Mancarsi, Diego De Silva

Diego De Silva
Mancarsi
(Einaudi)


Recensione di Michele Trecca

 

Non servono chissà quante pagine per fare un grande libro. Non è mica da questi particolari che si giudica un autore. Un autore lo vedi dal coraggio, dal rigore, dalla fantasia con cui affronta la mischia dei sentimenti. Nella rosa candida del nostro empireo letterario Mancarsi di Diego De Silva sta fra Piccoli equivoci senza importanza di Antonio Tabucchi e Nel museo di Reims di Daniele Del Giudice. Le poche pagine di Mancarsi hanno, infatti, anch’esse quell’epicità dolente e minimalista degli esseri umani quando scoprono la propria fragilità e diventano grandi e forti aprendosi agli altri.

Mancarsi è una storia d’amore. Irene e Nicola “hanno mancato” la loro prima occasione. Lei ha lasciato suo marito. Lui ha perso sua moglie. L’una e l’altro si portano dentro un groviglio di pensieri, dubbi, rimpianti. Illusioni infrante. Un autore lo vedi dal coraggio con cui affronta, se affronta, questa mischia. De Silva lo fa e riesce a governarla con semplicità di parole e nitidezza d’immagini, come quella con cui inizia il romanzo e finisce il matrimonio d’Irene. «C’innamoriamo di minuzie, di riflessi in cui vediamo l’altra persona come pensiamo che nessuno l’abbia vista mai e mai la vedrà…» Quel fotogramma esclusivo e segreto ravviva l’amore. Un giorno ad Irene il suo non dice più nulla. Allora risponde “niente” quando lui le chiede “cos’hai?” e carezza a suo marito «il dorso della mano, il gesto che fanno le donne quando vanno via per non tornare mai più».
Nicola, invece, sente che l’amore riduce i confini del mondo a una persona. Vuole un figlio. Lo dice a sua moglie. Ha ancora la schiuma da barba sul volto. È di nuovo contento come quando ha detto “sì” alla domanda dell’ufficiale di stato civile («Nicola, sei contento di prendere in moglie Licia?»). Si aspetta anche da lei un altro sì con la stessa naturalezza di quel giorno. «Non credo di volerlo» è la risposta. Uno schianto. Un autore lo vedi dal rigore o icasticità  dei periodi con cui sa raffigurare ogni frammento del “folle volo” di sentimenti d’un crollo così vorticoso e scomposto e la zuffa che segue per poi “richiudere sopra essi il mar” («Il giorno dopo le aveva chiesto scusa. E del bambino non avrebbero mai più parlato»).
Mancarsi è un libro di pensieri, come quelli d’Irene che nella sua solitudine più che divertirsi con i tanti che la corteggiano s’arrovella per capire quando e perché lei e suo marito avessero smesso di fare l’amore. Un autore lo vedi dalla fantasia con cui ricava linfa di finezze psicologiche e sontuosità sintattica dalle radici secche dell’amore. Pagina 28 e 29 di Mancarsi sono un flusso di coscienza di dolorosa e struggente intensità.
Mancarsi è la storia d’un incontro che potrebbe accadere ma non accade. Irene e Nicola non si conoscono ma frequentano lo stesso «bistrot»: quando entra l’una esce l’altro, e viceversa. Si sfiorano e “si mancano”, scivolando in solitudine verso la propria deriva ciascuno con il suo carico di tristezza. C’è, però, in ogni luogo una piccola divinità domestica, anche in quel «bistrot»: è un cameriere e si chiama Pavel, lui è sempre lì e perciò sa d’Irene e di Nicola, sa del loro comune bisogno d’affetto. Certe volte può bastare un gesto minimo per cambiare il destino di due persone. Chissà.
Al netto di una scena che non ci piace (Irene nel «bistrot» importunata da un tipo arrogante e maleducato, ma non è mica da questi particolari che si giudica un autore), Mancarsi è per noi un felicissimo connubio di grande suggestione narrativa e forza concettuale. Mancarsi è un libro d’amore perché De Silva sa far amare ai suoi lettori quelle «cianfrusaglie, paccottiglia e ingombri da soffitta di cui sono fatti il dolore e la felicità e di cui non riusciamo a disfarci neanche quando abbiamo smesso definitivamente di usarli ed escludiamo che ci possano essere utili». Non servono chissà quante pagine per fare un grande libro. Un autore lo vedi dall’altruismo con cui sgombra il campo da ipoteche metafisiche restituendoti con poche parole familiarità con il tuo dolore, la tua felicità. Dopo il lusinghiero e straripante successo di Vincenzo Malinconico (protagonista di Non avevo capito niente e Mia suocera beve), Diego De Silva si conferma “grande”, a prescindere.

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