"Siamo solo amici", Luca Bianchini

 

Luca Bianchini
Siamo solo amici
(Mondadori)


Recensione di Michele Trecca

Siamo un gruppetto di persone, una diecina. Parliamo di libri. Il più giovane ha parole d’elogio per Siamo solo amici, nuovo romanzo del quarantenne torinese Luca Bianchini. Ci racconta un po’ la trama. Dice: è una storia sentimentale, ambientata nella realtà contemporanea, in particolare a Venezia. Protagonisti, Giacomo e Rafael. Il primo, un portiere d’albergo, cinquantenne. L’altro, ventiquattrenne, è un ex portiere d’una squadra di calcio brasiliana.

Giacomo è in stallo. La sua vita è un disco incantato che ripete da tempo lo stesso ritornello. Piuttosto triste. Ogni mercoledì l’incontro con la prostituta Frida. Di tanto in tanto, l’evasione massima del trasloco da una stanza all’altra dell’albergo dove vive e lavora. Per tirare avanti poche note intime su un diario e la curiosità nei confronti dei clienti, le cui vite ricostruisce attraverso i loro oggetti in camera (una volta ha trovato un post it con su scritto “Vuoi sposarmi?”). Da cinque anni Giacomo aspetta l’amore. Lei si chiama Elena, è una signora della buona borghesia di Torino. Con il marito ingegnere è stata nell’albergo di Giacomo per un breve soggiorno. La prima sera Giacomo l’ha chiamata “madame” («Desidera un prosecco, madame?») e l’ha conquistata. Poi fra loro ci sono state intimità e tenerezze infantili. Lei, quindi, è andata via e da allora Giacomo l’aspetta.
Rafael, invece, a Venezia aspetta Regina, bellissima attrice brasiliana in fuga dal proprio paese per uscire dal personaggio di Carmelinda Dos Santos che l’aveva imprigionata conquistando l’indissolubile amore di milioni e milioni di telespettatori fra cui Rafael. Lei scappa in Italia e Rafael la segue, anche perché con il calcio ha chiuso a causa di un grave infortunio al polso. Da Milano lei deve raggiungere Venezia per girare in laguna uno spot pubblicitario sulla città. Rafael la precede ma lei non arriva perché il servizio è stato annullato: i leghisti non vogliono che l’immagine della propria città sia affidata ad una straniera. Rafael aspetta invano e intanto è senza soldi. Per fortuna conosce Giacomo che lo ospita in albergo. Fra i due nasce un’amicizia. O forse no, forse non saranno solo amici. Come dice il titolo. Chissà.
Intanto anche Rafael viene irretito nei rituali dell’albergo. Come quello dell’aperitivo quotidiano dell’ottuagenaria signora Silvana, che è un po’ come un coro manzoniano: fa il verso alla storia. Mentre, infatti, attorno al romanzo s’accende una piccola disputa, sfogliando il libro troviamo nelle prime pagine un commento acido della signora Silvana che non può sopportare Buzzati e dell’uso scolastico del Deserto dei tartari pensa “Ma cosa gliene frega ai ragazzi di uno che passa la sua vita a guardare l’orizzonte?”. Che è esattamente ciò che nella prima parte del romanzo fanno Giacomo e Rafael. Insomma: Bianchini fa il verso a se stesso. Per noi un gran pregio.
Seguiamo il dibattito intorno a noi e intanto mentalmente appuntiamo: leggerezza ed ironia. Siamo solo amici, pensiamo, è una commedia di defatigamento sentimentale, di quelle che ti aiutano a vincere la solitudine (del dopo partita d’un rapporto, per esempio) nell’unico modo possibile: non guardandola negli occhi, come quando in occasione d’un rigore chi calcia per fare goal deve evitare lo sguardo del portiere avversario. L’immagine ci giunge in soccorso dal lettore giovane che mentre noi pensiamo legge agli altri proprio la pagina in cui Rafael nel suo forzoso ozio da Deserto dei Tartari in un campetto vicino all’albergo insegna a un ragazzino il segreto per calciare i rigori.
Più che convinti, facciamo ammenda con noi stessi per non aver ancora letto nulla dei precedenti romanzi di Bianchini (nel 2003 Istant love fu un esordio importante) e ci ripromettiamo di leggere Siamo solo amici quella sera stessa, come poi abbiamo fatto per poter scrivere questa recensione. Intanto discutiamo con gli altri che sono scettici perché confondono la leggerezza con la superficialità e pensano che la verità abbia un’unica voce, quella urlata e forte delle parole di “pancia” o, comunque, estreme. Bianchini sa ammansire il dolore e con una tonalità “easy” o “glamour” tutta sua per noi sta nel solco d’una tradizione che va da Gozzano (La signorina Felicita) a Tabucchi (Piccoli equivoci senza importanza) a Cappelli (Errori) per non dire di Veronesi (Gli sfiorati) o Piersanti (Luisa e il silenzio).

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