Quando eravamo prede, D’Amicis

Carolo D’Amicis
Quando eravamo prede
(Minimum fax)

Recensione di Michele Trecca

prede

Abbiamo sempre apprezzato nella sua scrittura la capacità di Carlo D’Amicis d’armoniosa convivenza fra una notevole pluralità di registri, tenuti insieme con naturalezza dall’enzima di una poetica propensione visionaria, capace di stemperare la tensione di fatti storicamente ben definiti, proiettandoli in alto come nubi in un cielo azzurro. Quando eravamo prede è tutta un’altra storia. Nulla ha a che fare con la leggerezza dei pur gravosi e indicibili dubbi sull’aldilà di un papa morente, Escluso il cane. O con il gioco fra bande di ragazzini nel cambio di paradigma antropologico dell’Italia degli anni Sessanta, La guerra dei cafoni; né con la comicità compulsiva del protagonista nella raffigurazione della nostra orgia mediatica di fine impero, La battuta perfetta.

Non c’è più in Quando eravamo prede alcun contrappeso ironico, umoristico, satirico e neppure realistico, generazionale o d’impegno sociale. La drammaticità precipita a piombo in un buco nero senza tempo, e senza spazio. Una selva selvaggia, aspra e forte. In questo bosco – o Cerchio, come essi lo chiamano – entro confini asfittici e inviolabili è rinserrata una comunità di cacciatori. Nelle acque limacciose del fiume ogni tanto affiorano carcasse di civiltà di un mondo che sembra postatomico. Riferimento d’obbligo, La strada di Cormac McCarthy ma senza la speranza del commovente viaggio di un padre con il figlio verso terre che ancora conoscono il sole.

Nel Cerchio anche quello primordiale della sopravvivenza è un istinto sanguinario e opaco, irretito in una ripetitività morbosa. Il Toro monta la Cagna, inesorabilmente muta, sotto gli occhi lubrici del marito Alce. I ragazzi smaniano d’uccidere. Quello del Cerchio non è un brandello di vita scampato all’apocalisse. È solo un frammento come un altro d’un mondo guasto. Incapace di rigenerarsi. Le Scimmie – i nemici fuori dal Cerchio – sono un’altra patologia di quel groviglio putrefatto di natura e cultura in cui ciascuna ha contaminato in peggio l’altra. Incombe un destino di morte. Che si materializzerà quando tutti gli animali del bosco scompariranno e i cacciatori si scopriranno improvvisamente affamati, impotenti, malati. Prede, a loro volta.

Noi crediamo nella sostanza divinatoria della letteratura come gli aruspici in quella del fegato e delle viscere degli animali. Ogni epoca ha i propri segni. In principio era il Verbo, ma anche l’ultimo dei giorni sarà la parola a decretare la fine. In Quando eravamo prede impressiona la forza perentoria con cui essa si rivolta contro ogni nostra speranza di riscatto di quelle forme residuali di esseri viventi che un tempo erano umane. Al di là di ogni incongrua gerarchia di valori, come più di mezzo secolo fa La fattoria degli animali e Il signore delle mosche, il nuovo romanzo di Carlo D’Amicis è anch’esso una spietata anticipazione degli effetti o prolèssi d’un male irredimibile di cui dobbiamo ancora pagare il conto. Scherzi a parte, Quando eravamo prede è solo un noir, e pure una favola.

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