La battuta perfetta

Carlo D’Amicis La battuta perfetta
Minimum fax (pagg. 363, € 15,00)

Recensione di Michele Trecca


La battuta perfetta
, nuovo romanzo di Carlo D’Amicis, è una lunga lettera di un figlio al padre. Un atto d’accusa: brillante, acuto, serrato, straziante. Definitivo. La liquidazione di un mondo. La televisione con i suoi cambiamenti è nel romanzo di D’Amicis (romano d’origini pugliesi con, tuttora, un forte radicamento nella nostra regione) lo spartiacque fra due età: l’Italia prima e dopo l’avvento delle reti commerciali.
Il padre, Filippo Spinato, è funzionario della televisione di Bernabei. Il figlio, Canio, pubblicitario e giullare alla corte di re Silvio. Spente le lucciole (Pasolini è un riferimento importante nel testo), spuntate le antenne: una rivoluzione antropologica. La fine dell’età dei padri: «Ma i lividi che lasci sul mio volto sono niente in confronto a quelli che mi anneriscono l’anima quando penso a come sia difficile, forse impossibile nella nostra stirpe, essere ‘sta cosa (vuota, eppure così pesante) che ci ostiniamo a chiamare padre». C’erano una volta lettere di padri o genitori ai propri figli o eredi o adolescenti per spiegare loro il razzismo e l’Islam (Ben Jelloun), la politica e la morale (Savater), l’ebraismo (Lowenthal), la Resistenza (Andrea Cavaglion, L’Ancora del Mediterraneo), la droga (Andreoli) o, semplicemente, chi era Moby Dick o i Beatles e i Rolling Stones (Roberto Cotroneo e gli Stadio). Era il ciclo naturale delle stagioni: l’esperienza al servizio della giovinezza nella convinzione o illusione della storia come progresso. Al di là degli esempi spiccioli appena fatti, capolavoro letterario assoluto in questo senso (per la complessità dei sentimenti e del punto di vista dell’io narrante) è Le memorie di Adriano (1951) della Yourcenar. Il grande imperatore consapevole della fine imminente lascia il proprio testamento spirituale in forma di lettera al diciassettenne Marco che gli succederà al trono (il futuro Marc’Aurelio). La vita dei padri maestra di quella dei figli. Un tempo. Ora non più. Non nel romanzo di D’Amicis. Rivolte generazionali ce ne sono sempre state (nella letteratura e nella realtà) ma nel segno d’Edipo, che inconsapevolmente ma di fatto uccide il padre per prenderne il posto nel letto della madre. Finite le magnifiche sorti e progressive, i padri non possono più garantire e nemmeno promettere ai propri figli un futuro migliore del loro. Anzi, questi ultimi dovranno sforzarsi di sopravvivere ai danni lasciatigli in eredità. «Chiamiamo progresso lo sforzo di far piazza pulita degli effetti tossici del progresso di ieri» (Bauman). Canio lotta contro i guasti provocati dal padre Filippo, suo figlio Silvio contro i suoi. È una corsa al ribasso che somiglia ad un precipizio. Sia economico sia morale. Filippo Spinato è bigotto e moralista. Tante certezze, altrettanta ipocrisia e fragilità. Accecato dall’idea della funzione pedagogica della Rai degli anni Cinquanta e Sessanta, va a Roma e lascia moglie e figlio alla deriva a Matera. Vuole redimere il mondo, quasi impartendo il catechismo dagli schermi, ma non è capace di affetto per i propri cari. Per loro, nemmeno un sorriso o una carezza. Per gli altri, proclami, anacronistici. Costringe la moglie a tradirlo, svilendone l’amore. Colleziona figuracce. Canio, invece, ha nel Dna lo spettacolo. Gli piace piacere. Sa che essere bravo non serve a nulla se non c’è qualcuno che applauda. Pensa che nella vita come nel sesso basta «una leggera sfumatura per confondere il piacere e l’angoscia» e che una battuta può fare la differenza fra «il sublime e il barbaro». Il suo verbo sono le battute. Le sue donne le prostitute: un pubblico che applaude, basta pagare. Canio non è meglio di Filippo, né Silvio di loro.

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