Omaggio a Vincenzo Consolo

Un piccolo saluto ad un grande intellettuale
Lo scorso 21 gennaio scompare l’autore siciliano
L’intervista di Michele Trecca a Vincenzo Consolo
L’occasione, la pubblicazione di Retablo (Sellerio ’87, Mondadori ‘2000)

È ancora tutto chiuso. L’inaugurazione è alle 17,30. Ci sediamo, quindi, su un gradino dell’ampia scalinata che conduce agli appartamenti storici del palazzo reale di Caserta e, chiacchierando, aspettiamo di poter visitare l’ultima mostra di Fabrizio Clerici, che Vincenzo Consolo ha scelto come protagonista di Retablo.Nel silenzio austero di quel luogo antico (rotto, di tanto in tanto, dal viavai di qualche inserviente) le parole giganteggiano, per quanto dette con pudore: Vincenzo Consolo, infatti, è un tipo schivo e non ama certo i fronzoli della retorica. Così ci spiega perché ha fatto del suo amico Fabrizio Clerici un cavaliere settecentesco, un illuminista lombardo in viaggio in Sicilia per lenire i dolori di una delusione amorosa (Teresa Blasco, la donna da lui amata, gli preferisce Cesare Beccaria).
“La scelta di fabrizio Clerici – ci dice Consolo – è in sintonia con il titolo stesso del libro. Retablo, infatti, nella etimologia spagnola e nella cultura fiamminga, indica una storia raccontata in più quadri. Come protagonista, dunque, mi serviva un pittore ma un pittore che guardasse alle antichità della Sicilia con un certo distacco di tipo metafisico; un pittore tra il surreale e il metafisico come è appunto Fabrizio Clerici.”
– Fabrizio Clerici compare già come personaggio in un libro di Antonio Savinio e lo stesso Savinio disse di lui che è la reincarnazione di Fabrizio del Dongo, il famoso eroe stendhaliano. Che cosa di lui colpisce tanto?
“È un pittore molto letterario ed è lui stesso un letterato colto e raffinato. La mia scelta, però, dipende anche dal fatto che l’idea del libro mi è venuta proprio durante un viaggio (ed infatti il libro si presenta come un diario di viaggio) di due anni fa con Fabrizio Clerici ed altri amici attraverso la Sicilia greca e pre-greca (Selinunte, Mozia…). Ma c’è dell’altro. D i Fabrizio Clerici mi ha sempre colpito un quadro del ’54: La grande confessione palermitana. In esso lui coglie perfettamente l’essenza dell’opera di Giacomo Serpotta, scultore palermitano del Settecento a me molto caro.”
– Che cos’ha di particolare questa scultura?
“La grazia settecentesca dei bianchi stucchi serpottiani ha qualcosa di inquietante, di fantasmatico, di mortuario. Fabrizio Clerici questo lo ha colto benissimo tanto è vero che nella sua grande confessione fa incrociare le mummie, gli scheletri delle catacombe dei cappuccini di Palermo con le damine, le allegorie, i putti del Serpotta stesso.”
– In che maniera tutto questo si rispecchia nel libro che non a caso, quindi, presenta in copertina la riproduzione di un particolare della grande confessione?
“Nel libro c’è (io, almeno, ho cercato di mettercela) una dialettica continua tra la vita e la morte, tra i sentimenti e l’atarassia, tra il movimento della vita (quello che Leibniz e Campanella chiamavano il conato) e la stasi metafisica, l’immobilità delle pietre antiche, della morte, dell’eterno. Fabrizio Clerici, infatti, fugge dalla vita per una delusione amorosa; vuole immettersi nell’aura metafisica e surreale dell’antica Sicilia per non soffrire più ed invece viene travolto dalla vita e coinvolto in una serie di avventure. Il libro, dunque, è ricco di colpi di scena ed episodi a sorpresa tanto che è stato usato il termine feuilleton. Io, però, non sono d’accordo. Il mio è un romanzo picaresco (come è nella tradizione del romanzo moderno dal Don Chisciotte in poi) e le situazioni, le vicende impreviste servono a creare quella dialettica di cui dicevo.”
– Questa fuga nel passato, questo rifiuto della realtà non è, però, solo di Fabrizio Clerici: è anche di Vincenzo Consolo. Come mai?
“Nel risvolto di copertina Leonardo Sciascia dice che il mio libro rompe con la tradizione realistica del romanzo siciliano. Ebbene io vorrei che attraverso questa grande assenza della realtà si vedesse il mio scontento e la mia polemica con il mondo d’ oggi. Con Retablo – come già con Lunaria – ho voluto distanziarmi dalla storia e navigare per altri mari: il mare dell’irrealtà, del sogno.”
– Da cosa nasce questo scontento?
“Non vedo che un campo di rovine in tutto il mio orizzonte. Le culture stanno per essere seppellite e dimenticate dall’incultura. La letteratura sta subendo la stessa sorte e si va sempre più impoverendo. C’è un profondo cambiamento in atto ed io lo avverto molto. La rivoluzione tecnologica sta schiacciando l’uomo. L’uomo non controlla più il processo tecnologico e rischia di rimanerne vittima.”
– È questa, dunque, la ragione di quel recupero del patrimonio linguistico del passato che è una caratteristica fondamentale di Retablo come già di Lunaria?
“Si va sempre più affermando una lingua povera, insonora, senza storia. In opposizione ad essa io ho cercato di adottare una lingua diversa, un po’ dimenticata, inusitata; una lingua filologica che ha un movimento verticale perché recupera una serie di termini del passato ma che ha anche un movimento orizzontale perché è attenta al suono delle parole, alla loro disposizione, al ritmo. Io ho sempre in mente l’esempio dei poeti e storiografi bizantini che, alla vigilia della distruzione di Costantinopoli, usavano una lingua filologica bellissima che si rifaceva alla cultura classica da cui venivano. Anche per me, come per loro, è forse un modo per dire salviamo questa cultura prima che arrivino i barbari.”

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