Una giornata con un poeta… vivente

In occasione del passaggio in terra di Capitanata del poeta Davide Rondoni
Datato maggio 2011, tra Foggia (Lanza e Ateneo) e San Severo (Caffètralerighe)
L’articolo pubblicato nel giugno 2011 sulla rivista di cultura Articolo 21
A cura di Alessandro Galano
 



“Quando dico che per vivere scrivo poesie, tutti mi dicono ‘che bello!’. Ma non è bello, scriverle. Il bello è leggerle. Scriverle è un inferno”. Parola di Davide Rondoni, poeta romagnolo. Vivente.
L’ultima precisazione non è superflua, se anche lo stesso artista ne sottolinea l’importanza in una delle quattro citazioni che aprono uno dei suoi ultimi lavori, il pamphlet “Contro la letteratura” (Il Saggiatore). Sotto Peguy e Leopardi, dopo un passo della Bibbia, Rondoni inserisce una frase colta durante uno dei suoi passaggi nelle scuole d’Italia: Un poeta vivente? Hey ragazzi, guardate!.


Concetto ribadito con i fatti, nella prima delle tre puntate di Davide Rondoni in terra di Capitanata, durante l’incontro del 2 maggio scorso che si è tenuto al Liceo classico V. Lanza di Foggia. Primo di tre appuntamenti, comprendenti un breve passaggio in Ateneo, con serata conclusiva nella vicina San Severo, al Caffétralerighe (incontro organizzato in collaborazione con la Libreria Ubik di Foggia).

Un tour di un giorno, il quale si apre con il discusso saggio che tanto ha fatto infuriare gli insegnanti e che ha in copertina una pistola puntata contro il notorio profilo di Dante Alighieri. Emblematico, anche il sottotitolo: “poeti e scrittori, una strage quotidiana a scuola”. Un libro attira guai, ammette il poeta, in un’aula magna gremita di giovani perlopiù in accordo con le sue parole, quanto mai infuocate. Da poeta vivente, insomma. Anzi, vulcanico.
La letteratura come insegnamento facoltativo a scuola, questa la tesi di Rondoni, la sua provocazione. E che ribadisce subito, sotto l’occhio vigile ma divertito dei due relatori, la docente Mariolina Cicerale (organizzatrice degli “Incontri Extravaganti” del Liceo) e Don Bruno D’Emilio (il vero tramite che ha permesso di ospitare il poeta). Definisce criminali, coloro i quali nella scuola stanno facendo odiare ai ragazzi poeti come Dante e Leopardi, infarcendo passivamente le ore di insegnamento con nozioni inutili, cenni biografici, analisi testuali forzate. “Con la poesia non di diventa ricchi, né famosi”, spiega Rondoni, “io faccio il poeta perché c’è qualcosa che mi interessa davvero, ed è la vita, che ho trovato nelle parole degli scrittori che ho incontrato. La letteratura non è una materia che si impone di forza agli studenti. È un elemento antropologico che salta fuori nel momento in cui la vita ti colpisce ed lì che le parole si accendono e quelle normali che hai per definire le cose, improvvisamente, non ti bastano più”. Un breve saggio sulla composizione poetica, persino sull’ispirazione, tale da mettere in scacco l’odierno metodo scolastico di insegnamento della letteratura, che Rondoni non si trattiene dal definirlo “uno scempio”.
 

Poeta affermato e prolifico, dichiaratamente cattolico, quarantasettenne, fondatore del Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna, allievo di Mario Luzi, Davide Rondoni è un personaggio importante della cultura italiana e un saggio come “Contro la letteratura”, firmato da un autore del suo lignaggio, ha tutta l’aria di un vero e proprio affronto al sistema e, in particolare, agli insegnanti. Eppure, non è così. “Il mio è un atto d’amore verso chi insegna letteratura, un modo per farli riflettere sul perché lo fanno” dice il poeta romagnolo invitando, anche attraverso le pagine del libro, a scavalcare il muro, a mettersi in discussione insieme con l’opera poetica. A porre la vita, insomma, come elemento di confronto e di unione con quella stessa vita raccontata dai poeti. Ed è Dante che Rondoni utilizza per ricucire ogni strappo. “Dante scrive la Commedia solo per arrivare agli ultimi versi, quelli per Beatrice, quelli che riguardano la sua vita, e se noi siamo ancora qui a parlare di lui è proprio perché c’era la vita in Dante, la quale è la stessa con cui abbiamo a che fare noi, nonostante i secoli trascorsi”.

Dante è il trait d’union anche dell’incontro di San Severo, incentrato invece sui “Fiori del male” di Charles Baudelaire. L’edizione al centro della conversazione tra Davide Rondoni e Raffaele Niro (animatore della rassegna “Daunia Poesia”), è quella della casa editrice Salerno, con traduzione e introduzione curata proprio dal poeta di Forlì. Più a suo agio nel contesto squisitamente poetico, Rondoni si concede parecchio durante la serata sanseverese, scoprendo il suo animo infuocato di romagnolo e tralasciando bonariamente i panni del poeta cattolico, editorialista del giornale Avvenire. Emerge la sua contraddizione, umana e poetica. E il suo amore per il verso, che recita in ogni momento di pausa della conversazione, passando dai “Fiori del male” di Baudelaire ad “Apocalisse Amore”, la sua ultima raccolta. “Non riesco a parlare di poesia senza leggerne qualcuna” ammette, infatti, entusiasta. E, dopo gli spleen baudelariani, racconta la genesi delle sue composizioni, leggendone diverse e alternando Pascutti, il noto centravanti dell’ultimo scudetto del Bologna, al tema amoroso, ai suoi quattro figli, sino a Gesù, che dice di aver sentito nominare come un lampo, una notte, mentre beveva vino in un’osteria bolognese.

 
Per suffragare l’universalità del poeta ottocentesco cita la frase di un altro grande della poesia, Thomas Eliot, il quale definì Baudelaire come un “Dante frammentato”. Ma non solo. “Baudelaire era anche molto cattolico” afferma poi, un po’ in controtendenza, il poeta romagnolo, accennando persino ai “paradisi artificiali” raccontati e abusati dal collega parigino: l’assenzio, l’oppio, l’hashish. Qualcuno commenta in platea e Rondoni lo invita a litigare benevolmente sul tema, parlando della enorme consapevolezza da parte di Baudelarie nello scegliersi il proprio inferno terreno e nel meritarsi quell’immortalità letteraria che commuove ed esalta lo stesso Rondoni.
 Quando la serata finisce, a suggellare lo spirito creativamente inquieto di questo autore italiano, c’è un ultimo episodio. Per strada, durante la breve passeggiata che separa il Caffètralerighe dal ristorante designato, Rondoni ritrova lo sconosciuto di prima, quello con cui ha discusso del Baudelaire cristiano. E, in un attimo, se lo porta a cena. Continueranno a litigare gomito a gomito fino a notte inoltrata, ma sarà proprio Rondoni, alla fine, ad invitarlo a scrivergli. “Mandami le tue poesie” gli dice, prima di salutare tutti. Pochi avrebbero fatto una cosa simile. Ma lui è Davide Rondoni, poeta romagnolo. Vivente – altroché.

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