La Grande Bellezza è solo (sempre) una…

From-Libro-To-Libro

Piccola rubrica dei mangiAutori. A cura di Alessandro Galano

Ok. La suggestione è cinematografica ed è un po’ disonesta. Ma questa è la settimana degli Oscar, anzi, della Grande Bellezza, ovvero del ritorno del cinema italiano tra i grandi di Hollywood. E dunque, per una volta, tanto vale godersela per quel poco: questa piccola rubrica per mangiAutori può trarre spunto anche dal grande schermo – vale tutto, s’è detto, purché si linki continuamente un libro. La discolpa poi, è presto detta: il film del regista napoletano ha molto di letterario e non solo perché il protagonista è uno scrittore – benché in crisi creativa beatamente annoiata da oltre trent’anni.

È letterario per i personaggi, le patine, i dialoghi.

I grandi scenari.

E From-Libro-To-Libro ne vuole riproporre la versione narrativa, anzi le versioni: scenari letterari, abbagli di luce improvvisi, momenti di suggestiva bellezza trafugati tra pagine e pagine di romanzi, lasciando colpevolmente al palo centinaia di titoli al solo scopo di innalzarne una manciata… Di cosa?

Grandi Bellezze letterarie.

Come quando Gep Gambardella si emoziona davanti ad una giraffa, a Roma, prima che scompaia “perché è tutto un trucco”, come ammette l’illusionista con cui ha a che fare in quella scena. O come quando bisce femminili di innaturale bellezza gli strisciano dietro la schiena lasciandolo addirittura indifferente – non infastidito, irritato, confuso, spiazzato: proprio indifferente. O come quando capitola, si scioglie, davanti alle centinaia di migliaia di fotografie di un performer che per tutta la vita non ha fatto altro che farsi autoscatti, ogni giorno, per anni e anni.

Sì, ma che cosa si intende, di preciso?

L’Irlanda, ad esempio. La luce accecante che schizza dall’Ulisse di Joyce nelle prime pagine del romanzo-meno-romanzo di sempre: il protagonista che prende in mano uno specchio “sbrecciato” e che paragona d’un tratto all’Irlanda, alla “sua” Irlanda – dal fondo di quello specchio divampa una luce immensa che racchiude in un millesimo di luminosità la storia intera del paese del grande scrittore, tale da indurre il lettore a chiudere di scatto il libro, abbacinato.

O Notre-Dame, in quel mirabolante capitolo di Victor Hugo nel quale il lettore sente il cuore della cattedrale gotica più celebre della letteratura pulsare entro le proprie stesse mura (un intero, dannato capitolo dedicato alla sua descrizione), sotto un cielo grigio che sa di presagio e che non fa altro che accentuarne la forza, come a dire: è lei la protagonista di questo capolavoro, altro che L’Esmeralda, che Quasimodo, non vi affannate… È lei e basta.

Una Grande Bellezza che può essere vento però, e vuoto, anche. Come nel capitolo di mezzo di Gita al faro (“Time passes”), nel quale una casa completamente abbandonata viene smossa e rimossa dagli spifferi della scogliera inglese – le porte che sbattono d’un tratto, una finestra che cede, un cumulo di polvere che s’addensa agli angoli delle scale – e Virginia Woolf che respira, dentro la casa, grande bellezza imprendibile.

Tre esempi di “diversamente classici”, insomma, liberandoci da ogni senso di colpa prima di profanare quanto di buono evocato con una scena (e una scelta) tanto bella quanto ignorata nella letteratura degli ultimi anni: un paio di banditi, di sciacalli della Prima Guerra Mondiale fanno irruzione in una delle poche abitazioni borghesi rimaste intatte, durante lo sfascio di Caporetto, con la famiglia silente e a tavola per il pranzo, quasi ordinaria nonostante fuori, a pochi chilometri, si consumi la prima delle due catastrofi del secolo. I banditi non hanno pietà, il capofamiglia resta fermo col boccone a mezz’aria e né la moglie né i bambini osano parlare o muoversi, mentre i balordi fanno i loro comodi, mangiano, bevono, in un salotto bagnato di luce e descritto da un Baricco mai così ispirato, anche se colto in uno dei suoi romanzi della decadenza –> Questa Storia, Fandango. Un salotto non dissimile da quello di Gatsby, con le maree create dalle tende bianchissime e fatue e oscillanti come la vita, nonostante “l’onda verde” del celebre epilogo di Fitzgerald; o come quello di Maupassant e del suo viziato e furbo Bel-Ami, declamante al centro della scena, con le signore in rosa attorno.

Salotti assolutamente differenti dalle baracche felici raccontate da Kerouac nel suo capolavoro di sempre, “On the road”, dove la Grande Bellezza è un nero di cento chili che ride tonante come solo il grande beat canadese avrebbe saputo descrivere, povero e miserabile ma sofferente di felicità tante sono le sue risate e la cui forza, la cui luce, è tutta nel suo nome: Signor Neve.

Ma attenzione: ne La mosca di Pirandello, breve novella delle sue 365, la Grande Bellezza è proprio lei, la mosca, quando il più grande autore del Novecento italiano la fa addirittura uscire dalla pagina, in una zoomata che è un saggio della sua gigantesca letteratura – ha ucciso il protagonista della novella, una mosca, e si frega le zampine, come niente – vien voglia di chiudere di scatto il libro e lasciarla stecchita!

Un misero, stupido insetto a chiusura di una piccola rubrica cominciata tra le giraffe di Roma, le donne-serpente di klimtiana memoria e le cattedrali gotiche di Victor Hugo.

Un errore? Può darsi.

O forse una prova provata e inconfutabile dell’unica grande bellezza: da sempre tra le pagine, da sempre in grado di uscirne.

From-Libro-To-Libro continua…

appunti per i mangiAutori:

Ulisse (J. Joyce)

Notre-Dame de Paris (V. Hugo)

Gita al faro (V. Woolf)

Questa storia (A. Baricco)

Il grande Gatsby (F. S. Fitzgerald)

Bel-Ami (Guy de Maupassant)

Sulla strada (J. Kerouac)

Novelle per un anno (L. Pirandello)

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