“1960”, la recensione del romanzo

Leonardo Colombati
1960
(Mondadori)

copertina e recensione

Recensione di Michele Trecca

Lo diciamo subito, senza troppe chiacchiere: 1960 di Leonardo Colombati è un capolavoro. O quasi. Comunque, una pietra miliare del romanzo postmoderno della narrativa italiana contemporanea. Colombati è romano, dunque niente «pietra emiliana», come dice Federico Fellini a pag. 382 ricordando fra le risate dei commensali le circostanze della firma del contratto de La dolce vita, dopo la rottura con De Laurentis. Intorno a quella tavola a mangiare la spigola in una hostaria in via del Falco ci sono fra gli altri Ennio Flaiano e John Fante.

Di quell’anno lì, 1960, nel romanzo omonimo di Colombati c’è tutto, verità e finzione. Le Olimpiadi, naturalmente. A Roma. Andreotti: «…le più belle, suggestive e meglio organizzate della storia… fu il riconoscimento ufficiale di tutti gli sforzi che avevamo fatto dalla fine della guerra per risollevare le sorti del nostro Paese…». Quelle furono, fra l’altro, le Olimpiadi di Livio Berruti, medaglia d’oro nei 200 m., e dell’allora giovane promessa del pugilato Cassius Clay.

Della luce di quell’estate in 1960 ci sono anche le ombre e, prima di tutto, le trame golpiste o presunte tali. Attorno ad esse ruota il thriller che è il cuore narrativo del romanzo. Il servizio segreto militare (SIFAR), guidato dal generale De Lorenzo, intercetta delle voci su un possibile rapimento del presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi, per opera di gruppi ispirati dal leader repubblicano Randolfo Pacciardi. Vera o meno che sia, l’informazione scuote il Palazzo e nei diversi soggetti in vario modo coinvolti scatena ambizione, violenza, smania di potere. Ciascuno di essi svela la propria sostanza umana, sia i personaggi storici sia quelli d’invenzione. Il Gronchi di Colombati come qualità artistica o forza d’impatto nell’immaginario del lettore vale il Lyndon Johnson di Foster Wallace.
Nel 1960 l’Italia si slancia nella modernità, e scopre nei giovani la nuova forza di un’economia ormai fuori dalla fase emergenziale della ricostruzione. Ma cosa consumano i ragazzi dai tredici ai diciannove anni? Prima di tutto ore e ore di telefonate, che il SIFAR ascolta per redigere un «Classificatore dei bisogni» o mappa dei consumi dei teenager. Accade così che l’ufficiale Agostino Savio e l’impiegato Giovanni Negri ascoltino le telefonate della giovane Olimpia, figlia del maggiore Meneguzzer, coinvolto nelle trame golpiste.

Olimpia è il profumo di bellezza di un’età fragile ancora una volta tradita dai vecchi così come John Fante – a Roma per scrivere una sceneggiatura – è la coscienza critica di un’intellettualità italiana che in quell’anno lì sta dando il meglio di sé senza, però, riuscire a superare la marginalità di sempre e, in fin dei conti, la propria vanità autoreferenziale.
Leggi Colombati e vorresti avere la forza di riportare le lancette della Storia a quel momento aurorale in cui tutto sarebbe potuto andare in ben altro modo che non finire nel groviglio sanguinario e melmoso degli anni successivi. Nell’aria di Roma si respirava davvero la promessa d’una dolce vita. Poi anche la capitale è stata risospinta nel gorgo dei suoi mali dalla suburra di Palazzo.

Qualunque registro usi, e sono davvero tanti, dalla leggerezza della commedia di Vogliamo i colonnelli alla ferocia delle torture del più cupo horror, nelle quasi 500 pagine del romanzo, di cui un centinaio riservate alle note e alla bibliografia, Colombati non perde mai quella misura esatta di dosaggio espressivo che è il senso vero della grazia e fa la differenza fra la letteratura e gli altri linguaggi. 1960 è un capolavoro… o quasi, perché doveva essere sfruttata meglio la tensione narrativa dell’intreccio. Sia chiaro, però, che 1960 va iscritto in quell’albo d’oro della narrativa postmoderna internazionale, quella di Pynchon e De Lillo, per dire.

 

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