Quelle stelle scialbe siamo noi, di Michele Trecca

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Christian Raimo, Le persone, soltanto le persone, Minimum fax

«E mezz’ora dopo ero atterrato in una Roma pre-albore, popolata dai van che trasportano i giornali e dalla luce mielosa che pareva colare come resina dalle stelle scialbe del cielo metropolitano». È un passaggio qualsiasi di “Niente più culto dei morti nell’Italia del Novecento”, terzo degli otto racconti del nuovo libro di Christian Raimo Le persone, soltanto le persone.

Colpiscono, queste tre righe, non per il sovraccarico poetico ma perché possiamo riconoscere la nostra condizione in quelle stelle scialbe nella luce mielosa come resina in un cielo metropolitano. Inafferrabili noi siamo, indefinibili, dai contorni slabbrati. Murati nella solitudine di rapporti aleatori, intermittenti, rapidi e fatici. Nella quotidianità degli affetti, poi, domina la mancanza di parole per le questioni profonde. Di fronte all’altro, quand’è diverso da noi, il fastidio, malcelato, e il rifiuto, sostanziale, tanto più se questi è toccato nell’integrità o anche solo nella bellezza, standardizzata, del corpo. Con le nostre parti oscure, la rimozione. Poi la rete, la televisione. Noi sfuggiamo a noi stessi, non sappiamo chi siamo e, quando ci cerchiamo, vediamo stelle scialbe…

La letteratura – come Christian Raimo la intende e la pratica in Le persone, soltanto le persone – è l’unica vera forza che contrasta questa deriva. La libertà di sperimentazione offerta dai racconti egli, infatti, la impegna per inseguire e continuamente rinnovare la sorpresa emotiva della scoperta dell’altro nella sua concretezza fisica e singolarità umana. Chiunque egli sia, l’altro siamo noi. Come accade di scoprire al protagonista del racconto “Il gioco sbagliato”. Si chiama Christian Raimo e fa l’editor per Minimum fax, esatto ricalco della realtà di vita dell’autore. Christian legge un manoscritto arrivato in redazione e scopre che uno dei personaggi del romanzo non solo porta il suo nome ma è coinvolto nella brutta vicenda di uno stupro giovanile di gruppo. Non conosce l’autrice, non capisce. Scoprirà una diversa versione di sé.

A pagina 152, “Il tesoro nascosto nel campo”, il protagonista – che anche questa volta ha il nome dell’autore – incontra il figlio tetraplegico della vicina in una casa che è un po’ una “comune”: «Ma la cosa che davvero non si può evitare, in questa casa ingombra di divani, letti, scorrimano, è guardarlo in faccia, distogliere lo sguardo dal suo non-sguardo. A un primo acchito questo significa essere quasi attratti dalla sua bellezza paradossalmente olimpica: le sue iridi cerulee e le sue labbra candide».

Ogni incontro, però, non è un retorico ed ecumenico abbraccio ma un trauma: da qui la propulsione narrativa con accadimenti del tutto imprevedibili. Stefano, il ragazzo tetraplegico, imporrà a Christian i suoi bisogni fino al punto che questi sbotterà: «E quello che ora considero è che lo odio, con accanimento, con tutto l’odio del mondo». In quella notte mielosa di stelle scialbe della nostra citazione iniziale il protagonista asseconda il sogno che ha suggerito all’amico “tossico” di andare in un certo paesino… Una follia, che porterà da tutt’altra parte e, infine, alla scoperta di una tragica dimensione di sé. Altre volte l’urto di un incontro porta a sentieri non battuti di esilarante umorismo come la fantascientifica o distopica immaginazione di Calvino finito a Cuba dopo l’opera prima e lì diventato un vecchio hippy imbottito di “canne” mentre in Italia impazza la lobby culturale gay imposta dall’eminenza grigia Pasolini. Altrettanto esilarante l’incontro con i duri e puri di Lotta comunista per finire nello stesso racconto da una rissa fra due romeni a una loro gremitissima e molto alcolica festa nei cinquecento metri quadri di una palazzina occupata in una borgata romana. Segui il volto grazioso di una militante e finisci chissà dove.

Sempre, però, resta e mai nessuno potrà esaurire il mistero dell’altro come nell’emblematica e poeticissima sparizione irrisolta dell’ultimo racconto. Le persone, soltanto le persone, in realtà, non è un titolo: è un’invocazione: «Da bambini dovrebbero dirci che non esistono le fate, i maghi, gli esseri immaginari, ma che al mondo ci sono le persone, solamente le persone». Ce lo dice la letteratura, smentendo l’infanzia, quando siamo grandi e forse è tardi. Ce lo dice Christian Raimo.

Gazzetta del Mezzogiorno, 5 novembre 2014

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