Aspettando Stefano Benni…

Tre momenti con il grande scrittore
Pubblicate inizialmente su La Gazzetta del Mezzogiorno 
Poi riproposte nel volume Parola d’autore (Le, 1995)
Interviste di Michele Trecca
















Aspettando il prossimo 7 settembre, dal Chiostro di Santa Chiara, in via Arpi. Quando l’autore Stefano Benni farà tappa a Foggia, ospite principale della BookZone di Questioni Meridionali 2013, ideata da SpazioBaol.com insieme con la libreria Ubik di Foggia, l’Assessorato alla Cultura del Comune, FrontieraTV ed Emergency. 

COMICI SPAVENTATI GUERRIERI (1986) – Quando ci incontriamo, Stefano Benni ha la febbre e un dibattito serale che lo attende. Vorrebbe tornare a letto come si conviene a un ammalato. È invece attento e concentrato quando comincia a dire che Comici spaventati guerrieri s’ispira a un fatto di cronaca realmente accaduto a Roma: la morte violenta e misteriosa di un giovane borgataro nel giardino di un condominio signorile. O quando ribadisce con decisione l’ispirazione di fondo del suo romanzo: «È un libro assolutamente ideologico, caldo, assolutamente politico».

Ma ciò non toglie che sia anche una divertentissima, esilarante avventura fantastica in cui dei comici, spaventati guerrieri dai nomi strani (Lucio Lucertola, Lucia Libellula, Lupetto, Lee) muovono contro il Con-Dominio alla ricerca della verità come tanti Don Chisciotte contro i mulini a vento. Perciò chiediamo a Stefano Benni quanto ci sia di comico e quanto invece di tragico nel suo romanzo.
«Io non vedo alcuna divisione tra comico e tragico» ci risponde l’autore. «Ritengo che siano due aspetti della stessa attenzione alle cose. Comico e tragico sono separati quando il comico è legato al cinismo o è macchiettistico e quindi non ha profondità, non può parlare di cose tragiche. Nella storia della grande comicità, da Swift a Caroll, tutti hanno un risvolto tragico o, perlomeno, un grande moralismo».
– Comici spaventati guerrieri, dunque, non è solo una storia fantastica. È anche un’opera di denuncia.
«È la storia di questi anni. È quello che, secondo me, è successo in questi anni. Nel romanzo non c’è alcuna distinzione tra buoni e cattivi ma tra indifferenti e non indifferenti; tra chi non vuole ricordare e chi, invece, vuole. In questo senso sono per una divisione netta, moralistica. La cultura italiana è paralizzata da questa metafora del labirinto, della complessità del post-moderno. Io, invece, amo una letteratura critica, che scelga ancora, che abbia delle direzioni. Gli altri sono liberi di fare i letterati che vivono sopra al mondo, io non ci riesco. Io dentro questi anni sono rimasto impigliato.»
– Tutti, o quasi, ritengono ormai inadeguata una rappresentazione della realtà in termini di contrapposizione tra umili e potenti. Lei, invece, la ripropone e ne fa il principio dinamico del romanzo. Come mai?
«Quando in una classe di scolari tutti fanno i cattivelli, è provocatorio fare i buoni. C’è oggi un conformismo del cinismo, del potere, del successo. Io lo vedo e mi fa abbastanza schifo. Mi si può dire che è una mia allucinazione ma allora io rispondo di guardare bene la televisione, i giornali. Questi sono gli anni più squallidi del dopoguerra. Io sono stufo di semplici e scontate satire politiche perché la colpa non è solo dei politici, grassi o magri che siano. Se ci sono dei corruttori, ci sono anche dei corrotti e io ho voluto rappresentare e prendere in giro diverse figure sociali.»
– Quando dice che questi sono gli anni più bui del dopoguerra, a quali si riferisce in particolare?
«A questi anni dopo il Settantotto. Quelli precedenti io li ho vissuti con grande ironia. Sono stati anni tragici, certo; ma anche pieni d’ironia e divertimento. Non ci sono state solo le Brigate rosse. Io ho lavorato sei anni in una radio libera e ogni sera inventavamo qualcosa, divertendoci moltissimo. Non erano anni bui quelli, solo difficili.»
– Che cosa la colpisce negativamente di questi anni?
«L’indifferenza. L’indifferenza alla sofferenza degli altri. Il comico non può mai essere indifferente, esterno. Deve avvicinarsi agli altri. Quando a Jacques Tatì chiedevano come facesse a cogliere certi aspetti della realtà, rispondeva: come fate voi a non accorgervene?»
– Perché la comicità ha così poco spazio in letteratura mentre imperversa nei mass-media?
«L’umorismo scritto è difficile. Ci vuole una grandissima disciplina. Ci vogliono anni e anni di studio. La comicità è un procedimento matematico. Allora i talenti si riversano nel cinema, nel teatro, nella musica. Il libro è più difficile e rende meno. E poi bisogna cambiare, rinnovarsi. Gli umoristi italiani probabilmente sono pigri. Non credono fino in fondo a quello che fanno. E si accontentano di essere confinati nella pagina della satira.»
– Quali meccanismi comici utilizza in particolare nel suo romanzo?
«Questo testo è un vero e proprio esperimento di polifonia della comicità. Io cerco di mostrare quante possibilità abbia la scrittura comica, la sua ricchezza. Il mio libro. È un’esplorazione delle possibilità del comico. Parto dal divertimento della parola: sgrammaticatura, fusione, deformazione delle parole. Poi passo alla parodia dei vari linguaggi, da quello epico a quello basso-popolare. Poi c’è un salto di ritmo, i personaggi si incontrano, e la prima parte, cominciata come un blues, si conclude con dei tempi di rock. La seconda parte è un adagio: comincia con un dialogo a più voci e si conclude con un delirio del comico. Nel mezzo poi ci sono poesie e giochi di parole, monologhi, semplici battute, gags.»
– Esiste una nuova generazione di autori o è solo un bluff degli editori?
«Che ci sia, indipendentemente dall’età, una nuova generazione di autori è cosa indubitabile e di cui tutti dovrebbero essere contenti. Le scelte, è chiaro, le fanno sempre gli editori: se hanno ritenuto di promuovere un ricambio, evidentemente i vecchi non andavano bene. Il problema è dei vecchi, che dovrebbero fare un esame di coscienza. I vecchi parlano, parlano e sarebbe il caso, invece, che cominciassero a scrivere qualcosa di buono. Quanto poi a dire che cosa accomuni i nuovi, è praticamente impossibile. Forse l’unico elemento è che non hanno paura di parlare della cultura di questi anni, con i suoi orrori e le sue cose buone.»


LA COMPAGNIA DEI CELESTINI (1992) – Facciamo che buttiamo ogni cosa all’aria e ci rimettiamo a sognare. Come quando eravamo bambini, giocavamo a palla per strada ed eravamo tutti campioni: ognuno a modo suo. Facciamo che un grande rogo bruci la città e una gigantesca astronave, a cui «tutte le auto della zona abbiano donato un organo», come «un drago di fuoco» ci porti lontano, su un altro pianeta, nel regno del Grande Bastardo. Dove vero stregone è colui che «non si rassegna alle cerimonie dei tempi, che prezioso e invisibile aiuta gli altri anche se questo non verrà raccontato in pubbliche manifestazioni, che non percorre i campi di battaglia sul bianco cavallo dell’indignazione, ma con pietà e vergogna cammina tra i feriti».
Nel regno del Grande Bastardo non c’è l’Egoarca Mussolardi, l’uomo più ricco e fetente di Gladonia, proprietario di televisioni e squadre di calcio, Supremo Maestro del Gran Consiglio della Loggia; non c’è il giornalista Fimicoli (Tesseraloggia BO36) con il suo Milleusi Misiushi, contemporaneamente telefono parabolico intercontinentale, computer, fax, loran, batimetro, videogame e agenda; non ci sono Don Biffero, Don Bracco, l’assessore Beccalosso… Ci sono, invece, tanti monelli – saccenti, disobbedienti e non tutti innocenti – come quelli fuggiti dal proprio orfanotrofio-carcere per partecipare al misterioso e favoloso evento del campionato mondiale di pallastrada. Scatenando un putiferio. Perché c’è in ballo un’oscura profezia. E tanti interessi, economici e politici. 
Il regno del Grande Bastardo è la Compagnia dei Celestini di Stefano Benni.
«Che – ci dice l’autore – non è satira ma romanzo politico.» Ove, per intenderci, il secondo termine è accrescitivo del primo. La compagnia dei Celestini, infatti, non procede con il ritmo scoppiettante delle risate a squarciagola, del fuoco di fila delle battute esilaranti ma con passo regolare di podista macina generi (comico, giallo, gotico, fantascienza, fiaba…) e in duecentottantatre pagine generose e fitte non tralascia alcun particolare, dal regolamento del campionato di pallastrada alla cronaca delle partite.
– Ma, chiediamo all’autore, da cosa è nato questo bisogno di prendere le distanze dalla satira?
«La satira, perlopiù, è qualcosa che va cotta e mangiata, consumata subito. Non mi basta. Come linguaggio critico, poi, oggi è abbastanza spenta. Io voglio andare al di là della satira. Voglio fare di più. Voglio usare la scrittura critica in un modo più efficace, che resti più a lungo. Perché io sono uno scrittore comico e quindi devo cercare di sorprendere, di inquietare. Non posso limitarmi soltanto alle cose per cui ho avuto successo. Altrimenti sarei come quei tali che ripetono per tutta la vita il loro tormentone. Ho fatto, quindi, un romanzo politico, che parla dell’attualità.»
– È cambiata l’Italia di questi anni da quella del cinismo conformista rappresentata, per esempio, in Comici spaventati guerrieri?
«È peggiorata. Ha perso ancora un po’ di speranza.»
– Peggiorata nonostante l’ansia di rinnovamento che sembra attraversarla?
«L’ansia di rinnovamento è arrivata troppo tardi. Da parecchi anni nei miei libri io parlo di disastro. Il fatto che della gente se ne sia accorta solamente quando ha visto Di Pietro è forse un po’ tardi. Io sono contento che ci sia questa piccola reazione ma secondo me doveva esserci molto prima. Preferisco quelli che queste cose le denunciavano dieci anni fa.»
– Nel libro sono solo i bambini ad opporsi a certi giochi, ad esserne fuori. Questo significa appunto che non c’è più speranza?
«Queste sono letture metaforiche, personali, che non mi riguardano. Io credo nelle minoranze. A me sono più simpatici quei personaggi che hanno ancora la capacità di stupirsi, di sperare e, quindi, forse ho più simpatia per i bambini. Che sanno ancora disobbedire: come, invece, nessuno ha fatto in questi ultimi tempi.»
– A cosa bisognava disobbedire?
«Bisognava disobbedire a questo triste e disperato regime; ai suoi messaggi di morte e sacrifici. Bisognava disobbedire alle parole d’ordine di razzismo, d’insensibilità, di disprezzo del più debole. Chi ha lanciato queste parole d’ordine ora deve pagare; finché tutto questo veleno non sarà sparito dall’Italia, nel nostro Paese non nascerà niente di nuovo. Io non credo che si possa riciclare, né riformare niente. È una classe politica intera che deve andarsene, bruciare e forse dopo può nascere qualcosa.»
– Che rapporto c’è tra pallastrada e calcio?
«La pallastrada è un’idea del calcio molto ingenua, legata al fatto di poter abitare nelle città in un modo un po’ più libero. A me il suo calcio senza regole piace molto di più di quello chiacchierato e burocratizzato delle trasmissioni sportive, tutto centrato sull’iper-realismo della moviola: quasi un obbligo, una specie di lezione obbligatoria di calcio. Io, invece, preferisco il periodo in cui si giocava in strada per la gioia di stare insieme in un modo non imposto da altri, per divertirsi come si voleva. Io ho sempre preferito divertirmi a modo mio.»
– Per esempio con il gioco del facciamo che…
«Sì, sì. Specialmente nelle situazioni difficili. Il facciamo, infatti, si può giocare al letto, in ospedale. Il facciamo, insomma, è la capacità di immaginare soluzioni sempre diverse. Questo è quello che dovrebbe fare un libro. La televisione t’impone cosa devi pensare e come ti devi divertire. Il libro, invece, lascia all’intelligenza del lettore tutte le chiavi di decifrazione, tutte le possibilità e magari anche interpretazioni che non erano minimamente nella penna dello scrittore. Questo è il bello del libro. Che resta lì a lungo mentre la televisione viene consumata all’istante.»


 L’ULTIMA LACRIMA (1994) – Ognuno scelga la propria lacrima. E pianga. Di dolore, di compassione, di felicità. O per qualsiasi altra ragione. «L’importante – dice Stefano Benni – è provare un sentimento forte. Non esaurire le proprie emozioni nello spazio d’un telegiornale. Non voltare la testa dall’altra parte. Non far finta di niente. Perché nel nostro Paese stanno accadendo cose gravi.»
L’ultima lacrima di Stefano Benni è quella di Bachelard, di Nietzsche, di Eliot. È la lacrima di rabbia di chi – da sempre – «corre contro vento» e quindi sente il peso e la responsabilità della parola.
«Chiunque oggi – sostiene Benni – può dire cose terribili e poi smentirle dopo cinque minuti. Lo fa la televisione, lo fa la politica. Tutto è ormai consumo simultaneo e immediato. Un libro invece resta. E dopo due mesi dice le stesse cose. Un libro non scompare nel grande spettacolo. Ed allora io voglio provocare ed inquietare. Voglio che mi si dica se quei fantasmi che io vedo sono solo mie allucinazioni o esistono davvero. La Storia poi darà il suo giudizio.»
È dunque una scelta etica – e non semplicemente politica – quella che ha spinto Stefano Benni a mollare gag e trucchi del comico – ma non l’intonazione – per scolpire immagini profonde. Sottraendo parole al linguaggio seducente, avvolgente ed acrobatico degli altri libri. Fino a raggelare la propria naturale propensione al riso in un pacato viaggio all’inferno: «una vera catabasi», specifica l’autore con termine colto.
Il primo girone è il delirio televisivo di una famigliola contenta di esibire il papà in diretta a sedici milioni di spettatori. Particolare ininfluente: il papà – orgoglioso d’avercela finalmente fatta ad apparire in TV – non risponderà alle domande di un quiz ma salirà sulla sedia elettrica. E così di seguito, per quadri successivi della nostra ordinaria follia e quindi la scuola, gli intellettuali, i sondaggi, la guerra civile. Tutto appare incredibilmente vero nella prosa allucinata di Stefano Benni, che sadicamente indugia sui particolari esteriori quasi a disegnare o lambire i bordi del nulla che oggi regge le nostre sorti. I racconti de L’ultima lacrima dipingono il vuoto che ci portiamo dentro: gli danno forma e consistenza. E alla fine puoi ben dire di conoscerne il volto orrido.
«Il passatempo del comico – precisa Stefano Benni – è anche troppo presente sulla scena italiana. A me, quindi, non interessava costruire un baraccone o un luna park. Ma inchiodare la gente a una riflessione profonda. Con la forza delle parole. Che ormai non contano più niente. Senz’accorgercene, corriamo il rischio che qualcuno un giorno dica: beh, ragazzi, adesso escono i carri armati; ma non è niente; è uno scherzo. E poi invece quella volta i carri armati escono davvero. Non perché questo governo sia particolarmente malvagio ma perché il suo modo aziendale di concepire la politica comprende la distruzione dell’opposizione quasi fosse una ditta concorrente. Ai carri armati si può arrivare anche solo per inerzia. E indifferenza. La storia insegna che i dittatori all’inizio sono in totale buona fede.»
«Lo so, lo so – si giustifica quasi Stefano Benni, ripassando in un lampo la propria vicenda di autore -: la butto sempre in politica e non dico nulla dei miei libri. Ma, cosa vuole?, gli altri scantonano e a me tocca parlare per tutti. Io parlavo di regime anche quando c’era la D.C. e mi davano del visionario. Ora hanno tolto il crocefisso e hanno messo le antenne. E di nuovo mi danno del visionario ma sono sempre gli stessi: che adesso parlano male di Andreotti e Craxi e dicono che loro sono il nuovo. Gli italiani, purtroppo, non hanno la vocazione all’anticonformismo. Ed io sarò sempre in minoranza. Ma non m’importa. Il ruolo dell’artista è quello dell’oppositore. Ed io oggi mi oppongo ai guasti della comunicazione. Non è più possibile parlarsi. C’è rabbia e infelicità. E silenzio. O risse. È saltata la convivenza civile.»
C’è però, tra i giovani, la voglia di parlare. In tanti già s’accalcano nella libreria per ascoltare l’autore. Cosa gli dirà?, chiediamo.
«Non lo so, proprio non lo so. L’importante non sono le parole. L’importante è che le immagini siano profonde, anche se semplici. Io credo che i giovani siano attirati dalla mia scrittura perché sentono che in essa c’è una ricerca di verità. Che essa è pronta allo scontro con tutti i poteri per difendere una propria verità. Nelle parole io cerco lo stupore, la meraviglia iniziale del bambino ed anche del giovane rispetto a un mondo adulto che detta delle regole autoritarie ma non le giustifica in alcun modo se non con il potere. Noi dobbiamo invece aiutare i giovani a liberare la propria fantasia dai corridoi punitivi in cui l’ha costretta la televisione. Dobbiamo restituirgli la libertà d’essere tante cose insieme. Se essi perderanno la loro creatività, avranno perso ogni ricchezza. E noi la democrazia.»

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