Troppi Paradisi, Walter Siti















Walter Siti
Troppi paradisi
(Einaudi)

Recensione di Michele Trecca


Con Troppi paradisi Walter Siti ha ripulito la propria casa da cima a fondo, come facevano un tempo a Pasqua le nostre madri (o nonne). Ha dato un nome alla polvere (quella “vera”, non quella “bianca” – la cocaina – di uno dei capitoli più dannati del libro), l’ha chiamata “mediocrità” e l’ha spazzata via da ogni stanza della sua vita con i colpi ben assestati di una scrittura brillante fino al limite del glamour (o frivolezza) ma di grande impatto sentimentale e densa di materia concettuale… ovvero: frizzante ma acuta ed energica.

Troppi paradisi è un’autobiografia “virtuale”, dice l’autore, la verifica, cioè, della possibilità (oggi, al tempo di Internet e dell’esplosione dell’individualità) di fare un romanzo con la materia viva dei fatti propri (non sempre reali, talvolta fantastici o “figurali”; l’attacco del libro non a caso è: «Mi chiamo Walter Siti, come tutti»). Chi si racconta, dunque, ha poco meno di settant’anni, è toscano ma romano d’adozione; laureato alla Normale di Pisa, è accademico e critico letterario di lungo corso; per i Meridiani Mondadori ha curato l’opera completa di Pier Paolo Pasolini. Perché si “mette in piazza” uno così? Oltretutto Siti è recidivo: Troppi paradisi, infatti, è il terzo volume del proprio progetto autobiografico (puntate precedenti: Scuola di nudo, ’94; Un dolore normale, ‘99). Narcisismo? Anche, senz’altro (ma quale artista ne è indenne?).
Modestamente Siti dice che non sa scrivere d’altro, e perciò – con contorto e ingiustificato senso di colpa –  “scondinzola” in un ristorante cercando l’attenzione del “guru” Arbasino, che in passato gli aveva rimproverato di non affrontare di petto i massimi sistemi. Figuriamoci! Due terzi (o giù di lì) dei Troppi paradisi di Walter Siti (come dire, almeno 250 pagine delle 425 del libro) sono “frivolezze” televisive, e cioè pettegolezzi e manovre di corridoio di alcune delle trasmissioni più becere del palinsesto Rai. Ma cosa spinge fra le quinte di quel mondo Walter Siti, figura statuaria del nostro immaginario critico? L’amore.
Il suo compagno, Sergio, lavora, infatti, come autore televisivo e Siti, quindi, ne segue con trepidazione l’altalenante e insidioso cammino, lo slalom professionale fra Uno mattina, Alba d’Eusanio etc etc… Troppi paradisi è, dunque, prima di tutto, una “ramazzata” del salotto dalla polvere catodica dell’invasione televisiva: uno dei match più “veri” fra cultura classica d’impianto umanistico e nuovi totem barbarici come i varietà menzionati. Walter Siti è scrupolosissimo nell’esercizio critico della propria pulizia, nell’individuare, cioè, ogni granello della povere catodica che gli porta in casa il compagno: ma ha la guardia amorevolmente bassa e, dunque, non butta via lo sporco con moralistico sprezzo ma “disarmato” mostra ai lettori la mutazione antropologica dei nostri tempi. Il quadro è raggelante. Come quello familiare.
Dove la mediocrità impastata con la povertà e l’arroccamento culturale delle generazioni della prima metà del secolo produce nei genitori una sorta di vita dimissionaria, incapace del benché minimo piacere. La raffinatezza estetica da dandy e l’estremismo sentimentale e sessuale (ovvero, il piacere) sono, invece, il varco attraverso cui l’autore cerca di uscire dalla mediocrità, che per lui è «impermeabilità alla disperazione e al rischio, lo scegliere comunque e sempre la strada più facile, come l’acqua che scorre allegra all’ingiù». Se, dunque, la polvere o mediocrità è quella materia entropica che si perde nel nulla e ti fa essere «sempre un po’ meno di quello che sei, / e anzi, molto meno…» (versi esemplari di Carlo Bordini, Polvere), allora indubbiamente la sincera dissipazione erotica ed affettiva con cui il personaggio Water Siti si mette in gioco in Troppi paradisi è, invece, un grande acquisto d’umanità. Una lezione per tutti.

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