi d’infanzia (i racconti della madre) per mostrarsi nella loro crudezza di vicende infami delle quali chiedere conto a chi c’era e nulla ha potuto (come il padre) e proprio per questo vuole dimenticare.

Nicola è l’unico che gli parla della guerra. «Si’ capòtico», gli dice, ma poi si lascia andare e gli racconta della famiglia di Sarajevo che l’ha salvato dopo l’otto settembre da quei tedeschi che (col loro solito «impazzimento di fierezza») ora sono turisti sull’isola. Dove quell’anno è in vacanza anche Caia, di origine rumena e senza genitori, ospite di una ragazza del gruppo con la quale durante l’anno divide la stanza in un collegio in Svizzera.
Per il protagonista e voce narrante è subito «un calcio nel sangue» già alla sua prima risata «sonante come il crollo delle monete da un salvadanaio che si rompe… Ci si innamora così, cercando nella persona amata il punto a nessuno rivelato, che è dato in dono solo a chi scruta, ascolta con amore». Quel punto lui lo trova nel suo nome che non è Caia, in realtà, ma Haia, diminutivo di Haiele: perché lei è «ebbrea» – come gli dice Nicola con «due bi pesanti sulle labbra» – e i suoi genitori sono morti nei campi di concentramento.
Quell’amore di ragazzo frastornato diventa allora «collera verso un male» come di un dio severo che assurdamente voglia correggere il passato ed esplode nel gesto lucido e determinato di rabbia implacabile che chiude il libro ed apre forse la tumultuosa giovinezza dell’autore che aveva diciotto anni nel Sessantotto e ha attraversato la violenza politica degli anni Settanta.

Ma quell’amore di ragazzo diventa anche affetto e tenerezza come di adulto per una figlia piccola. L’impeto della giovinezza nei confronti di Haia precipita nella struggente naturalezza d’una maturità che disciplina e concentra tutta la propria passione in pochi gesti scarni e teneri di protezione – quelli di sempre, quelli di tutti – ma in essi la ragazza ritrova suo padre. Lo rivede, o vuole rivederlo, fino a equivocare certe parole con l’antico intercalare del linguaggio di famiglia, fino a chiamare il ragazzo «tate» come un tempo il padre.
Solo chi come De Luca non spreca le parole per compiacere ma le affonda nel vivo della carne con una costante fisicità dei riferimenti espressivi può trattare con commovente delicatezza una materia così infida e complessa e a forte rischio di retorica come lo speciale approdo metafisico del sentimento di Haia.
Tu, mio di Erri De Luca è paradigma eccelso di quella semplicità complessa (storie e frasi brevi di scultorea compiutezza per temi e verità complesse) che è uno dei linguaggi forti della narrativa italiana di fine millennio. Tu, mio «è sulamente mare, acqua e sale ma è funno, funno assai». Come il mare per Nicola.

°°°

Ci sono storie così, che non le puoi pescare, come certi frutti di mare. I datteri, per esempio: per prenderli devi buttare giù pezzi e pezzi di roccia. Devastare la costa, praticamente. Poi ci vogliono dieci anni, perché quelli ricrescano. Tre cavalli di Erri De Luca è un po’ così, come i datteri di mare: buoni ma proibiti. Detto in altro modo: c’è una bellezza che bisognerebbe vietarsi perché ha un prezzo altissimo per chi la pesca dentro di sé. Erri De Luca nel suo ultimo romanzo ne ha pagato il conto (raccontando con evidente sofferenza) ma ha ripartito i costi con il lettore imponendo alla sua scrittura un andamento nervoso e scorbutico che non dà confidenza e crea un filtro, una barriera contro i semplici curiosi.
Tipo: vada avanti o abbia piacere solo chi riesce ad intercettare i sentimenti profondi che covano sotto la superficie un po’ patetica d’una duplice storia (appena accennata: «non bisogna fare sfoggio di storie») d’amore e morte entro un contesto nella prima parte di dittatura e repressione (quella argentina che dal ‘76 all’82 «ha prosciugato un’intera generazione») e nella seconda invece di volontario esilio dagli uomini e rifugio tra i libri (solo quelli usati «perché ogni copia può appartenere a molte vite… e i libri dovrebbero spostarsi insieme ai passanti e morire come loro… consumati dai malanni, infetti, affogati… in qualsiasi modo tranne che di noia e di proprietà privata, condannati a vita in uno scaffale»).
Il protagonista del romanzo di Erri De Luca è un «marinaio spiaggiato» o un ronin (un samurai senza più padrone), un po’ come Jean Reno nell’omonimo film con Robert De Niro (naturalmente senza servizi segreti e missioni impossibili, se non quelle gratuite per la sopravvivenza e l’amore). Egli, infatti, per follia sentimentale, dapprima segue la giovane Dvora fino in Argentina e con lei e per lei combatte contro i militari ed uccide, poi si ritrova in fuga alle Falkland nel bel mezzo della guerra con gli inglesi e, infine, tornato in Italia, accetta e ricambia l’amore d’una prostituta e per la sua ansia di riscatto sarebbe di nuovo pronto ad ammazzare («Quel verbo una volta usato resta in corpo così, all’infinito»). Il finale è un colpo di scena.

Incontrandolo lo scorso anno a Bari in occasione della presentazione di Tu, mio, a proposito di quel romanzo (da poco in classifica e suo primo vero successo di pubblico e occasione di popolarità dall’esordio narrativo nell’89), a tu per tu Erri De Luca ci disse: Sta facendo un po’ troppo ‘u uapp. Non approfondimmo, probabilmente intendeva che quel libro stava raccogliendo anche i meriti dei precedenti o un certo carisma conquistato dall’autore con il rigore della propria persona (ex militante di Lotta continua, operaio in fabbrica, muratore, traduttore della Bibbia dall’ebraico) o forse intendeva che Tu, mio stava sfruttando la formula un po’ facile d’un romanzo di formazione con lingua fondamentalmente comunicativa e sfondo facile e abusato come le persecuzioni razziali durante il secondo conflitto mondiale. De Luca è un severo giudice del proprio lavoro. Le sue preoccupazioni erano eccessive.
Sta di fatto che con questo nuovo romanzo non ha voluto correre il rischio di tradire una storia ancora viva (nel libro anche i ricordi sono al presente) e perciò ha sciolto l’equivoco del patetismo accrescendo la densità semantica, inasprendo la lingua (con tagli bruschi come «Intanto bevo, rimetto naso al piatto, tra leggere e inghiottire» oppure «…Dvora è scesa in strada e mi fa segno e m’insegna e allora anch’io») e proponendo ai suoi nuovi lettori situazioni morali forti quali, per esempio, alcune brucianti riflessioni sul peso d’un omicidio (ricorrente nella sua opera fin dai tempi di Aceto, arcobaleno) e, viceversa, il tacito patto di sangue che può suggellare la fratellanza tra due uomini di pelle diversa.

Dall’Europa fino in fondo all’America, Tre cavalli di Erri De Luca è viaggio e fuga verso sud: «Teste di nord, teste cieche siete. Si capisce la terra solo se la rigiri così. Guarda i continenti: spingono verso nord, vanno a finire tutti dall’altra parte. Perché si sono staccati dall’Antartide e stanno viaggiando verso il basso del pianeta, precipitano laggiù». Il sud, dunque, come principio al quale tornare, «cappello del mondo e non le sue scarpe», «rovescio geografico» dal quale ricavare una nuova forza sentimentale e una diversa scala di valori. Il sud della scrittura che da Erri De Luca insegue da dieci anni è quando le storie «più dei viaggi spostano gli uomini e dopo molte pagine si finisce per imparare una variante, una mossa diversa da quella commessa e creduta inevitabile. Mi stacco da quello che sono quando imparo a trattare in altro modo la medesima vita».

°°°

Le parole di Erri De Luca sono pesanti, sembrano di ferro, e invece fanno volare i cuori, come il «bumeràn» di legno del protagonista di Montedidio, suo nuovo romanzo che nel proprio saldo equilibrio riassume aspetti distanti e (apparentemente) opposti tra loro. Per esempio, l’italiano e il napoletano. Montedidio, infatti, è un testo a cavallo di due (ed anche tre) lingue (con l’ebraico) che non fingono mescolanze ruffiane ma si affiancano in un rispetto sostanziale, senza formalismi e rigidità. Consapevoli ciascuna del proprio ruolo, parziale e complementare (come mani e piedi). Dice il narratore tredicenne: «Scrivo in italiano perché è zitto e ci posso mettere i fatti del giorno, riposati dal chiasso del napoletano».
A sollecitare il ragazzo verso la lingua nazionale è il padre stesso che di quella ha soggezione e perciò cerca di impararla alle lezioni serali della cooperativa degli scaricatori di porto d’una Napoli fine anni Cinquanta dai tratti storici netti e precisi. La formazione sentimentale del giovane protagonista di Montedidio sarà, dunque, prima di tutto una conquista di parole nuove: non un cambio di pelle che cancella la memoria ma una duttile corazza per affrontare meglio il mondo, una sorta di «vestito sopra il corpo nudo del dialetto» che – per esempio – confonde nell’unico termine «suonno» il duplice significato di sonno e sogno.

Così come il quartiere di vicoli brulicanti di gente di Montedidio comprende in sé tanto la dignitosa e implacabile miseria d’una Napoli ancora letteralmente scalza quanto la ricchezza «solenne e abusiva» del nome d’un luogo sacro di Gerusalemme. Entro questo arioso perimetro immaginario spazia il racconto per voce sola d’un adolescente (senza nome) pronto – e a modo suo felice – di caricarsi sulle spalle il peso di un’età più grande di lui, che gli porta sia l’amore adulto («quello con doppia emme») della coetanea Maria (già toccata da certe brutture sessuali) sia la fatica del lavoro.
Egli, infatti, dopo l’istruzione elementare, accetta con gioia trepida e serena la nuova condizione di garzone presso la bottega di falegname dell’«ebanista pescatore» mast’Errico (coraggioso capopopolo durante i giorni della sollevazione antitedesca) che tiene ospite con sé lo «scarparo» don Rafaniello (così soprannominato per il colore rosso dei capelli simile a quello del ravanello). I due uomini saranno, quindi, con le loro storie, maestri di vita del ragazzo, che dei suoi giorni nuovi tra «fatti dei grandi che neppure capisce» scrive su un rotolo di carta di bobina regalatogli dal tipografo don Liborio.

Don Rafaniello, in particolare, avvince il giovane col mistero della propria origine. Egli, infatti, si chiama in realtà Rav Daniel, è un ebreo profugo dallo sterminio di chissà quale città d’Europa ed è finito a Montedidio quasi per una beffa del destino mentre era sulla strada per Gerusalemme, dov’è il vero monte di Dio e dove egli sogna infine di arrivare mentre generosamente con la propria arte calza i napoletani senza alcun compenso.
Montedidio è, prima di tutto, il racconto di uno scambio di doni attraverso il quale alcuni uomini stringono «nodi» di alleanza tra loro. Come, per esempio, don Rafaniello e il piccolo narratore: il primo svela al secondo il segreto della propria natura quasi di angelo che nella gobba racchiude delle ali con le quali sogna di volare fino alla città santa e l’altro ricambia raccontando le sue esercitazioni con il «bumeràn» regalatogli dal padre che egli sogna di far volare. La complicità sentimentale tra i due protagonisti è uno dei motivi più suggestivi del romanzo come anche gli allenamenti solitari del ragazzo con il «bumeràn» tra i lavatoi e i panni stesi del terrazzo condominiale nel punto più alto della città. Sembrano, quei momenti, la pratica di un’arte marziale e ricordano le atmosfere di Ghost dog di Jim Jarmusch,
Non si cresce, però, senza dolore. Ogni conquista è lotta. Anche per il personaggio di De Luca che nella sua precoce e tumultuosa scoperta del mondo adulto dovrà confrontarsi prima con la grave malattia materna e, quindi, con le viscide e ricattatorie insidie del padrone di casa nei confronti della sua Maria… finché Male e Bene s’affrontano in un’epica notte di fine anno.

Montedidio – con i suoi brevi capitoletti a misura di pagina – ha la leggerezza d’un diario adolescenziale scritto «‘nsuonno» e sfiora toni di fiaba ma bilanciati sia dalla corporeità impervia d’un linguaggio popolare molto fisico sia dalla densità d’uno sguardo sempre attento al senso morale d’ogni azione individuale e collettiva. A nostro giudizio è il punto più alto della produzione letteraria del cinquantenne Erri De Luca (tra gli altri: Non ora, non qui; In alto a sinistra; Tu, mio; Tre cavalli) che in questo nuovo romanzo ha dispiegato al meglio temi a lui da sempre cari realizzando una nuova misura di verità di Napoli e del Sud sottratti alle forche caudine di folklore e disperazione e restituiti alla loro colpevole e impura innocenza.

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