Alle radici del male, Roberto Costantini

 

Alle radici del male
Roberto Costantini 

(Marsilio)

Recensione di Enzo Verrengia

Uno dei problemi insolubili della narrativa italiana contemporanea è ritrovare le sensazioni forti degli scrittori che hanno preceduto l’orrore cominciato negli anni ’80 e ‘90, con l’avvento non richiesto di “giovani autori”, jackfruscianti e cannibali neanche kosher. Risultato: si entra in librerie-supermercati dagli scaffali pieni di gadget sotto forma di romanzi. Tutti rigorosamente “posizionati” sui presunti gusti di fasce precise. Cretinate adolescenziali, sesso per frustrate sull’orlo della menopausa, misteri a iosa per danbrowndipendenti.
A volte, però, irrompe uno scrittore autentico. Quasi sempre, o sempre, maturo, approdato al romanzo dopo il più impervio degli apprendistati, quello della propria esistenza. Roberto Costantini, classe 1952, è ben oltre i travagli ormonali di giovanotti e donzelle lanciati allo sbaraglio da editori ansiosi di bruciarli. 



Nativo di Tripoli, forte di un curriculum professionale di livello eccelso (Master in Management Science a Stanford, California, cattedra alla Luiss), ha cominciato da qualche tempo la stesura di una trilogia dal protagonista fisso, il commissario Mike Balisteri. Il quale condivide con l’autore i natali libici. Sulle sue vicende personali, chissà… Meglio lasciare tutto all’opinione dei lettori. Già numerosi dopo il primo libro della serie, Tu sei il male.
Adesso Costantini riporta sulla pagina il suo Balisteri in Alle radici del male, non un seguito, bensì una specie di prequel. Seguendo lo schema avvincente dei piani cronologici paralleli, già impiegati con rara efficacia nel romanzo precedente. Anche qui il commissario è lacerato delle memorie più che inquiete della sua giovinezza tripolitana. Molto diversa da quella dei bamboccioni odierni, presi dall’impossibilità di inserirsi nel mondo del lavoro e dalla voglia e dalla necessità di vivere all’estero una perenne vita da studenti fuorisede. Balisteri a Tripoli aveva radici, affetti, conti da regolare. Uno con Gheddafi, che dopo la fulminea ascesa al potere dalle complicità occulte, avvia la cacciata degli italiani, in una replica dell’esodo dall’Istria. È il 1969, al culmine di un decennio che per i fatui occidentali si condensava nella formula “sesso, droga & rock ‘n roll”. Balisteri, invece, deve ricostruire se stesso al di là di tutto quanto si lascia dietro. Ma non riuscirà ad espungerlo affatto, se negli anni ’80, quelli della Milano da bere, le sue notti romane sono grevi di sesso, alcol e gioco d’azzardo.
Gli capita di svolgere indagini sulla morte di una studentessa argentina, quando la migrazione non è ancora di massa. Un normale caso di omicidio da annoverare nella casistica reale della polizia, così differente da quella della finzione? No. Perché le circostranze del delitto somigliano pericolosamente a quelle di eventi consumatesi nella Libia del Balisteri giovanissimo. Dalla sua maturità, dunque, gli toccherà risalire “alle radici del male”.
La scrittura ad orologeria di Costantini non concede nulla agli effetti speciali che oggi tutti sembrano voler trasporre dal cinema alla carta. Soprattutto, non c’è traccia dei patetici gerghi giovanilisti in una prosa tutta al servizio della trama. Il cui scioglimento vale ogni istante di lettura.

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