La banda degli amanti

Massimo Carlotto
La banda degli amanti
Edizioni E/O

carlotto amanti

Recensione di Michele Trecca

La scrittura di Carlotto è a miccia corta. Parole apparentemente innocue innescano con rapidissima paratassi bombe espressive di sentimenti forti e contrastanti. La banda degli amanti, il nuovo romanzo dell’Alligatore, è ancora una volta la continua, potente deflagrazione di un ossimoro fra i più potenti: il bandito buono, tanto gentile e onesto quanto violento e assassino.

Marco Buratti, ovvero l’Alligatore, investigatore senza licenza, Max la Memoria, reduce irriducibile del perduto ma mai dismesso sogno rivoluzionario, e Beniamino Rossini, romantico ed elegante contrabbandiere vecchio stampo ma senza alcuna esitazione feroce, non sono semplicemente una nuova incarnazione, una e trina, di antiche leggende tipo il cavaliere senza macchia che toglie ai ricchi per dare ai poveri: sono una versione moderna e criminale della lotta di classe.
Tanto più che in questo caso i tre amici e soci si scontrano con la massima espressione di quella nuova e sempre più diffusa leva di uomini d’affari che non investono in produzione ma in corruzione: parliamo di Giorgio Pellegrini, forza assoluta del Male, già protagonista di Arrivederci amore, ciao e Alla fine di un giorno noioso. Conflitto inedito ed epico, dunque, fra personaggi romanzeschi dello stesso autore. Lotta mortale fra opposte polarità morali: dei due contendenti uno solo rimarrà.

Dopo cinque anni ritroviamo l’Alligatore a Cagliari dove sprofonda in solitudine al Libarium di Danilo Argiolas con il “suo” cocktail in mano. Lì comincia la nuova avventura, con una disperata richiesta d’aiuto che un cuore grande come quello di un fuorilegge non può non accettare. Anche se quel cuore è ferito e in disarmo, senza un amore, uno qualsiasi… Anzi, proprio per questo esso fa subito suo il dolore della ricca signora arrivata dalla Svizzera che da tanto tempo vanamente si strugge per l’amante sparito nel nulla e ormai da tutti dimenticato ma non da lei, che peraltro non può confidare ad alcuno il proprio tormento.

Un grande amore, e un mistero altrettanto grande, sia investigativo sia sentimentale: chissà in quali giri sono finiti a loro insaputa i due amanti. Guido Di Lello è, infatti, un anonimo professore universitario di letteratura a Roma. Che cosa mai spingeva la ricca signora svizzera al rischio di quegli sporadici incontri assolutamente clandestini nel covo di una città estranea a entrambi? Chi ha violato un amore così insensato, e perciò grande, deve pagare. È giusto che paghi. Calvados, blues e giustizia per l’Alligatore sono tre beni non negoziabili.
Nei romanzi di Carlotto nessuno è innocente, per statuto. Tanto meno “gli sbirri”, anche se sono simpatici come la nuova conoscenza Giulio Campagna. Non ci sono eroi giovani e belli. Non c’è spazio per la retorica. Ce n’è, invece, per le ragioni, di tutti. A ogni pagina si spalancano al lettore gli abissi di un’umanità estranea ed estrema, dai cuori degli amanti con le loro monastiche rinunce per poche fiammate di passione al raffinato rigore geometrico di gelide menti criminali come quella di Giorgio Pellegrini.

Il resto è cronaca, ci aggiorna e non ci stupisce, vedi la precisa definizione dei rapporti fra criminalità e politica: «Ero stato fermamente convinto che la politica fosse l’eccellenza della creatività dal punto di vista criminale. Avevo dovuto ricredermi… Il politico corrotto serve esclusivamente se è un esecutore fedele, altrimenti si fotte da solo». Sembra un’intercettazione, sono le riflessioni di Giorgio Pellegrini.
C’era una volta la mitologia, poi la religione, per parlare del mondo dovevi usare il loro linguaggio. Oggi in letteratura ci sono il giallo e le scritture di genere, per raccontare la nostra società (sembra che) non puoi farne a meno. Fra Nord Est e Mediterraneo, Carlotto è stato fra i primi a battere questa strada, a vent’anni dall’esordio continua a essere indiscutibilmente un maestro. Bentornato, Alligatore.

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