Avventure dell’anima di cavalieri inquieti











Alessio Torino
Urbino, Nebraska
Minimum fax, pagg. 237, € 14


recensione di Michele Trecca





«È difficile per gli esseri umani riconoscere gli dei.» Certi libri, però, aiutano: per esempio, Urbino, Nebraska di Alessio Torino.
Siamo nel 2010 e Zena Mancini è al primo anno di Lettere. È tormentata, è a un punto decisivo della definizione di sé. Per la preparazione di un esame s’imbatte nel mito di Demetra che travestita da vecchia cerca fra la gente la figlia Persefone. Zena fantastica e in Demetra vede Dorina, la vicina di casa, anziana e sola, che vaga anch’essa smarrita, pazza di silenzioso dolore per la morte nel 1987 delle due giovani figlie trovate con un ago in vena nella rocca cittadina della Fortezza Albornoz.

La tragedia di Ester e Bianca è la vena carsica d’interrogazione di senso che attraversa Urbino, Nebraska e riaffiora qui e là con la sua forza perturbante nella vita dei vari personaggi.
Nel secondo movimento della partitura musicale di Urbino, Nebraska Alessio Torino riavvolge il nastro e riporta la storia al 1994, epicentro sempre lo stesso condominio. Nicola Chimenti è il cugino di Ester e Bianca, sono morte che lui era un ragazzino. A loro egli deve la scoperta di certi artisti e gruppi (diceva Ester: «Mi raccomando, Nick, di Springsteen solo Nebraska»). La passione per la musica lo salva da un agguato della depressione subito dopo la loro morte. Con Albe, Andre e la Ceci alle superiori mette in piedi il gruppo dei Cecilia C.: quello è il futuro, certo e solido, inconfutabile.
Perché allora lascia tutto mandando all’aria il gruppo con un gesto che per gli altri della band è un sanguinoso tradimento? Per farsi frate. Pochi a Urbino lo capiscono e gli sorridono. Non certo la madre, che per mascherare il pianto consuma boccette di collirio. Ci sono «voci che i neurologi interpretano come principio di Alzheimer mentre la mistica come dialogo spirituale con Dio».
Quella voce a Nicola dice che Urbino non è più la sua casa. Quella voce la sente anche Mattia Volponi, a quattordici anni. Per lui è la cartina della metropolitana di New York che Massimo Vignelli aveva disegnato nel 1979. Quella mappa era stata subito ritirata dal municipio di New York perché confondeva la gente. Vignelli aveva sacrificato la geografia alla libertà della grafica, l’evidenza fisica alla purezza dell’astrazione. Per Mattia quel diagramma è una lezione di vita: dietro le apparenze del reale ci sono forme della verità che disorientano gli sciocchi mortali, come le coppiette del Texas.
Perciò alla fine delle superiori Mattia va via da Urbino per inseguire in prestigiose scuole all’estero la sua passione di designer. Da allora odia tutto ciò che gli ricorda la città d’origine, a cominciare dall’altisonante cognome. Vive con la famiglia nei pressi di Vienna. Ora, 2013, deve andare ad Amsterdam per un importante riconoscimento professionale ma il padre è caduto sulle scivolose scale di casa esposte a nord. Quattro punti di sutura alla testa. La sorella e la moglie lo sollecitano ad andare a Urbino. Che fare? Intanto il suo amico d’infanzia sta scrivendo un romanzo con la storia delle due sorelle trovate morte alla Fortezza.
I personaggi di Alessio Torino hanno spirito inquieto di cavalieri erranti. In Urbino, Nebraska il piccolo mondo antico della provincia è teatro di grandi avventure dell’anima.

(Gazzetta del Mezzogiorno, 1 dicembre 2013)

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