La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin

L’insostenibile leggerezza di Enrico Ianniello
Recensione a cura della docente Marina D’Errico

ianniello

Incantevole–fantasioso antidoto al cinismo quotidiano, l’esordio letterario di Ianniello, già noto al pubblico televisivo ma ancor più noto al teatro (ne è testimonianza il sodalizio artistico con Toni Servillo) ha il sapore frizzante e fresco dell’idrolitina, umoristicamente rievocata nella abluzioni tonificanti del padre del protagonista del romanzo, un enfant prodige che ha il dono di saper fischiare come il merlo Alì, suo compagno fedele di avventure, e che di questa sua straordinaria abilità saprà fare un vero e proprio linguaggio anti-sistema, veicolo di liberazione.

 

Un linguaggio antiretorico, leggero e scanzonato che si oppone anche a tanta abusata retorica marxista, astratta e magniloquente, e che proprio per questo possiede una dirompente carica eversiva. Perché nonostante il tono leggero, istrionico ed accattivante, il libro di Ianniello colpisce nel segno, molto più di tante opere prime di giovani scrittori, spesso avviluppati in contorte vicende di adolescenti complessi e complicati e in oscure trame famigliari…La forza della parola, la sua capacità di mutare le coscienze e di innescare un’autentica rivoluzione, è difatti portata sulla scena (dato anche il tratto inequivocabilmente teatrale di molte pagine del libro) con tono lieve, fiabesco e ironico, deliziosamente naive .

Ma non ci si lasci ingannare: la vera realtà, quella che entrerà in scena prepotentemente nella seconda parte del libro, ne è il costante sottotesto. La realtà è quella del piccolo borgo irpinate e delle prime avventure ed esperienze di vita del giovane Isidoro, funambolo del Fischiabolario con il quale, rinnovando la capacità mitopoietica dell’infanzia -e qui mi sovviene per la straordinaria vicinanza l’Elogio degli uccelli di Leopardi (“Sono gli uccelli naturalmente le più liete creature del mondo. Non dico ciò in quanto se tu li vedi o gli odi, sempre ti rallegrano; ma intendo di essi medesimi in sé, volendo dire che sentono giocondità e letizia più che alcuno altro animale…Per ogni diletto e ogni contentezza che hanno, cantano; e quanto è maggiore il diletto o la contentezza, tanto più lena e più studio pongono nel cantare”) egli rinomina il mondo, le cose, le persone, gli oggetti, canta e non canticchia perché l suo canto è e sarà frutto di una sofferenza, della sofferenza di chi è sopravvissuto alle macerie –vere o metaforiche- della propria esistenza.

E così in un immaginifico intreccio tra realtà e fantasia, si compie l’educazione sentimentale del giovane Isidoro cui contribuiscono figure altrettanto fantastiche: il padre Quirino, sindacalista che rifugge la retorica di partito, che ama andare al cuore delle cose al punto da amare il “cardiologo” che si cela anche tra le pagine musicali di Bach, che dialoga a tu per tu con personaggi della politica e della cultura con le sue appassionate “lettere d’amore scritte in bagno” , che possiede una vista superiore -dovuta allo strabismo- che gli consente di andare al di là dell’apparenza delle cose e di guardare oltre l’ordinario.

La madre Stella, che con la sua forza creatrice impasta la vita ogni giorno, “Panzone” manager e scopritore del talento del giovane fischiatore… Tante le figure, ognuna un piccolo capolavoro di geniale follia mai priva di metodo –si pensi agli uccelli-attori che improvvisano scene Shakespeariane o all’etnologo Renò, al ceco Cecof- Leggere questo libro fa sentire, alto e sonoro, il fischio liberatorio della parola che si fa canto e che diventa strumento di riscatto dal bisogno della felicità stessa come la si intende comunemente. La vera felicità al giovane Isidoro “Stifflotin” deriva infatti dal discernimento e dalla separazione, processo alla base di ogni crescita: solo dalla perdita, infatti, il giovane saprà attingere alla vera felicità e ritornare, infine, a dire parole umane.

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