La primavera del lupo, Andrea Molesini

 

La primavera del lupo
Andrea Molesini
(Sellerio, 2013)

Recensione di Enzo Verrengia 
 

Non servono formule chimiche complesse per rigenerare la narrativa italiana contemporanea. Bastano autori capaci di rimettere sulla pagina l’immenso portato culturale della penisola. La Storia, soprattutto.
Alla quale torna fervidamente il veneziano Andrea Molesini. Vincitore del Premio Campiello 2011 con Non tutti i bastardi sono di Vienna, aveva dimostrato di saper delineare le coordinate del romanzo vero. Specialmente per la robustezza della trama e la credibilità dei personaggi. La sua saga familiare durante la prima guerra mondiale avvinceva, convinceva e vinceva… il Campiello, appunto.


Oggi Molesini si sposta all’interno di un’altra guerra, la seconda mondiale. Ma anche in La primavera del lupo (Sellerio, pp. 304, Euro 14,00) vi sono dei veneti angariati da gente che parla tedesco. Stavolta si tratta di nazisti. È il 1945, quando il conflitto volge al termine fra picchi di violenza, decimazioni e sadismo da Repubblica di Salò, con le efferatezze ormai acclarate anche senza tenere conto della lettura che ne diede Pasolini. Un gruppo di fuggiaschi viene ospitato da religiosi. Ne fanno parte due sorelle ed un bambino ebrei, una giovane che ha ucciso un repubblichino per difendersi dallo stupro e Pietro, l’orfano su cui ricade il peso principale della prosa.
Infatti La primavera del lupo si snoda in gran parte attraverso il flusso di coscienza del ragazzo. Disincantato eppure tenero nello sguardo alle vicissitudini dei “grandi”. La sua voce viene distillata da Molesini senza cesure che separino lo struggimento dal sarcasmo spontaneo dell’infanzia: «Nella mia famiglia, prima che è morta mia madre, Dio aveva una certa importanza, si andava in chiesa a Natale anche se nevicava storto, e tutte le volte che qualcuno moriva, o sposava».
A dieci anni, Pietro ha già sviluppato una propria visione retrospettiva, una memoria, insomma. Che gli fornisce chiavi d’interpretazione del presente. Per questo lui è lesto ad afferrare il fatto che Elvira, la giovane, ha i panni della suora, senza esserlo. La conferma arriva dal diario che lei tiene: «Quest’abito mi sta stretto, sempre più stretto. E questa guerra pure, questa guerra che mi costringe a camuffarmi così. Di mio sarei schietta e sfrontata, e mi ritrovo a fare la suora!»
Dichiara Molesini: «La lingua dell’infanzia (Pietro) e quella del coraggio e della grazia (Elvira) si oppongono alla lingua della violenza, alla stupidità che, a differenza dell’intelligenza, non ha confini».
Inoltre, Pietro non crede nella colpa attribuita agli ebrei dai cattolici, quella di avere ucciso Gesù. Ha un motivo molto valido. Dario, il suo amico israelita, ha le orecchie a sventola. Uno così non può essere un deicida. La primavera del lupo parte proprio da questa considerazione di Pietro. Poi, entrano in scena i comprimari. Le sorelle Jesi, Maurizia e Ada, amalgamate in “Mauriziada”, Elvira e vari religiosi. Per qualche capitolo riescono a sfangarla nell’incombere dei rastrellamenti nazisti. Poi, però, devono fuggire. Sulla barca dell’Irlandese, un marinaio della laguna sprezzante del rischio di aiutare dei ricercati.
Secondo Molesini: «L’anima di Pietro e di Elvira – un bambino e una giovane donna – le due voci narranti che si alternano da protagoniste nella grande fuga che attraversa il racconto, scorre fra le sponde di questi due versi, che parlano dell’alleanza di Amore con altre due immensità, l’Infanzia e la Notte, che da sempre abitano nel cuore dell’uomo».
I tedeschi setacciano implacabili le acque venete, tagliando ogni via di scampo al gruppo. Molesini riempie pagine ineludibili con la percezione della guerra dal punto di vista dell’infanzia: «Sono morti. Morti che vuol dire che non parlano più con la voce che si arrabbia. Morti che allora non posso più chiedergli niente. Bacche rosse contro un muro grigio. Morti che non mi stanno più a sentire. Morti che io non so dove sono adesso».
Elvira incarna il femminile avanzante di una società che dal pieno della sua stessa autodistruzione punta ad un futuro differente. Del quale farà parte anche Karl, un tedesco deluso da quel A-H, con cui lo denomina in sigla Pietro. A Berlino il nazista ha subito la morte della famiglia sotto i bombardamenti. Per lui il crepuscolo degli dei si è consumato a spese degli affetti. Adesso rinnega e depreca la svastica. Prigioniero dei suoi stessi commilitoni, evade durante una sparatoria che decima i fuggiaschi sulla barca dell’Irlandese.
Pietro sopravvive e con “zia” Elvira e “zio” Karl affronta il resto della primavera. Segnata dell’evocazione affabulata di un lupo che torna nei sogni e nei voli pindarici del bimbo.
Dice Molesini: «Se Non tutti i bastardi sono di Vienna è musica classica, La primavera del lupo è jazz. La voce narrante di Pietro è l’improvvisazione del sassofonista che si staglia contro il pulsare isocrono, regolare, della voce di Elvira. L’una è oralità, infanzia, nonsense, l’altra è scrittura adulta, riflessiva, monologante». Jazz, certo. Dai fraseggi eseguiti su una partitura impeccabile.

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