Doppia Anticipazione: Antonio Manzini e Leonardo Colombati

Giovedì 12 marzo, Antonio Manzini presenta Non è stagione (Sellerio)
Venerdì 13 marzo, Leonardo Colombati presenta 1960 (Mondadori)
In libreria, due autori di grande spessore (e neanche poi così distanti…)

non è stagione copertinacolombati

La libreria Ubik cala una due-giorni ravvicinata, anzi consecutiva, con due scrittori italiani tra i più interessanti in assoluto. Qualità letteraria, vivacità intellettuale, ricerca storica e spessore stilistico: quattro elementi in grado di porre sullo stesso piano due autori apparentemente lontani, per genere e assimilazione culturale, ma di fatto prossimi tra loro. Inoltre, a porre in sintonia il nuovissimo libro di Antonio Manzini, Non è stagione (Sellerio), e il miglior romanzo di Leonardo Colombati, 1960 (Mondadori), è il sottile filo del giallo d’autore: evidente e dichiarato nel primo ospite della libreria, di fatto un giallista puro e amato per questo, più sommerso, quando non addirittura nascosto nel secondo protagonista di questa due-giorni, esemplare nel calare vizi e virtù, oscenità e oscurità, dell’Italia post-atomica, concentrata in un arco di tempo limitato ma cruciale: quello delle Olimpiadi romane del 1960.

Antonio Manzini
Non è stagione (Sellerio, 2015)
Giovedì 12 marzo, ore 19, in libreria
SAVE THE DATE!

“Antonio Manzini disegna un personaggio straordinario”, parola di Andrea Camilleri, “sostenitore” letterario di uno dei giallisti più interessanti e intellettualmente importanti d’Italia, fiore all’occhiello della casa editrice Sellerio, nota e accertata per la sua qualità editoriale. Dopo Pista nera e La costola di Adamo ritorna il vicequestore Rocco Schiavone e con lui, torna il racconto dell’Italia di oggi, dalle quattro pareti di una questura di montagna. Tra nordici e meridionali, cittadini e paesani, vittime e carnefici. Giovedì 12 marzo, ore 19, Antonio Manzini incontra i lettori della libreria Ubik di Foggia e presenta il suo ultimo, già apprezzatissimo, romanzo: Non è stagione (Sellerio, 2015). L’autore sarà “preda letteraria” del gruppo di lettura A qualcuno piace… Giallo, per l’occasione chiamato a presentare questa nuova, entusiasmante puntata legata al personaggio del vicequestore Schiavone.

Non è stagione (Sellerio, 2015). «Una volta ogni tanto, poteva anche sorridere. La vita poteva anche sorridere. E Rocco lo fece alzando la testa al cielo». C’è un’azione parallela, in questa inchiesta del vicequestore Rocco Schiavone, che affianca la storia principale. È perché il passato dell’ispido poliziotto è segnato da una zona oscura e si ripresenta a ogni richiamo. Come un debito non riscattato. Come una ferita condannata a riaprirsi. E anche quando un’indagine che lo accora gli fa sentire il palpito di una vita salvata, da quel fondo mai scandagliato c’è uno spettro che spunta a ricordargli che a Rocco Schiavone la vita non può sorridere.

I Berguet, ricca famiglia di industriali valdostani, hanno un segreto, Rocco Schiavone lo intuisce per caso. Gli sembra di avvertire nei precordi un grido disperato. È scomparsa Chiara Berguet, figlia di famiglia, studentessa molto popolare tra i coetanei. Inizia così per il vicequestore una partita giocata su più tavoli: scoprire cosa si cela dietro la facciata irreprensibile di un ambiente privilegiato, sfidare il tempo in una corsa per la vita, illuminare l’area grigia dove il racket e gli affari si incontrano. Intanto cade la neve ad Aosta, ed è maggio: un fuori stagione che nutre il malumore di Rocco. E come venuta da quell’umor nero, un’ombra lo insegue per colpirlo dove è più doloroso.
Il terzo romanzo della serie di Rocco Schiavone, Non è stagione, è un noir di azione. Ma è insieme il vivido ritratto di un uomo prigioniero del destino. Un personaggio tragico, complesso e consapevole.

 

Leonardo Colombati
1960 (Mondadori, 2014)
Venerdì 13 marzo, ore 19, in libreria
SAVE THE DATE!

Un affresco socio-romantico, politico, straordinariamente tratteggiato dal punto di vista stilistico e al contempo in grado di celare, in profondità, tra personalità storiche italiane mai così vivide e personaggi di fantasia assolutamente probabili, una sotto-trama gialla pulsante e sfasata, tra servizi segreti deviati e “trame nere” all’italiana, sulla scia dei grandi maestri del genere post-moderno (su tutti, Thomas Pynchon). “Un piccolo capolavoro” o un “grande almanacco ironico”, stando alle definizioni di uno dei suoi estimatori, il giornalista e autore, nonché storico, Paolo Mieli.
1960, il nuovo romanzo di Leonardo Colombati, edito da Mondadori, ha uno sfondo storico molto preciso: quello della XVII Olimpiade tenutasi a Roma dal 25 agosto all’11 settembre 1960. Nel libro le vicende dei personaggi di finzione (Agostino Savio, dirigente della compagnia telefonica e spione in incognito; Gianni Negri, perito industriale; Anna, centralinista, fidanzata di Gianni; Olimpia, adolescente della Roma bene) si intrecciano con quelle del Generale De Lorenzo e dei politici a lui vicini, e con quelle degli intellettuali italiani che si palesano davanti a John Fante, convocato in Italia da De Laurentis per la sceneggiatura di un film. Il 1960 come momento rivelatore dei vizi di un paese che fatica molto a liberarsi dai suoi retaggi.

1960 (Mondadori, 2014). Eccola, tutta gocciolante: ride. Ora esce dall’acqua come una moderna Afrodite, come la personificazione di una felicità che potrebbe durare per sempre, per tutti. Piastrelle colorate, cannucce, ombrelloni di tela, pezzi di plastica e vetro, stoffa e metallo, cuoio e carta, perspex e propilene, acciaio inox e calcestruzzo che, se posizionati in una certa angolazione rispetto alla luce del tempo, si trasformerebbero in schegge di specchio capaci di rifrangere minuscole porzioni di un Paese che in realtà non c’è mai stato, ma che avrebbe potuto esserci: un Paese più felice, più ricco, più coraggioso e spensierato.

È il 25 agosto 1960. A Roma è in pieno svolgimento la cerimonia d’apertura della XVII Olimpiade: quella destinata a essere ricordata per Cassius Clay e Livio Berruti, Wilma Rudolph e Abebe Bikila. Sotto gli occhi dei capi di Stato di tutto il mondo, nel nuovo stadio sfilano gli atleti: “intere generazioni di estati hanno atteso compiacenti l’arrivo di quella divina policromia”. Ma in quegli stessi giorni, non sono solo le delicate questioni di politica internazionale – che ogni Olimpiade si porta dietro – a preoccupare i Servizi segreti italiani: si è infatti diffusa sempre più insistente la voce che sia in preparazione un colpo di Stato che dovrebbe prendere le mosse dal rapimento del presidente della Repubblica, Gronchi. Per le indagini del caso, il generale De Lorenzo attiva uno dei suoi uomini migliori, il tenente colonnello Agostino Savio, distaccato presso la compagnia telefonica con il compito di intercettare le chiamate del maggiore Meneguzzer, anche lui agente del SIFAR, probabilmente coinvolto nel tentativo di golpe. Agostino si servirà a sua volta di un impiegato della compagnia telefonica, Gianni Negri, inconsapevole “spia” a cui è stato ufficialmente demandato il compito di intercettare e interpretare i bisogni di una nuova e interessantissima categoria di potenziali consumatori: i giovani.

Tra questi – guarda caso – c’è anche Olimpia, figlia del maggiore Meneguzzer, adolescente incantatrice, intorno al cui fascino ruotano tutti i protagonisti del romanzo. Una perfetta ricostruzione storica e la capacità quasi cinematografica di restituire la realtà del passato attraverso un filtro che la rende vicinissima si uniscono in queste pagine a una vivacissima invenzione romanzesca e a un afflato epico, facendo di 1960 il grande affresco di un’epoca e al tempo stesso un thriller incalzante e terribile. Contaminando i personaggi reali (su tutti lo scrittore John Fante, giunto in città per scrivere una sceneggiatura per De Laurentiis e invischiato suo malgrado in una vicenda di spionaggio) con quelli, non meno autentici, di finzione (porporati e diplomatici, attricette e principesse russe, spie e voyeur, incalliti torturatori e misteriosi “grandi vecchi”), Colombati costruisce un vasto organismo narrativo che dà vita a uno straordinario omaggio a Roma, città “nera” e vischiosa ma anche di struggente bellezza, al culmine del boom economico e della dolce vita.

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