La banda del formaggio, Paolo Nori














Paolo Nori
La banda del formaggio
(Marcos Y Marcos)

Recensione di Michele Trecca


«SCRITTURA. Dire del potere salvifico… POTERE. Spesso salvifico (vedi Scrittura).» Sono due vocaboli del Dizionario delle parole che si sentono sui treni, sugli autobus e dentro i telefoni. Così scrive Paolo Nori nel suo nuovo romanzo, La banda del formaggio. E precisamente, il protagonista Ermanno Baistrocchi, editore, le legge nel quaderno dell’amico Paride che s’è buttato giù dal settimo piano del suo condominio di via Stalingrado, a Bologna (azzardiamo, «Città di contrasti», come Milano, Roma, Napoli, Firenze e Bolzano: vedi dizionario). In un quadernetto d’appunti Paride lascia il romanzo che voleva pubblicare, con il capitolo del Dizionario. Ermanno Baistrocchi lo legge, Paolo Nori ce lo consegna. E noi plaudiamo: 92 minuti di applausi, come per il secondo tragico Fantozzi alla guerra della, come dice lui, Corazzata Potionkin.

Basta. Tante verità, troppe cose belle, ha ucciso la retorica. Per fortuna Paolo Nori non s’arrende e con la sua voce (non dire: fuori dal coro, vedi dizionario) padana, e pagana, continua a fare «l’austriaco» come Ermanno quella volta lì ad Amsterdam che «tutti sembravan sapere benissimo cosa stavano facendo, tutti avevano una famiglia, dietro i portoni, tutti avevano una direzione, un lavoro, e io ero lì, da solo, austriaco, a guardare dentro la mia vacanza poco sensata…». Ermanno ha una vita sgangherata, è socialista e asociale, ha problemi familiari (con il genero, che chiama «l’illuminista», per via del cambio d’una lampadina), come un bambino si chiede e chiede sempre perché, ingrandisce le cose piccole e riduce quelle grandi, il suo sguardo è orizzontale, senza gerarchie, uno vale uno. Dietro le parole Ermanno cerca il buon senso, e non lo trova, perciò s’arrabbia.
La lingua non salva, niente e nessuno. Bisogna reinventarla. Serve, però, una certa postura intellettuale. Le parole nuove non le porta la cicogna. Chi ne vuole, coltivi il dubbio, come Ermanno Baistrocchi. La banda del formaggio comincia così, con questo che poi è un refrain del libro. «Ma quelli che scrivono sopra ai giornali, non gli capita mai che gli viene il dubbio che quello che scrivono sono delle cagate?». La banda del formaggio è una battaglia di verità: i dubbi di Ermanno contro le certezze della stampa. Il punto in questione è la morte di Paride, libraio e da quindici anni amico e interlocutore pressoché unico di Ermanno, rapito dalla musicalità dei suoi discorsi infarciti di «zioboja», ripetuto come «il basso che suona l’un due e tre di un valzer».
Quando Ermanno ha la possibilità di comprare tre librerie, Paride si offre di diventare suo socio perché – dice – ha una certa liquidità. Poi salta fuori che i soldi per le librerie venivano dalla banda del formaggio e Paride si butta giù. Caso chiuso, per tutti ma non per Ermanno, che ad agosto su di esso scrive un libro, «che è questo che avete davanti, ammesso che l’abbiate davanti», mentre la città è deserta e lui è lì, a far «l’austriaco» al lavoro.
Paolo Nori, parmense, è come Ugo Cornia, un narratore delle pianure, «erede consapevole del magistero» di Celati e Cavazzoni. Dice ancora Walter Siti, modenese, che il realismo di Nori «è come quello di Astolfo sulla luna». Oppure, diciamo noi, è come le Delocazioni del grande artista Claudio Parmiggiani, modenese come Siti. È quell’impronta di senso che resta quando, dopo aver saturato la stanza di fumo per accelerare l’azione del tempo, Parmiggiani toglie le tele dalle pareti. Così Nori, con la forza e lo sdegno di un’ironica e caparbia maraviglia libertaria, schioda le parole dal velo d’insignificanza del loro uso asservito. Il potere logora le parole, Nori le restituisce alla curiosità avventurosa del lettore: «come veder dietro un velo un’altra realtà velata (…) e così via perdendosi all’infinito, cercando un’immagine e attraverso questa immagine il desiderio di intravedere se stessi» (Claudio Parmiggiani).

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