Mandami tanta vita, Paolo Di Paolo














Paolo Di Paolo
Mandami tanta vita
(Feltrinelli)

Recensione di Michele Trecca



«Sei un po’ Mazzini, un po’ Charlot, sei disorientato e stanco, però adesso muoviti, non c’è un minuto da perdere»: è Piero Gobetti che incita se stesso in Mandami tanta vita di Paolo Di Paolo. Giovedì 4 febbraio 1926, carnevale, Gobetti è appena arrivato a Parigi. Ha meno di venticinque anni, a Torino ha lasciato la moglie Ada e il figlio di poco più di un mese. Come un antico eroe risorgimentale, ha scelto l’esilio per continuare a lottare contro il fascismo opponendo cultura alla sua violenza. Ha fondato e pubblicato riviste e libri, è studioso ed editore vivacissimo, di solide idee liberali e grande curiosità intellettuale. Ha il fisico minato da scompensi cardiaci, provocati o aggravati dalle aggressioni fasciste. Il 15 febbraio a Parigi muore stroncato da una bronchite… eppure, qualche giorno prima, già malato, è lì a spronare se stesso. Aveva una «volontà imperiosa, smisurata». Diceva agli amici: «Bisogna volerle, le cose… bisogna volerle fino in fondo… Se volessi restare sette volte sotto il tram e non morire, ci riuscirei». Poi li provocava, spaventandoli: «Sentite, io adesso faccio un salto e vado di là dal Po».

Di Piero Gobetti, però, Paolo Di Paolo racconta quell’umana fragilità che aveva il suo “correlativo oggettivo” (Gobetti fu il primo editore di Ossi di seppia e Montale passò a salutarlo alla stazione di Genova durante quel suo ultimo viaggio verso Parigi) in un corpo smilzo di ragazzino pallido cresciuto troppo in fretta, con una nuvola di ricci chiari sulla testa, il pomo d’adamo sporgente e gli occhialini tondi sopra il naso. Mandami tanta vita è una sorta di diario immaginario degli ultimi giorni di Gobetti, quando quel corpo «da lui sempre ignorato» prese infine il sopravvento imponendo i propri limiti.
Il romanzo è costruito su un doppio punto di vista. Ai capitoli dedicati a Piero si alternano quelli con la voce di Moraldo, studente di Lettere. Di Paolo usa prima e terza persona, evita le barriere architettoniche delle virgolette e annulla le distanze con il discorso indiretto libero. Moraldo e Piero sono – a loro insaputa – l’uno la coscienza critica dell’altro. Sono due fratelli figli unici.
Mandami tanta vita comincia con questo pesante carico di penalizzazione per Piero: «Fidarsi della prima impressione può portare fuori strada. Comunque, per lui, era stata antipatia. Istintiva, quasi feroce». La prima scena del romanzo è in un’aula universitaria. Piero e i suoi amici per protesta ostentano indifferenza nei confronti della lezione su Dante che Moraldo sta seguendo e a questi il loro atteggiamento pare arrogante. In realtà, egli ammira in essi quella forza delle convinzioni che a lui manca. Poi a Moraldo accade di scambiare la propria valigia con quella della giovane fotografa Carlotta e – per dirla con Tabucchi, che ne ha incoraggiato la storia, ma non ha potuto leggere il libro – questo “piccolo equivoco senza importanza” lo porterà ad invaghirsi della ragazza e a inseguirla a Parigi proprio in quegli ultimi giorni di vita in cui Piero sta combattendo la sua «paura di avere paura» aggrappandosi al ricordo struggente dell’amore per la moglie e ai valori di sempre. S’incontreranno Piero e Moraldo a Parigi? Ci sarà o no fra loro in quella concomitante presenza nella capitale francese un ideale passaggio del testimone?
La forza di Piero – di cui ha bisogno Moraldo e come lui noi tutti – è nell’intendere la propria responsabilità oltre i limiti del tempo di vita. Ciò che fai resta, al di là di quanto esso determina nell’immediato. Solo così è accettabile al rivoluzionario la galera del padre per le parole del figlio o la rovina del tipografo che gli ha stampato il giornale d’opposizione. Moraldo s’interroga su questa fermezza di Piero, Di Paolo ce la racconta e noi capiamo che non era frutto di fede cieca ma di schiena dritta, consapevolezza di essere nano sulle spalle di giganti e studio e poi ancora studio. In questo insieme complesso di fattori intellettuali e morali è la semplicità dello slancio perentorio di Piero oltre la tempesta di dubbi del presente.
Mandami tanta vita, diceva il venticinquenne Piero Gobetti alla moglie Ada: grazie a Paolo Di Paolo tanta di quella vita è arrivata a noi, non sprechiamola.

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