Michel e la guerra degli sciocchi… diceva un tempo Houellebecq

Ha scritto Antonio Scurati su Tutto libri di sabato scorso (La Stampa,10 gennaio) che Houellebecq nella sua carriera di scrittore ha scolpito nel tempo un unico personaggio: l’europeo nichilista e decadente di fine secolo e d’inizio millennio. In attesa di leggere Sottomissione (in libreria giovedì 15) può essere utile, quindi, quest’intervista del 1999, pubblicata il 17 luglio di quell’anno da La Gazzetta del Mezzogiorno. Era appena uscito in Italia Le particelle elementari, il romanzo d’esordio di Houellebecq.Il clamore in Francia era stato fortissimo, controverse le reazioni. Stesse forti polemiche anche in Italia. Incontrai Houellebecq in un albergo a Roma dalle parti di via del Corso. (Michele Trecca) 

Seduto al banco, il bambino teneva aperto davanti a sé il libro di testo. Guardava fisso l'obiettivo e sorrideva, pieno di gioia e di coraggio; e quel bambino, cosa incomprensibile, era lui. Il bimbo faceva i compiti, imparava le lezioni con fiducia solenne.

Seduto al banco, il bambino teneva aperto davanti a sé il libro di testo. Guardava fisso l’obiettivo e sorrideva, pieno di gioia e di coraggio; e quel bambino, cosa incomprensibile, era lui. Il bimbo faceva i compiti, imparava le lezioni con fiducia solenne. (Nella foto: l’interno e il risvolto di copertina della prima edizione de Le particelle elementari)

Ogni libro tra le righe custodisce un segreto. Talvolta come nel famoso racconto di Edgar Allan Poe esso è sotto gli occhi di tutti ma proprio per questo nessuno lo vede. Il francese Michel Houellebecq – autore del romanzo Le particelle elementari – prima ancora che alle parole la sua verità l’ha affidata a due foto. La prima – quella tradizionale del risvolto – appesantisce i suoi quarant’anni di un grigiore che in realtà non è della persona. La severità – quella sì – la ritrovi sovrana anche dal vivo ma stemperata dai colori chiari dei capelli e dell’incarnato, da un’aria mite e disarmata, dalle dita affusolate, da quella sigaretta stranamente penzoloni tra il medio e l’anulare. L’altra foto invece è nascosta dal romanzo, per vederla devi sfilare la sovraccoperta.

Se poco poco lo fai, l’autore più scandaloso del momento ti appare allora qual era un tempo: un bambino sorridente davanti a un libro di testo che attraverso l’obiettivo guarda la vita con «fiducia solenne». Le due foto insieme fanno un effetto struggente. Non è azzardato dire che Michel Houellebecq ha scritto il suo provocatorio romanzo quando nella rassegnata consapevolezza del proprio volto ha letto il più feroce dei tradimenti nei confronti delle aspettative di quel bambino precipitato dalla strana, inspiegabile ma «felice eternità» dell’infanzia nella storia travagliata di una fine annunciata: «il suicidio dell’Occidente». Le particelle elementari è il resoconto di un devastante fallimento culturale.

Non usa mezzi termini Michel Houellebecq e con una battuta – per carità: solo una battuta – (ri)chiama sul banco degli imputati addirittura Galileo Galilei perché, ci dice: «Le rappresentazioni del mondo col tempo hanno una grande influenza su tutto. Con la scienza moderna è cominciata la fine della religione cattolica. Via via, infatti, l’uomo ha sacrificato ogni cosa al bisogno di certezza razionale. Ma non è possibile una società senza morale né una morale senza religione. Del resto la fede non la si può imporre per decreto. Non funziona. La fine del cattolicesimo è un fatto recente le cui conseguenze sono ancora di là da venire».

Chi teme che all’abbondanza dei mezzi d’espressione dei nostri giorni faccia da contrappasso una collettiva perdita di memoria può tirare un sospiro di sollievo: Le particelle elementari è un libro di grande respiro storico, di quelli che – pur nella loro parzialità – ti danno le coordinate esatte del tuo tempo. Un buon segnale di controtendenza rispetto all’appiattimento cronachistico di tanta letteratura contemporanea.

Ci dice, infatti, Houellebecq di passaggio a Roma: «Sono partito dall’idea di scrivere un romanzo come quelli dell’Ottocento di Balzac o Dostoevskij, dove si seguono i protagonisti lungo un periodo importante della vita e s’impostano i loro comportamenti in rapporto alla famiglia e al movimento generale della società. Il ventesimo secolo ha privilegiato invece la psicologia delle profondità e la condizione metafisica dell’uomo in generale».

Le particelle elementari è la storia di Bruno e Michel nati nella seconda metà degli anni Cinquanta da due padri diversi e abbandonati sin dall’infanzia dalla madre Janine, che ai figli preferisce il sogno libertario tra le prime comunità hippyes al di qua e al di là dell’oceano. I due fratelli crescono separati (Bruno con la nonna materna, Michel con quella paterna) tra vicissitudini traumatiche che condizionano pesantemente la loro successiva vita sentimentale. Bruno, infatti, vivrà in precario equilibrio nervoso sempre ossessionato dall’idea del sesso, Michel invece in bilico tra un’assoluta aridità emotiva e una genialità scientifica tale da portarlo a individuare nella possibilità di una clonazione perfetta la nuova frontiera biologica della nostra specie. C’è di tutto nel romanzo di Houellebecq, dalla fisica quantistica alle scene hard di scambi di coppia alla New age: quanto basta per fare scandalo, come è stato in Francia. Ma ne parleremo dopo. Intanto chiediamo all’autore se davvero ritiene che due personaggi estremi come i suoi siano rappresentativi della propria generazione.

«Sono rappresentativi – ci dice Houellebecq – di un momento della storia di completa dissoluzione delle appartenenze in cui la nozione d’individuo è la sola cosa chiara. La particolarità dell’infanzia e dell’adolescenza dei miei due protagonisti fa sì che abbiano posizioni psicologiche estreme ma il modo in cui essi vedono la vita è quello di tutti i loro contemporanei. La rappresentazione del mondo, della società e dei rapporti umani è un fatto generazionale, individuale è invece la maniera in cui uno poi se la cava. È a questo livello che conta molto l’infanzia.»

– Ed è quindi il disastro per i suoi antieroi…

«Non è che Bruno e Michel manchino di buona volontà ma hanno come la sensazione che andrà male a priori. Sono ossessionati dal proprio declino e dalla perdita della giovinezza. Nel mio libro, in effetti, c’è l’idea che questo sentimento non possono fare a meno di provarlo. Io sono molto colpito dalla grande abbondanza in Francia di riviste che parlano solamente della salute. È veramente un’ossessione. C’è quest’idea che fa paura che si va verso l’invecchiamento e la morte, voglio dire: solo verso lì, l’invecchiamento e la morte. Non sappiamo più vivere la morte.»

– E l’amore?

«C’è grande scoraggiamento nel libro nei confronti dell’amore. Bizzarramente, però, direi che il mio è un romanzo d’amore perché ho cercato di creare una vera e propria suspense intorno alla domanda se i protagonisti sarebbero riusciti o meno nella loro vita amorosa. Comunque, in quest’ambito come in tutti gli altri, le donne sono molto migliori degli uomini. Può riportare quest’affermazione come un’opinione vera dell’autore. La stessa Janine, madre snaturata, è molto meglio del suo omologo maschile.»

– Oltre all’amore, quale altro aspetto del romanzo l’ha impegnata particolarmente?

«Senza dubbio tutto ciò che ruota intorno alla fisica quantistica. Volevo che i passaggi avessero un contenuto denso ma non fossero noiosi. C’è uno scarto tra la cultura scientifica e quella umanistica. È difficile parlare senza matematica ma con parole di discipline fortemente matematizzate come la fisica atomica. Al tempo stesso, però, c’è un vocabolario scientifico abbastanza ricco e, secondo me, di grande fascino. Recuperare questo linguaggio alla letteratura è una delle idee da cui è nato questo libro. Così come dalla volontà di descrivere situazioni professionali in ambito scientifico da me vissute in prima persona ma che non avevo ancora letto in alcun romanzo precedente».

– Dice Michel: «A dare all’uomo una dignità supplementare era la televisone». È una battuta o cosa?

«È una battuta. Non so se anche in Italia, ma in Francia la televisione ci va a nozze con la dignità. Tutti in televisione mostrano grande dignità: i barboni in TV sono sempre notevoli in fatto di dignità, i genitori dei bambini vittime dei pedofili di fronte alle telecamere reagiscono sempre con grande dignità. La dignità dell’uomo oggi in Francia è una prerogativa della televisione.»

– Suicidio dell’Occidente e declino dell’umanità nel suo romanzo sono praticamente sinonimi. La nostra civiltà è dunque, secondo lei, l’unica risorsa dell’umanità?

«La situazione, in effetti, è paradossale. Da una parte l’Occidente non si ama, però continua ad essere quello che fa avanzare la storia perché possiede la scienza e la tecnologia. Come già le dicevo, l’Occidente ha sacrificato tutto al suo bisogno di certezza razionale e sotto questo profilo ha vinto avviando un progresso inarrestabile. Il problema è che tutto ciò soddisfa solo una minima parte delle aspirazioni umane. Oggi viviamo una strana miscela di pulsioni suicide e attività frenetica.»

– In duecentocinquantamila hanno comprato il suo libro, qualcuno le ha dato del libertino, altri del fascista: cosa ne pensa delle polemiche suscitate in Francia dal suo romanzo?

«I francesi amano molto la polemica. Il guaio è che per avere una buona polemica sono possibili solo due posizioni. Ho trascorso tutto il mio tempo pubblico a provare che non ero né di un avviso né dell’altro ma di un terzo. Ma è molto difficile perché quando la polemica diventa forte sono possibili solo due posizioni: su molte cose, invece, io sono difficile da collocare e questa è una cosa che dà sui nervi. Tant’è che a un certo punto hanno smesso di chiedere il mio parere e hanno continuato a discutere tra loro utilizzando il mio caso come arma.»

– Visto che non lo fanno più in Francia, lo facciamo noi in Italia: ma qual è questa sua terza via?

«Guardi, io amo molto August Comte che, per esempio, rispetto al dibattito odierno non può essere definito né progressista né reazionario perché dice che i diritti umani sono uno stadio necessario ma hanno un’utilità negativa e devono essere completati da una teoria dei doveri e poi dice che il progresso deve essere uno sviluppo dell’ordine, una diminuzione del caos. La stessa ambiguità vale anche per me. Per esempio, io non posso essere qualificato come un partigiano della liberazione sessuale perché ne faccio un ritratto catastrofico ma al tempo stesso non posso neppure essere considerato un puritano perché do un’immagine simpatica di quelli che fanno scambio di coppia. È molto difficile stare da soli.»

Perciò si scrive, Michel: per non andare alla guerra degli sciocchi.

(Michele Trecca,La Gazzetta del Mezzogiorno, 17 luglio 1999)

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