Romanzo irresistibile…

 

Gaetano Cappelli
Romanzo irresistibile della mia vita vera 

raccontata fin quasi negli ultimi e più straordinari sviluppi
(Marsilio)

Recensione di Michele Trecca

 

Romanzo irresistibile della mia vita vera raccontata fin quasi negli ultimi e più straordinari sviluppi è la prova definitiva, la “pistola fumante”: Gaetano Cappelli è un grande poeta degli opposti estremismi. Letterari, s’intende. Il suo ultimo romanzo, infatti, abbraccia tutto l’arco delle possibilità stilistiche con continue incursioni di sfrontata irriverenza e in particolare repentini ribaltamenti di fronte dal dialetto, i doppi sensi, l’ossessione erotica (addirittura un amico, scandalizzato, ci ha detto “ma è pecoreccio”, un aggettivo che non sentivamo da tempo) al romanticismo lirico più svenevole, ovvero ad alto tasso glicemico di iperbole (pag. 91: «Oh miracolo! Oh esaltazione! Oh estasi!… Poteva esserci qualcosa di più favoloso al mondo di quel bacio?»). Come dire l’Aretino e Petrarca per Cappelli pari sono.

Naturalmente ambedue “tagliati” come qualunque altro modello – e sono tanti, da Dickens a Bellow a Fitzgerald – con le giuste dosi di giocosa ironia fino a quantità parodistiche vedi, per esempio, le esilaranti citazioni da L’ultima estate di Klingsor di Hermann Hesse a pag. 87. Gli altri ingredienti segreti dell’ottovolante “alto-basso” dall’autore gelosamente custoditi come dalla Coca cola la propria ricetta li sveleremo nel corso di questa recensione.
Tanto per cominciare la transizione di fase da un estremo stilistico all’altro è nel corredo genetico della trama. In termini calcistici, i reparti del romanzo mantengono le distanze, la squadra è corta e si muove compatta. Giulio Guasso ripercorre la propria vita dalla prospettiva ormai consolidata di grande scrittore nella rosa del Nobel ma la sua infanzia è stata umile, molto umile, e perciò subito con un’improvvisa verticalizzazione nelle primissime pagine Cappelli passa dall’accenno al mondo dorato del jet set letterario all’interno “sudìta” di un paesino fra Basilicata e Campania della fine degli anni Cinquanta quando cominciarono a risuonare anche alle nostre latitudini parole come «relax o la più magica di tutte: ninfomane… in realtà tutti noi adolescenti, in quegli anni, sognavamo d’incontrarne prima o poi una…». Magari simile a Lisa Gastoni in Grazie zia, Giuliett o Giulié (nell’interlocuzione diretta) prendendo in parola il regista Samperi rivolge quindi le proprie attenzioni ad una delle zie, ne ha tre. Soprattutto, però, spia ammirato lo zio: Giacinto Coronna, brigadiere, uomo delle occasioni colossali («Colossale, Giulié, n’occasion colossal») e importatore di parole esotiche, “altitaliane” e straniere – caos raus schnell – come la sua copiosissima galleria internazionale di conquiste femminili. Insomma, zio Sgiascì è la versione hard di Vittorio De Sica in Pane amore e fantasia.
Poi un’estate il suddetto convince i cognati “taccagni e trogloditi” a portare quelle “poverette” delle sue sorelle a godersi un po’ di meritato relax («come a tutte le fimmine moderne») un mese al mare, un mese intero: «Ci sta n’occasion colossal». A Focene, al Lido del Carabiniere. Zio Sgiascì ovviamente “arrotonda” sempre. Ma è proprio nel corso di quella vacanza che Giuliett vede la donna della sua vita: Elena Bulbo d’Ambra. Un’epifania, una luce divina, e quando poi lei anni dopo gli dirà che potrebbe tradire il suo fidanzato solo con uno scrittore… il destino di Giuliett è segnato: abbandona il pianoforte (la mamma “se lo sognava uguale uguale” ad Arturo Benedetti Michelangelo), lascia gli studi di Filosofia (pendolare fra il paese e Salerno) e si trasferisce a Roma, la capitale degli scrittori, dove pagherà il dazio del disagio di ogni fuorisede povero e della violenza armata degli anni Settanta fra gli opposti estremismi, politici s’intende. Ma Giuliett è più forte di tutto perché ha in mente solo lei, Elena Bulbo d’Ambra, e per lei scalerà classi sociali e stili di viti come il sommo poeta i tre regni dell’aldilà.
La commedia di costume di Gaetano Cappelli è grottesca e glamour al tempo stesso e perciò zio Sgiascì è “viveur” e “campatore” e Che cos’è la proprietà? di Proudhon Giuliett lo pronuncia tutto d’un fiato Cheschesèleproprietè. Gli opposti estremismi stilistici di Gaetano Cappelli hanno, però, buon gioco grazie alla fantasmagoria della “sintassi web” che è per noi il segreto o tessuto connettivo della sua scrittura. Nello stesso periodo aprendo con i trattini “finestre” d’incisi e subordinate Gaetano Cappelli salta da un mondo all’altro e da uno stile al suo opposto, inseguendo il suo sogno di bellezza e perfezione: Elena Bulbo d’Ambra.

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