Dove finisce Roma

Paola Soriga
Dove finisce Roma
(Einaudi)

Recensione di Michele Trecca
 
Ancor più che la storia, articolata e potente, la voce: del romanzo d’esordio di Paola Soriga, Dove finisce Roma, colpisce il giro armonico che accompagna e scandisce la narrazione, una vera e propria trama musicale con le tre note del discorso indiretto, indiretto libero e diretto dispiegate in ogni fraseggio e sempre ben accordate. Pagina dodici: «Le era tornato in mente Betto, nascosto dalla vicina, che le aveva parlato di quella ragazza che lavorava in una tipografia, che distribuiva l’Unità, diceva, si chiamava Maria, e lei non aveva voluto crederci, che potesse essere sua sorella Ida, però quanti sospetti, negli ultimi mesi, Gesú mio, era sempre stata un’impulsiva e aveva sempre avuto i grilli in testa, ed era solo una bambina. Quanta paura, a starci a pensare. Allora come dice lei don Pietro, se quella donna ha bisogno, che Dio le protegga, tutt’e due».

Siamo all’inizio di giugno del 1944, Roma è occupata dall’esercito tedesco, Maria, diciassettenne, vive a casa della sorella maggiore Agnese ed è una staffetta partigiana. Qualche giorno prima rientrando dal lavoro nel suo quartiere di Centocelle un ragazzetto l’ha avvisata di una retata fascista in corso e lei è scappata a rifugiarsi in una delle grotte sull’Ardeatina. Don Pietro, anch’egli in forza alla Resistenza, per non allarmarla dice ad Agnese che la sorella sta accudendo una donna bisognosa in campagna.
Da due giorni, invece, Maria non vede nessuno. È sola in quel buio delle cave di pozzolana dove un tempo giocava con gli amici e dove poco più di due mesi prima per rappresaglia era stato compiuto dai nazisti il noto eccidio di 335 civili e militari italiani. Com’è lontano ora quel «cielo azzurro di un inizio estate che già un poco si sentiva, e c’erano una forza e un coraggio che le salivano dalla pancia, come se l’aria chiara le portasse via lo sconforto e il disinganno». Sembrava che tutto andasse per il meglio e, invece, proprio quella mattina così luminosa comincia per Maria la prova più dura. Il nemico, infatti, adesso è dentro di sé: è la propria storia che Maria deve attraversare, come fosse quelle grotte, per trovare fra il bello e il brutto dei ricordi la forza di resistere alla paura che l’incalza e uscire infine a rivedere quel cielo azzurro d’inizio estate.
Maria è di origine sarda, viene da un villaggio dell’interno, l’ha portata nel ’38 con sé a Roma la sorella che si era trasferita nella capitale per seguire il marito impiegato in un ministero. A casa Maria ha lasciato affetti, certezze e rigidità di una vita tutta dentro il solco della tradizione. I genitori, per esempio, le avevano imposto di lasciare gli studi per i quali aveva talento perché serviva il suo contributo nei campi e poi perché non gli piaceva affatto il suo sguardo adorante nei confronti del professore d’Italiano. Nell’isola Maria non era padrona di sé. A Roma ha trovato «una specie di libertà». Ora, però, il buio delle grotte confonde tutto.
Alle tante suggestioni storiche e letterarie (nessun nome è casuale) Dove finisce Roma unisce la  delicatezza sentimentale d’un racconto di formazione. In particolare colpisce la grande efficacia dell’autrice nella rappresentazione della popolarità della Resitenza. Centocelle è una comunità, in lotta. La fierezza e dignità del quartiere hanno sulla giovane protagonista lo stesso impatto delle lezioni del professore d’italiano che la facevano sentire «ogni giorno un po’ più grande, e più pronta per la vita, per la vita che lei si immaginava». Una vita piena. Riuscirà Ida Maria a conquistarla?
Paola Soriga – trentenne, sarda, operatività culturale militante, da tempo a Roma, dopo aver studiato e vissuto a Pavia e Barcellona – è riuscita a creare una sincera intimità poetica con i propri personaggi.

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