Tributo ad Antonio Tabucchi

Muore, nella sua Lisbona, il grande scrittore Antonio Tabucchi
Il sentito tributo della libreria Ubik di Foggia 
Le interviste e riflessioni critiche che riportiamo seguono il cammino letterario di Antonio Tabucchi fino al grande successo di Sostiene Pereira. Sono un capitolo del libro Parola d’autore di Michele Trecca (Argo 1995). Sono un nostro tributo di stima e affetto ad un autore che ci ha dato pagine e pagine di raffinata letteratura e grande forza civile. 
La suggestione delle pagine di Antonio Tabucchi è nella sua capacità di dare voce al sentimento indefinibile della saudade, che è nostalgia e rimpianto, vera e propria categoria dello spirito.

Antonio Tabucchi riesce a parlare e raccontare attraverso silenzi, allusioni, fratture, ellissi. Sa piegare strutture letterariamente complesse alla semplicità della musica di strada.
Ha fatto conoscere in Italia il poeta portoghese Ferdinando Pessoa. È scrittore laico e di grande impegno civile ma il suo discorso più appassionato è quello di Pereira sull’anima.
Saudade è vocabolo portoghese e significa nostalgia, rimpianto, malinconia ma, forse, più che una parola è una “categoria dello spirito”: dice Antonio Tabucchi in un suo racconto, Il gioco del rovescio.
Antonio Tabucchi insegna letteratura portoghese perché ama questo paese “di gente che si è buttata nell’oceano”, che ha “dato al mondo pazzi dignitosi e urbani, schiavisti e poeti malati di lontananze”, come Ferdinando Pessoa del quale ha curato la traduzione italiana dell’opera.
I racconti di Tabucchi sono ricchi di saudade come tanta parte della cultura letteraria e musicale portoghese ed ognuno (per quanto breve, esile ma mai dimesso perché si tratta molto spesso di implacabili giochi letterari) illumina un caso umano, un destino, ci dà il senso di una vita.
Antonio Tabucchi non è scrittore di professione e neppure metodico (“Sto lunghi periodi senza scrivere. Poi magari in quindici giorni scrivo moltissimo. Dipende dall’ umore e dalle possibilità. Non faccio lo scrittore di professione perché altrimenti scrivere sarebbe un obbligo); viaggia molto in paesi lontani alla ricerca dei frammenti di cultura che l’Occidente ha disperso nei suoi trascorsi coloniali e le storie che racconta molto spesso sono raccolte in giro per il mondo. Per esempio nelle Azzorre, dove è ambientato lo splendido Donna di porto Pim, oppure inseguendo una poesia, una canzone, un ricordo o, semplicemente, una guida turistica (come nel breve romanzo Notturno indiano).
Ciò che conta insomma è quell’improvviso “slittamento della percezione” che porta fuori dai confini del proprio io, dal ristretto e angusto orizzonte quotidiano; che spinge verso “un altrove teorico e plausibile” da opporre al “nostro dove imprescindibile e massiccio”.
E questo altrove sono luoghi lontani e tempi andati, ma sono, soprattutto, gli altri ed è caratteristico di Tabucchi un uso della scrittura come occasione di incontro e confronto con gli altri, come inesausto tentativo di conoscenza (che spinge fino al limite estremo dell’ assunzione nel racconto dell’ altrui punto di vista, anche di una balena: pur di “spiare le cose dall’altra parte”).
In Piccoli equivoci senza importanza, questo intento è esplicitamente dichiarato sin dal titolo: il filo conduttore degli undici racconti del volume è, infatti, “cercare di trovare nella vita quei piccoli errori che hanno portato a delle posizioni assolutamente irrimediabili” fino a definirla in modo imprevisto ed irrevocabile. I personaggi di Tabucchi, quindi, sono dei vinti, gente a cui la vita è sfuggita di mano, che la vita ha preso e trascinato via ma senza tonfi e clamori, come in una lenta deriva, come in un sogno (e come un sogno, labile e sfuggente, essi spesso la rivivono).
Ma quel che rende la scrittura di Tabucchi del tutto originale è il suo svolgersi per allusioni, per fratture, celando i fatti macroscopici della storia per soffermarsi, invece, sugli aspetti più umili, marginali, dimessi e questo procedimento, se da una parte consente all’autore di sfuggire ad ogni retorica, dall’altra implica, perché il racconto funzioni, una piena partecipazione, una sorta di complicità del lettore che da intellettiva poi diventa, inevitabilmente, emotiva, coinvolgendolo pienamente.
Del resto un racconto di Tabucchi nasce da “un’ idea poetica più che romanzesca, da un’associazione di idee magari apparentemente incongrue” e Tabucchi predilige questa forma di espressione (che in un primo periodo ha praticato in modo quasi esclusivo) proprio perché essa si propone come semplice frammento del reale senza alcuna pretesa totalizzante.
Guardo il fiume, vedo una signora e penso al suicidio. Questo è un racconto perché si risolve nel rapporto diretto tra due poli senza bisogno del ricorso ad altre cose. Il romanzo tende ad una visione più panoramica. Il racconto è più parziale, più modesto, consente di approfondire di più la situazione. Del resto oggi è diffusa la sensazione che il mondo è fatto di frammenti difficili da tenere insieme.”

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Uno pensa: se in un libro c’è un morto ammazzato (e non identificato) e un tale che cerca – caparbiamente – di scoprire la verità, si tratta senz’altro di un giallo. Ebbene: ne Il filo dell’orizzonte di Antonio Tabucchi c’è tutto questo. Ma, ultimata la lettura, è forte il sospetto che non di giallo si tratti bensì di altro.
Perché? Ma perché, man mano che la storia procede, i misteri si infittiscono (e fin qui niente di strano); ne sorgono di imprevisti (ahi! ahi!) relativi al protagonista (ma chi è? perché si danna tanto per dare un volto ad uno sconosciuto di cui nessuno si cura? cosa nasconde il suo passato?); ed alla fine (colpo di scena) i dubbi sono tanti (più di prima) e le certezze poche (anzi nessuna). O meglio, una: Il filo dell’ orizzonte potrà anche non piacere ailettori abituali dei gialli, ma è la conferma che Antonio Tabucchi è senz’altro uno degli autori più interessanti in circolazione oggi in Italia.
Ma, dicevamo, Il filo dell’orizzonte non è proprio un giallo. Ed allora cos’è? Per scoprirlo non ci resta che interrogare l’autore al quale subito proponiamo un primo dubbio.
Il filo dell’ orizzonte è un po’ anomalo come romanzo. Ma è davvero un romanzo?
Non so se sia esattamente un romanzo; forse è piuttosto un racconto lungo, una novella. Ha una scansione romanzesca, nel senso che non ha unità di tempo. Ma non saprei come definirlo. Del resto, il romanzo propriamente detto, in senso ottocentesco, non mi interessa molto. Mi interessano soluzioni narrative nuove. Mi piacerebbe, se fosse possibile, mettere insieme tanti romanzi brevi in uno lungo. Ma questa è solo un’idea.”
– Ma Spino, che si improvvisa detective, cosa cerca in realtà? Cosa è importante nella sua ricerca?
Importante è la ricerca stessa. L’importante non è trovare: è cercare, che è già trovare perché indica una volontà interrogativa. Una persona che cerca ha sempre una forte tensione che può essere intellettuale, morale, comunque esistenziale. Il mio personaggio non è soddisfatto di quello che è e per questo si pone delle domande. A Spino non basta constatare, lui vuole sapere.”
– “Piange, chi era Ecuba per lui?”: Spino, alla fine della sua ricerca, dice di aver perfettamente capito il senso della battuta che Amleto pronuncia vedendo un attore piangere per la moglie di Priamo. Cosa ha capito?
Per me è un po’ difficile dirlo perché lo pensa lui: lo pensa il personaggio. Direi che ha capito che gli altri sono noi; che noi siamo tutti gli altri. Si è reso conto, ha capito che esiste l’essere umano; che esiste il genere umano: e questa, per lui che vive in solitudine, è una grande scoperta.”
– Il romanzo è ambientato a Genova, città alla quale lei è molto legato. Cos’è Genova per lei?
È una città molto speciale, secondo me. Non è come le altre città italiane di esibita ed immediata bellezza. La bellezza italiana spesso è una bellezza rinascimentale, molto solare, molto generosa. La bellezza di Genova è più segreta, meno disposta a darsi, più solitaria, più misteriosa. E poi Genova è una grande città di mare con un porto importante ed il mare significa lontananza, altrove, distanza. Di Genova, inoltre, mi affascina il suo ricco passato storico perduto che ha segnato, ha toccato la città e che le persone, credo, si portano dentro, nel loro bagaglio genetico.”
– Spino, allora, è diminutivo di Spinoza?
Sì, in qualche modo. Potrebbe essere Spinoza, spinone ma anche il maschile di spina perché ha qualcosa di pungente. È un nomignolo come tanti.”
– L’atmosfera del romanzo sembra espressione di uno stato d’animo particolare di tensione, di disagio. È così?
Questo libro l’ho scritto in un inverno in cui faceva molto freddo. Genova non lo è particolarmente ma quell’inverno lì ha fatto davvero freddo e questo mi ha obbligato a restare molto in casa, naturalmente. La città era diventata un po’ spettrale, deserta; era tutto ghiacciato e le poche persone che osavano uscire si aggiravano come degli spettri, come delle ombre. Tutto conferiva alla città un’aria ancora più allucinata e questa atmosfera ha fornito, come dire, il pretesto visivo immediato. Io poi stavo attraversando un momento particolare, di speciale riflessione e mi è sembrato che forse potevo riflettere per interposta persona. La letteratura in fondo è il modo migliore di riflettere.”
– Nel romanzo la riflessione di Spino è incentrata sul senso delle cose. Non è una ricerca disperata?
La caratteristica del mio personaggio è quella di non accontentarsi di capire i meccanismi; Spino vuole capire il senso delle cose. Oggi è più facile capire il come che non il perché. La nostra è un po’ un’epoca di come: si sa ben come è fatto un oggetto, come funziona, come fare. Perfino nella letteratura, o nelle scienze umane, perfino negli atti creativi prevale questo atteggiamento del quale lo strutturalismo è la quintessenza. Spino, invece, vorrebbe sapere perché, non come.”

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La sera è bello scrivere un pezzo assurdo ma logico che le voci degli altri ti hanno regalato…”, dice Antonio Tabucchi in una delle prime pagine del racconto d’apertura de L’ angelo nero: che comincia, dunque, proponendo un’immagine tranquilla e pacificata dell’attività narrativa, ridotta a semplice montaggio e rielaborazione degli spunti raccolti passeggiando per le vie del centro in una domenica di primavera inoltrata (“un piccolo gioco segreto e quasi infantile”).
E prosegue, invece, mostrando tutta la lacerante complessità di questo lavoro che – ci dice il racconto – finisce sempre e comunque con l’impegnare chi ne è coinvolto in un crudele e cruento duello con se stessi.
Come un novello apprendista stregone il protagonista della storia finisce, infatti, per evocare alcuni lontani fantasmi del proprio passato perché “quello che è stato torna, bussa alla nostra porta, petulante, questuante, insinuante. Spesso reca un sorriso sulle labbra, ma non bisogna fidarsi, è un sorriso ingannatore”. Altre voci, dunque, portate questa volta da chissà cosa, come “una ferita che duole all’ improvviso”, si intrecciano con quelle raccolte per strada tra gli ignari passanti e riaffiora una vicenda vecchia di anni (il cui drammatico esito a noi è dato solo intuire, come il resto).
Questa volta, quindi, per il protagonista del racconto non è possibile la freddezza e il distacco del “chirurgo che con le pinze prende un brandello di tessuto e lo isola”. Né basta l’immaginazione per trovare quella risposta che sempre manca; quel perché nel quale è racchiuso il senso di un’esistenza.
Nel frattempo è cambiato anche il paesaggio e la domenica di primavera inoltrata ha ceduto il passo ad un pomeriggio buio e tempestoso; la passeggiata iniziale è diventata una corsa affannosa verso la torre più alta della città: quello che doveva essere solo un gioco diventa la tragica scoperta di un’ inconfessata voglia di suicidio.
In un altro racconto (il quinto dei sei che compongono il volume) Tabucchi ritorna sui due temi della memoria e della scrittura, ancora una volta strettamente collegati tra loro.
Questa volta il protagonista è un vecchio poeta (sicuramente Montale, ricordato anche nella nota introduttiva) incalzato dalle petulanti e interessate attenzioni di una giovane ammiratrice. A lei, dunque, l’anziano e famoso scrittore affida le sue ultime poesie: da pubblicare postume, cinque per ogni anno fino al totale di venti. Ma quello che apparentemente è solo un ingenuo indulgere a senile vanità, in realtà è un ingegnoso scherzo, una derisione della nostra incapacità di percepire il senso vero della scrittura, che il vecchio poeta sa bene consistere in un disperato, inesausto e indicibile tentativo di abbracciare la vita nella sua totalità. Un tentativo vano e perciò “la poesia è solo un abbaglio, ogni scrittura è menzogna, un peccato contro se stessi”.
C’è, dunque, nei racconti di Antonio Tabucchi, un senso amaro della vita che si insinua nell’animo del lettore con la naturalezza di un respiro; un senso amaro e straziante per nulla mitigato dalla ribadita capacità dell’autore di articolare le sue storie in strutture letterariamente molto complesse con originali e folli invenzioni, andirivieni nel tempo, voci e vicende che si rifrangono e riproducono incessanti: come un moto perpetuo in un labirinto senza uscite; un buio tunnel in fondo al quale non ci sono che angeli neri. E gli angeli neri “non hanno soffici piume, hanno un pelame raso, che punge”.

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Dovremmo portarli sempre con noi, i nostri morti: invitarli alla nostra tavola, accompagnarli in lunghe passeggiate per le strade della città che amiamo e parlare loro in una lingua discreta e appartata, diversa da quella invadente e logora della quotidianità. Dovremmo farlo: perché forse è lì, nella riconciliazione con la nostra memoria, quella pace che invano cerchiamo chissà dove. Antonio Tabucchi lo ha fatto e ha dedicato un requiem ai propri fantasmi: in portoghese (la traduzione italiana è di Sergio Vecchio), lingua per lui “di riflessione ed affetto” e, quindi, la più appropriata per un’ “orazione laica”, per un commosso e solare “omaggio” ai propri fantasmi, incontrati per le strade di Lisbona in una torrida giornata di fine luglio.
– Ma, chiediamo all’autore, trova infine il protagonista la pace che cerca?
Non so se egli riesca a trovare una pace. So che vuole placare persone e cose che non esistono più ma lo perseguitano nella memoria; che vuole tranquillizzarsi, avere familiarità con essi e che riesce infine a dar loro una buonanotte e ad addormentarsi sotto un gelso in campagna. Il fatto di parlare con i morti è già di per sé tranquillizzante perché porta pace alle nostre memorie.”
– Ma qual è l’enigma della propria vita intorno a cui si affanna il protagonista, invano cercando una risposta dai suoi morti?
Io non so spiegare gli enigmi della vita. Penso peraltro che la vita ne abbia molti e che non sia compito dello scrittore scioglierli. È compito dei filosofi, dei religiosi, degli psicanalisti forse. Uno scrittore come me agli enigmi può solo girare intorno, magari individuarli, indicarli al suo lettore. Ma non è possibile avere una funzione stregonesca. La letteratura è solo una fioca luce che può indicare una strada.”
– Oltre agli incontri cercati e voluti ce ne sono altri occasionali ma non meno importanti. Quale valore essi hanno nell’economia del racconto?
I vivi, in un’allucinazione come è il mio libro, sono posti sullo stesso piano dei defunti. Ho scelto, a rappresentare i vivi, il popolo minuto di Lisbona, la gente semplice, quella che conosce il valore della vita di tutti i giorni, della quotidianità. Volevo dare al mio libro un’andatura, anche musicale, di grande semplicità e perfino di modestia. Per questo parlo nella mia nota della musica che viene dalla strada. Insomma, volevo che il mio protagonista incontrasse i suoi cari scomparsi in un contesto di normalità, di affetto, di semplicità. E non in un’ atmosfera rarefatta, letteraria e fantastica.”
– Ma in realtà, nonostante i toni smorzati e apparentemente dimessi, tutti i suoi lavori sono costruzioni letterarie complesse…
Bisogna però convenire che questo mio requiem non è un libro solenne. In tal senso non è celebrato in una cattedrale, seppure letteraria. È un requiem che si svolge per la strada e ne accoglie la musica dimessa di tutti i giorni. Per quanto conservi nel numero dei capitoli e forse in altri luoghi la forma del requiem musicale, si tratta pur sempre di un requiem cantato in sordina, forse addirittura fischiettato. Non credo che i miei lavori siano costruzioni letterarie molto complesse: diciamo piuttosto che posseggono la complessità del caso, perché molti di loro sono nati in situazioni casuali e assolutamente non progettuali. Quando comincio a scrivere non so mai come e dove finirà l’avventura: mi lascio trasportare dalla storia, e spesso è lei che si racconta. Questo può dare a volte l’impressione di una certa complessità: ma forse è più apparente che reale. Diciamo che è complessa come la vita.”
– I vari incontri sono quasi sempre accompagnati da lauti o raffinati pranzi tanto che il libro è quasi un itinerario nella cultura gastronomica portoghese. Com’ è nata e che valore ha quest’associazione all’apparenza stravagante?
L’associazione è stravagante solo apparentemente: se ci si pensa bene, da un punto di vista antropologico, specie in una cultura mediterranea come la nostra (mi riferisco ai tempi andati, ovviamente), la morte è assai collegata con il rituale della nutrizione. Morte e cibo, la vita che continua, che si confronta con la vita che è cessata; morte e scongiuro apotropaico, celebrazione della stessa morte… E poi: quando, come me, si ha un rapporto molto stretto con un paese e con un popolo, questo rapporto passa anche, e forse soprattutto, attraverso la conoscenza della cultura materiale. Ho fatto un omaggio alle tradizioni gastronomiche portoghesi, anche questa è una forma di celebrazione di un paese che si ama.”
L’angelo nero, suo precedente romanzo, e Requiem sembrano ispirati da due stati d’animo molto diversi, addirittura opposti. Che cos’è cambiato tra un libro e l’altro?
L’angelo nero era un incubo vissuto con tutta lucidità, perché era uno sguardo impietoso e magari feroce sul lato negativo delle cose. Direi che è il mio libro più razionale, perché il più attento e scritto con gli occhi spalancati. In Requiem c’è forse un abbandono: un abbandono alla memoria, al sonno, al sogno, all’onirico, a quella parte di noi che vaga con l’immaginazione e con la fantasia. Proprio per questo gli ho messo per sottotitolo un’ allucinazione. Lo stato d’ animo che in esso predomina è più solare perché è un’allucinazione meridiana, secondo la tradizione classica, quando i fantasmi apparivano a mezzogiorno. Devo dire che scriverlo mi ha appagato e forse consolato di più che scrivere L’angelo nero. Non certo perché sia un libro consolatorio ma perché è più libero come lo sono le libere associazioni dell’inconscio.”
– Nell’incontro finale con Pessoa il protagonista gli rimprovera diverse cose. Oltre alla reciproca inquietudine e all’ammirazione che la uniscono, che cosa invece la divide da Pessoa?
Il protagonista del mio libro, in maniera peraltro ironica, rimprovera al grande protagonista delle avanguardie storiche di essere responsabile di ciò che oggi viene chiamato per comodità postmoderno. Perché le avanguardie storiche sono state responsabili di una rottura, hanno turbato un equilibrio, si sono fatte portatrici di un turbamento nel panorama estetico (e non solo estetico). Pessoa è vissuto all’inizio del secolo; è morto nel 1935, ma la sua avventura artistica è maturata durante il periodo della Grande guerra. Da lui mi dividono molte cose e principalmente una successiva guerra che ha come spezzato il secolo in due tanto da far dichiarare a qualcuno che ormai dopo Auschwitz non era più possibile scrivere poesie. Noi, uomini della fine del secolo e del millennio, abbiamo continuato comunque a scriverle: ma le nostre certezze sono più deboli, si sono infrante: anche fare l’avanguardia oggi non è possibile con lo stesso spirito con cui hanno operato quelle storiche. Di esse noi siamo i discendenti ma non ne abbiamo né la baldanza né l’arroganza. Insomma, il dialogo che si svolge tra il mio protagonista con il suo convitato nell’ultimo capitolo, è un dialogo fra un nonno e un nipote.”
– Ma che cosa l’ha sempre tanto affascinata del Portogallo, della gente e della cultura lusitana?
Il Portogallo mi piace, mi è sempre piaciuto, fra noi c’è stato un incontro. Non si riesce mai a spiegare bene le cose che piacciono. Dirò che i portoghesi sono un popolo che ha girato le spalle alla terra e che si è buttato nel mare, che è un popolo che mantiene la parvenza di una grandezza perduta e che conserva un sogno nello sguardo. Che è un popolo accogliente, lontano da ogni forma di razzismo, aperto all’altro e al diverso. E che è anche un popolo calmo, che dà tranquillità e sicurezza. I portoghesi raramente fanno domande, sono persone schive e riservate. Con questo tipo di persone io mi sento a mio agio.”
– Dice Pessoa del padre che era un simbolo e che è bello vivere con i simboli. Quali, invece, sono stati o sono i simboli con i quali a lei piace vivere?
Io non ho un rapporto simbolico con il mondo. E non so se in effetti sia bello vivere con i simboli come dice il mio personaggio. Nonostante tutto credo di essere uno scrittore realista ma metterei l’aggettivo fra virgolette. Simboli e simbologia portano inevitabilmente ad una lettura esoterica della realtà che non è la mia lettura. Come scrittore credo naturalmente che la realtà nasconda qualcosa e che bisogna indagare sotto la scorza del reale ma non credo di poterlo fare usando una metodologia simbolista.”
– Lei attribuisce molto valore alla memoria e parla della letteratura come “memoria lunga”. Ma rifugiarsi nella memoria alla ricerca dei propri fantasmi è anche un modo per sfuggire o rifiutare la realtà del nostro tempo. Che cosa di esso la inquieta o irrita maggiormente? In che modo si difende?
Della realtà del nostro tempo possono parlare con grande efficacia i mass media e in particolare la televisione. Non voglio fare concorrenza ai reportage, credo che questo non sia il compito della letteratura. Semmai la letteratura oggi deve cercare di sbirciare dietro l’angolo, arrivare dove non arriva l’occhio della telecamera: che inquadra soltanto in maniera diretta e perpendicolare davanti a sé. Per fare questo, a differenza dei mass media, che danno risposte, la letteratura deve porre delle domande, insinuare dei sospetti, inquietare le coscienze. Forse, così, inquietando, la letteratura può continuare a tenere sveglia la mente e l’ anima.
Dire cosa mi irrita del nostro tempo richiederebbe una lunga lista. Diciamo che il nostro tempo mi fa paura, ma che tutto sommato non vedo un’altra epoca nella quale mi sarei sentito a mio agio. Dunque tanto vale vivere in quella che la sorte mi ha dato. Mi difendo come si deve difendere uno scrittore che prima di tutto pensa a scrivere: cioè vivendo appartato ma con un occhio vigile su ciò che succede.”

°°°

Bisogna spalancarli come finestre – gli spazi bianchi, i salti e i vuoti, le cose non dette o appena accennate – per apprezzare la ricchezza e il rigore stilistico di questo romanzo. Che lascia affiorare forti contrasti ma fonda la propria suggestione su quelli ugualmente robusti taciuti o suggeriti in filigrana con espressioni e immagini – come l’incidentale che costituisce il titolo e apre e chiude ogni capitolo – che melodicamente ritornano per dar voce a nostalgia e rimpianto, chiavi musicali della scrittura di Antonio Tabucchi.
Sostiene Pereira ha una marcata connotazione politica. Ed è questo indubbiamente il primo livello di lettura dell’ opera. Che a Luca Doninelli è parsa addirittura un pamphlet elettorale della sinistra. Ed è invece – a detta dell’autore – romanzo etico ed esistenziale. Comunque una confessione: “a qualche autorità simbolica d’ordine kafkiano o – azzarda Tabucchi con discrezione – al tribunale stesso della letteratura, se è lecito usare quest’ espressione”.
Siamo a Lisbona nel 1938: in pieno salazarismo portoghese, sullo sfondo il fascismo italiano e la guerra civile spagnola. Pereira (“che significa albero del pero ed è nome di origine ebraica ma anche omaggio ad un intermezzo teatrale di Eliot, What’ s about Pereira”) è l’anziano e modesto direttore culturale di un anonimo quotidiano del pomeriggio. Vive – tutto proiettato nel passato – tra necrologi anticipati e scrittori scomparsi. Parla con il ritratto della moglie morta ed è questo l’unico conforto alla sua solitudine. Come tanti personaggi di Tabucchi, è un vinto: uno sconfitto adagiato nel sonnacchioso torpore dei ricordi. Ma nella sua vita improvvisamente irrompe la giovinezza di due improbabili collaboratori del giornale: un ragazzo ed una ragazza che alla raffinatezza culturale ed estetica del giornalista oppongono il vigore del proprio impegno politico e rivoluzionario.
È questo il primo macroscopico contrasto del romanzo, che è però riduttivo leggere semplicemente come la presa di coscienza storica e civile di un intellettuale ipocondriaco chiuso con i suoi tic nella torre d’avorio della propria infelicità. Sostiene Pereira è in realtà il discorso di uno scrittore laico sull’anima. Sulla necessità dell’anima. Che – suggerisce Tabucchi in filigrana – forse non è l’ineffabile moloch o monolito della tradizione religiosa.
I veri interlocutori di Pereira – ci dice, infatti, l’autore – non sono i due giovani antifascisti: culturalmente improvvisati e cialtroni, nonostante i buoni sentimenti. Essi sono metafora della giovinezza, e basta. Due poveri diavoli, in fin dei conti. Monteiro Rossi è il capro espiatorio, il sacrificale attraverso cui il giornalista entra in contatto con quella forza per lui sconosciuta che è il futuro.
Le persone con le quali in realtà Pereira verifica i propri dubbi sono il dottor Cardoso e padre Antonio: l’uno agisce sulla sua componente psicologica e l’altro su quella spirituale e religiosa. Cardoso, in particolare, a metà tra il filosofo, il medico naturalista e lo psicologo, spiega a Pereira la teoria della coorte o della confederazione delle anime: una teoria dei médecins- philosophes della fine dell’Ottocento, molto seducente per un letterato ma, purtroppo, spazzata via dalla scuola freudiana che è arrivata subito dopo. Lo stesso Pirandello, che l’aveva conosciuta, l’ha ripresa in Uno, nessuno e centomila.”
– Vogliamo spiegarla, questa teoria?
Certo. È molto semplice. Essa sostiene che quella che viene chiamata la norma o il nostro essere è solo un risultato, non una premessa: dipende dal controllo di un io egemone che si impone nella confederazione o coorte delle nostre anime e la cui preminenza può essere continuamente ribaltata per attacco diretto o paziente erosione. La nostra personalità è in continuo divenire. Tutto qui.”
Ma Pereira sospetta che quella teoria sia eretica. Perciò ne parla con padre Antonio, una figura molto ascetica e dedicata agli altri, un francescano, confidente spirituale del giornalista. Il dibattito tra il dottor Cardoso e padre Antonio nel romanzo non c’è e – come tante altre cose taciute o garbatamente alluse – tocca a noi ricostruirlo. Per approdare ad una nostra definizione di anima. Magari attraverso un pentimento. Come Pereira.
– Ma di cosa si pente Pereira?
Pereira nel mio romanzo sta cambiando pelle. La sua crisi in termini psicanalitici è semplicemente l’elaborazione di un lutto: quello del suo passato. Egli si pente della propria vita perché si accorge di non essersi mai proiettato verso il futuro. Questo, evidentemente, produce in lui rimorso e rimpianto. E cioè saudade: nostalgia per ciò che sarebbe potuto essere e non è stato. Al termine del suo percorso egli passerà da una valutazione estetica delle cose ad una etica. Prenderà la parola, passando da traduzioni anonime a un drammatico articolo di denuncia con tanto di firma. Prenderà la parola: come Mauriac e Bernanos, gli scrittori cattolici tra le due guerre da lui e da me tanto amati.
Per quanto mi concerne – continua Tabucchi – io credo che il pentimento sia una forma molto sana di approfondimento psicologico. Credo che nella vita ci si debba pentire. Nessuno nasce e muore nello stesso modo. Mi fanno impressione le persone che non si pentono mai perché hanno delle convinzioni fortissime e possono essere pericolose e prevaricatrici. Chi sa pentirsi, invece, ha un animo più largo e disponibile alle cose inaspettate. È bello cambiare atteggiamento nei confronti del reale, degli altri e a volte anche cambiare opinione. Se, per esempio, domani sentissi la necessità, l’impulso, la forza di parlare dei gerani del mio giardino, che sono creature viventi e meritano la nostra attenzione, lo farei molto volentieri.”
– Ci sta forse dicendo che c’è un nuovo io egemone nella sua scrittura?
A me piace scrivere su tutto perché sono un uomo curioso. Ho scritto su molti temi. Ho cominciato nel 1975 con un libro che in qualche modo era di un certo impegno civile: si chiamava Piazza d’Italia e raccontava in maniera buffa, quasi grottesca, attraverso gli occhi dei perdenti, cento anni della storia italiana, dall’ impresa garibaldina fino al secondo dopoguerra. Poi ho parlato dei sentimenti, dell’anima, dei turbamenti miei ed altrui, delle persone che ho conosciuto. Credo che la letteratura debba parlare di tutto, senza indicazioni, senza ricetta. Credo che ogni libro sia un’avventura diversa ma per questo romanzo mi sono servite molto due esperienze letterarie precedenti. Prima di tutto quella teatrale, che per me è stata importante, de I dialoghi mancati, che mi ha insegnato la bellezza della voce narrante. In secondo luogo quella specie di monologo interiore che è stato Requiem. Per il momento penso di mantenere la struttura stilistica molto dialogata e senza descrizioni di questo Pereira.”
Che con la sua paciosa leggerezza ha inallelato tre prestigiosi riconoscimenti come il premio Scanno, il Viareggio e il Supercampiello. E presto rivivrà nell’interpretazione cinematografica di Marcello Mastroianni.

Un pensiero su “Tributo ad Antonio Tabucchi

  1. 1. Buongiorno, tanti anni fa (anni ’80) conobbila moglie di Tabucchi ai banchi di check-in a Linate.
    L’aiutai a tornare a Pisa con due figli, perchè aveva perso il volo.
    mesi dopo mi riconobbe su un volo per Roma e mi regalò un libro di poesie di Pessoa che Antonio Tabucchi aveva tradotto in italiano.
    E’ per me un caro ricordo e vorrei porgerle le mie condoglianze in questo momento di addio.
    Spero le arrivino
    Paola Dondi

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