Canzoni della giovinezza perduta

Gaetano Cappelli
Canzoni della giovinezza perduta
Marsilio (pagg. 331, € 19,00)

Recensione di Michele Trecca

“Fa caldo. Domenica. Sono solo in casa.” E forse in città. Tutti al mare. Il sole batte contro gli infissi. Sembra l’assedio di un nemico. Fra le mani Canzoni della giovinezza perduta di Gaetano Cappelli (una raccolta di racconti pubblicati nell’arco di venti anni), chissà cosa ci spinge a cominciare questa recensione con una citazione di Marino Moretti. Cesena, la pioggia, la tristezza. Che c’entra? Che c’entrano i versi di Marino Moretti con i racconti di Gaetano Cappelli? E poi nella poesia è mercoledì. Che c’entra la sorella bambina del primo, sposa da sei mesi e già vittima dei suoi sogni, con i vitelloni di Gaetano Cappelli e le loro vite spericolate fra amori e ambizioni artistiche e professionali? Chissà. Però questa suggestione è irrinunciabile. E vabbe’ che è una forzatura pubblicitaria l’accostamento critico allo statunitense Philip Roth al quale Cappelli deve l’improvvisa popolarità letteraria degli ultimi anni, ma Marino Moretti che c’entra?
Forse è che la provincia è la stessa ad ogni stagione e latitudine e Cesena vale Potenza d’estate e d’inverno. Ma che c’entra il languore intimistico e crepuscolare del giovanissimo Moretti con gli slanci vitalistici e il romanticismo erotico dei eroi di Cappelli? Proiettati, per di più, sull’asse verticale provincia-metropoli, per esempio Pietragalla-New York. E poi, dov’è in Moretti la sulfurea ironia di Cappelli? La letteratura è fatta di dettagli: i sentimenti sono sempre gli stessi, cambia il modo in cui vengono raccontati. I particolari fanno la differenza.
La verità, però, è anche un’altra. Un racconto è uno sguardo sul mondo. La verità di un racconto è negli occhi di chi guarda, e scrive. C’è una tenerezza più profonda dello sguardo del fratello Marino Moretti nei confronti della sorella? «Tu mi sorridi. Io sono triste. E forse /
triste è per te la pioggia cittadina, /
il nuovo amore che non ti soccorse,
/
il sogno che non ti avvizzì, sorella
/ che guardi me con occhio che s’ostina /
a dirmi bella la tua vita, bella,
/
bella!…»
Ed è forse diversa o c’è tenerezza maggiore di questa? Da Tre mestieri sentimentali, pubblicato per la prima volta nel ’96 in Errori (Mondadori). «Ho incontrato una mia compagna del liceo qualche tempo fa. Mi ha detto: “Non so, ma da te m’aspettavo qualcosaltro”. Ci ho pensato, mentre le rispondevo che non era poi così male, e mi sono detto anch’io che da me m’aspettavo qualcosaltro che non andare tutti i giorni in un paese merdoso, a sentirmi le stronzate dei colleghi in macchina, il tanfo degli scolari ammassati in un’aula con le pareti grigie, le luci al neon sempre accese. Dovevo pensarci prima, ma quando mi sono iscritto all’università nessuno si sognava di pensare a dopo.»
Sempre Massimo, da Tre mestieri sentimentali. Gli è morto il cane, unico compagno della sua solitudine. «Avevo sempre pensato di seppellirlo nel bosco dove io e la mia ex lo portavamo quando era poco più che un cucciolo. Poi mi sono detto che ci voleva una pala, e dove la trovavo. È così che funziona la mia vita. Ho sempre delle idee grandi, romantiche e poi… l’ho imbustato dentro un sacco della nettezza urbana e l’ho portato all’inceneritore.»
C’è un’umanità profonda nei racconti di Gaetano Cappelli come in ogni pagina di vera letteratura. Tale e tanta è questa umanità che in diverse storie la fantasia dell’autore non s’arrende ai dolori del tradimento amoroso e del fallimento generazionale, due standard della sua scrittura. Non di rado, quindi, Cappelli fa al lettore l’inatteso dono di un lieto fine, fieramente rivendicato con queste parole conclusive di Salvati, dall’antologia Disertori del 2000: «Sì, è proprio un lieto fine. (Che c’è non vi basta il dolore del mondo?)».
Sì, ci basta. E allora, almeno per questo scorcio di domenica, via Moretti e avanti tutta con la lettura delle Canzoni della giovinezza perduta di Gaetano Cappelli. Solo così la tristezza di questa domenica si risolverà in un sorriso e chi è solo potrà godere la sua solitudine sentendosi speciale, come il protagonista del racconto che dà il titolo al libro.

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