Le attenuanti sentimentali, di Antonio Pascale

Sabato 4 gennaio, dalle 20.30, al Piccolo Teatro Impertinente
(via Castiglione 49, Foggia) Torna Book Party
Ospite, lo scrittore Antonio Pascale (a seguire, ore 22, al “Fuori Squadro”)

Di seguito, il brano della conduttrice dell’incontro,
intorno all’ultimo libro dell’autore ospite della rassegna

Le attenuanti sentimentali, di Antonio Pascale
Pensieri disordinati di Roberta Pilar Jarussi






















Esiste un luogo ordinato 
dove si nascondono i sentimenti? 
Come si chiama? 
Coscienza?’



Ubik mi ha chiesto di presentare l’ultimo di Antonio Pascale, il 4 gennaio.
Che bellezza!, penso, iniziare l’anno con Pascale nei paraggi.
Devo ripassarmi tutto il Pascale che so.
Ogni volta che devo presentare un autore mi viene una specie di sindrome da interrogazione.
Prendo dalla mia libreria tutto quello che ho di lui.
Metto i libri sul bordo di legno del letto.
Ho un letto bellissimo, intorno posso poggiare quello che voglio.



Le attenuanti sentimentali. Il titolo già mi spacca lo stomaco.
Un libro come si deve, copertina rigida Einaudi e sopracopertina con una bella foto in bianco e nero di Cartier-Bresson. Mi fa effetto la pelle unta d’olio e bagnata di mare, l’olio e l’acqua che non si mischiamo, le gocce rotonde.
Quella pelle si ficca, adesso, nel mio di sentimento. Fossi maschio, penso, si ficcherebbe altrove.

Comincio a leggere e la prima cosa che capisco, già dalle primissime pagine, è che questa volta Antonio (lo chiamo per nome, è più intimo) mi fa un piacere: me lo fa direttamente lui, nel libro, il ripasso di tutto quel che è accaduto sin ora, di quel che ha fatto, di quel che ha scritto, di quel che è. Luoghi, date, titoli. Tutto a posto. Preciso preciso.
La seconda cosa che capisco, anzi che non capisco, è che razza di libro sia. Perché non è proprio un romanzo, ma non saprei cos’è.
Non c’è una trama invadente. C’è una traccia che diventa pretesto per osservare e raccontare quel che accade intorno.
E la traccia (la trama), in poche righe, è la seguente:
Un uomo adulto, insonne, nevrotico, sposato con due figli ma assai sensibile alle donne, un po’ sgualcito ma bello, scrittore ma con un blocco che dura da anni, a un certo punto, in questo stato alterato da mancanza di riposo, ha l’idea di fare un documentario sui sentimenti. Che però consideri – anche o prima di tutto – la componete scientifica, ‘chimica’ del desiderio, e del così detto amore. Ogni dettaglio, ogni scambio umano, con una donna o con i maschi, con amici o sconosciuti, nostalgie o improvvisi ricordi di cose andate, diventa materiale buono per il documentario.

La terza cosa che capisco è che per scrivere un libro così – un po’ romanzo, un po’ no, sensuale ma anche tecnico, serio ma molto divertente – bisogna essere bravi e anche coraggiosi. Cioè fottersene dei lettori che magari vogliono solo narrazione o solo critica, solo sentimento, o solo informazioni. Io non lo so. Una cosa alla volta, però. Cos’è tutta questa contaminazione, questo scivolare da un piano all’altro, senza preavviso. Bisogna essere anche un po’ importanti. Perché se non sei importante, penso, un lavoro così misto magari neanche te lo leggono.
Mi fanno presentare uno scrittore importante, infatti.
Uno che ha scritto troppi libri per saperli tutti.
Uno che va in scena.
Uno che va in televisione e buca anche lo schermo.
Uno che racconta di scienza e neuroscienza, di chimica e genetica, di passato che non c’è più, di futuro che non c’è ancora, di manutenzioni mancate, di città distratte e umani inadempienti, di strade che crollano e sentimenti in briciole, come fosse niente. E con la stessa disarmante appassionata distanza.

Cade un bicchiere d’acqua. Si bagna la copertina e l’angoletto del bel libro si arriccia. 
La cosa mi turba.

Pascale parla in prima persona, è proprio lui. Anche il nome è il suo, i connotati, le fissazioni, e poi la città, i luoghi, le ricerche, l’astrofisica, la genetica, neuroscienza, biologia evolutiva, psicologia cognitiva… E sentimenti.  
Lui, insomma.
A me non m’importa. Che sia proprio il Pascale vero, dico. Che l’Antonio Pascale del libro coincida con quello della vita reale. Questo pensiero fisso che hanno tutti quanti. Quest’ansia. Questa ossessione di sgamare un’autobiografia.
Ma non è per via delle pagine, non è l’oggetto libro a farmi questo effetto.
Mio padre, architetto vecchio stampo e artista, diceva che qualche invenzione rafforza la realtà e la colora, e ci permette di vivere intensamente senza rimpianti. A me, mio padre stava simpatico. Non ha mai detto menzogne, ma aveva delle sfumature nel raccontare la vita che non assomigliavano a quelle di nessuno.
Alla pagina 51 di questo libro, l’Antonio Pascale della nostra storia a un certo punto dice a sua moglie Daniela, nel bel mezzo di una surreale conversazione notturna, inquinata dall’insonnia: “[…] insomma tutto è recitazione, ed è importante recitare sempre. […] Perché recitare significa una cosa molto semplice, vivere intensamente fino in fondo un’esperienza, fino alla consumazione, per non avere più la maledizione di ripeterla.”
Questo pezzetto sembra la traduzione adulta di quel che mio padre voleva dirmi quando io avevo cinque anni e neanche capivo il significato della parola realtà.
Mio padre è morto presto e io poi sono cresciuta male. Femmina, innamorata, dolente. E i buoni insegnamenti maschi si son persi tra lacrime e zucchero a velo.
Ma il punto di partenza, v’assicuro, era buono.

Levo la copertina di carta, la schiaccio sotto il peso degli altri libri suoi. Anche l’acqua macchia.
Questo libro è pieno di donne. Moglie, figlia, ex fidanzate o fidanzate di qualcuno, amiche e conoscenti, le ecologiste, la produttrice, la regista di film porno… Le battute migliori finiscono tutte in bocca alle donne. Quelle più acute, più amare, quelle disincantate e brillanti e risolutive, pure la figlia Marianna, una ragazzina fresca e bella, già ha capito, già sa come mettere a posto tutti, e come salvarsi. Donne con un po’ di scorza. Ma affascinanti, femmine. Donne adulte che stanno da sole, o che incontrano uomini improbabili, o che vanno con quelli più giovani, perché i cinquantenni, se poi ti avvicini troppo, sbiadiscono, piano piano. 
Anche il ritmo della narrazione diventa più bello, quando Pascale racconta le donne. Anche il suono, più caldo. E il paesaggio intorno, strade, pietre, i cieli, e le case… tutto intonato alla pelle delle ragazze. Anche il tempo, che si ferma un po’, sta sospeso, diventa armonico se ci sono le donne.
I maschi invece ne vengono fuori un po’ a pezzi. Simpatici, sì. Ingenui. Divertenti. Fanno anche tenerezza, fanno anche venir voglia di provarci. Ma sono spaventati, non sono seri ma hanno paura di giocare forte, non sopportano la parola ‘tradimento’ ma si alzano dal divano prima ancora di aver osato un approccio. Qualche guizzo li salva e così noi ci affezioniamo. Tutto incluso.
Insomma, tutto preciso come nella vita vera.

Leggo.
Scivolo di continuo dall’agio di una narrazione dal respiro lungo, al cuore di una descrizione quasi scientifica dei fatti, stretta dentro limiti precisi.  
Forme diverse, modi diversi. Io sbatto da una parte all’altra.
Sembra essere una caratteristica della sua scrittura, questa. Un particolare che fa sì che i suoi romanzi non siano mai solo romanzi. E l’amore non sia mai del tutto amore. E i suoi saggi non siano propriamente saggi.
Esiste un confine sottile (cioè se ne ipotizza l’esistenza, perché io non lo vedo), che separa questa visione ‘sensibile’, accorata, umana, da un’osservazione tecnica, concreta del mondo.
Tutto è registrato direttamente nella carne, con i sensi a nudo e, allo stesso tempo, niente ci riguarda completamente, niente ci appartiene, perché nell’ordine cosmico delle cose, ‘noi’ – inclusi piacere, dolore o disastri sentimentali – siamo senza peso.
Ci affacciamo per una manciata d’anni su questa terra, un soffio, e non ci siamo più.
È un bel modo di trattare la vita. La vita tutta, sentimentale e non. Un modo pratico.
Un modo laico.
C’è in questo libro un fare concreto: maneggiare dati, mettere insieme informazioni, spostare tasselli. C’è un punto di partenza, nel mezzo succedono delle cose, sorprese, cambiamenti, poi storto e dritto si arriva a una risoluzione del problema.  
Ecco, ne Le attenuanti sentimentali (che non è proprio un romanzo), mi pare si parli soprattutto di questo, di un modo possibile per restare in piedi. Un modo onesto.
Questo approccio alla vita, apparentemente ‘semplice’, riguarda tutto, che si parli  del surriscaldamento del pianeta, di dinamiche amorose, dell’inadeguatezza del maschio contemporaneo, della debolezza di concetti come ‘bio’ o OGM, del collegamento tra sinapsi, di neuroni e aree cerebrali, di chimica tra corpi o anime affini.
Ogni cosa, se assumiamo come possibile questo punto di vista, può essere ‘studiata’, quindi. Maneggiata, rivoltata, smantellata, toccata da sotto, da sopra, e da dentro, con il ‘metodo’ e lo sguardo di chi esplora, studia, capisce.
Perché se non si comprendono le ragioni delle cose, si inciampa e si cade e le cose si rompono.
Io non capisco niente in materia di sentimento, per esempio. Dovrei studiare. Da oggi sono autorizzata a considerare la dimensione sentimentale, come dire, come un pezzetto concreto. Una tessera del puzzle: c’è, manca, entra, oppure no. 

Se esistono due modi diversi per interpretare il mondo, sono impastati insieme. O almeno in questa storia è così. Nei lavori di Pascale è così.
D’altra parte, senza bisogno di ragionarci su, questo emerge già dall’accostamento delle parole nei suoi titoli: attenuanti/sentimentali; manutenzione/affetti; scienza/sentimento.
Ma che scherzo è?
Cosa c’entra l’amore con la scienza?

Leggo.
Le due dimensioni – percepire a pelle, al limite del bruciore, e l’osservare/interpretare i ‘fenomeni’ – rimbalzano di continuo una dentro l’altra.
Raramente perdo le tracce di una delle due, e resta in luce solo un aspetto. 
Per lo più le due componenti (emotiva e scientifica) coesistono, in una specie di esercizio della percezione selettiva, ma al contrario.
In questo caso, invece di percepire uno e un solo contorno alla volta (solo il contorno del vaso, oppure solo il profilo della donna, come nella ‘psicologia della forma’ di Arnheim), io colgo contemporaneamente due aspetti, apparentemente non compatibili tra loro. È come se il mio occhio, per continuare con la metafora della percezione visiva, acchiappasse nello stesso momento i due dati: vaso e profilo, naso della vecchia e collo esile della ragazza, uccello e lucertola, papera e coniglio… 
Insieme.

Sto inquieta.
Questa duplice esperienza, inaspettata, potente, che si consuma nello stesso tempo, produce un effetto di straniamento che sbatte il lettore in una dimensione altra dove saltano anche i criteri comuni di lettura.
Non sto in un romanzo, non sto in una pagina di diario, non è un saggio critico, però ho una matita in mano, e sottolineo, e studio, torno indietro, e certe cose le leggo due volte perché non ho capito bene, non mi fido (i narratori sono bugiardi), però qua c’è troppa vita, nomi e volti e strade e cose, allora mi arrendo, mi perdo, mi fido persino un po’, perdo anche la matita, e dimentico di segnare i passaggi che mi piacciono molto. Alla presentazione che devo dire?

Esco per l’ultima volta fuori tema, e così chiudo.
In Passa la bellezza che tanto ho amato nel 2005, e che mi pareva cucito addosso per come descriveva un certo modo di vivere ‘sulla pelle’ lo sfacelo intorno, il protagonista Vincenzo Postiglione, quarantenne, a un certo punto si ammala di una strana dermatite dall’origine oscura, dura a guarire.
Insomma, la pelle diventa filtro, l’unico velo che resta tra il mondo fuori, contaminato, corrotto, devastato, e la possibilità di assorbire, con/tenere tanto caos. Poiché contenere non si può, Postiglione, fa sue queste ferite, e il disagio si trasforma in lesioni visibili sulla pelle.
‘Percepire a pelle’, ‘nervi a fior di pelle’, ‘mi piace – o non mi piace – a pelle’, ‘ho la pelle scorticata’, ‘ti sento sotto pelle’… quante volte diciamo la parola ‘pelle’ per indicare un sentire viscerale, faticoso, anche di più.
Sono passati otto anni.
Ecco, senza sforzo e solo per affezione a uno dei miei libri preferiti, mi piace pensare che ne Le attenuanti sentimentali la pelle, magari geneticamente o ‘genialmente’ modificata, sia diventata tanto forte (non dura) da proteggere il sentimento, e da con/tenere tutto il mondo che ci cade addosso, senza doversi ammalare  più.

   

[…] sapete cosa gli uomini non perdonano alle donne?
Non perdonano il cambiare ruolo. Cioè se sei amante resti amante, se sei produttrice resti produttrice, se sei mamma resti mamma, la vostra mente non prevedere il cambiamento di ruolo […]

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...