Gli anni nascosti

 

Piernicola Silvis
Cairo editore

(pagg. 322, €17.00)

Recensione di Michele Trecca

La storia non si fa con i se e i ma, i film sì, e anche i romanzi. E se per esempio non fosse stata una semplice coincidenza cronologica il concomitante crollo di Muro di Berlino, servizi segreti dell’Est, Democrazia cristiana e, quindi, Prima repubblica? Gli anni nascosti di Piernicola Silvis comincia con una domanda così. Il poliziotto-scrittore d’origine foggiana ha immaginato, infatti, che la Stasi – il servizio segreto della Repubblica democratica tedesca o DDR – nel ’46 abbia infiltrato sotto copertura profonda un proprio agente nel vecchio partito dello scudo crociato e che questi – fortemente motivato, molto in gamba e ben sostenuto finanziariamente – sia poi arrivato ai vertici istituzionali del nostro Paese.

Gli anni nascosti è un appassionante backstage o sguardo dietro le quinte della lotta fra le due superpotenze che per tutta la seconda metà del secolo scorso ha lacerato l’Italia e l’Occidente. Lo leggi e ti sembra di vedere quella “materia oscura” che sappiamo esistere – nella nostra storia recente come nell’universo – ma che, in un caso e nell’altro, nessuno sa quanta sia, dove sia e cosa sia.
Il romanzo comincia con la crisi di Sigonella dell’ottobre ’85. In quell’occasione il governo italiano si rifiutò di consegnare ai militari americani della Delta force i terroristi palestinesi che qualche giorno prima avevano sequestrato la nave da crociera Achille Lauro e giustiziato il cittadino statunitense d’origine ebrea Leon Klinghoffer, paralizzato su una sedia a rotelle, ammazzato e buttato in mare.
Piernicola Silvis immagina che quel “cedimento” ai palestinesi abbia innescato un tentativo di colpo di stato da parte d’una composita cupola d’oltranzisti filoamericani da tempo attiva ai massimi livelli militari, politici, economici e giornalistici. Il romanzo è, quindi, una partita politica ad alta tensione fra il Capo di stato maggiore golpista, generale Olivadi e l’onorevole, poi Presidente del consiglio, Nicola Maestri, agente della Stasi. Da una parte l’ossessione dell’ordine e della patria; dall’altra un’accezione radicale del cristianesimo sociale. Fra i due, la variabile impazzita Antonio Lami, l’agente segreto italiano che lotta in proprio per la difesa della democrazia. Antonio Lami è l’eroe borghese o milite ignoto, come i due poliziotti (“vittime del dovere”, Alessandro Fui e Loris Giazzon), a cui è dedicato il romanzo.
De Gli anni nascosti poco importa la verità storica dei fatti, quello che conta è la loro tenuta romanzesca e, quindi, l’arricchimento o addirittura il capovolgimento di prospettive consolidate. Dice Milan Kundera: il romanzo sarà morto quando si limiterà a ribadire l’esistente, la sua ragione d’essere è la passione della conoscenza. Gli anni nascosti di Piernicola Silvis esplora, dunque, l’inedita e sconvolgente ipotesi secondo cui «il regime democristiano sarebbe nato dal blocco sovietico e che, finito l’uno, è finito anche l’altro». Ci saranno sicuramente voyeur che cercheranno il “vero volto” di Nicola Maestri o puristi a cui daranno fastidio certi esercizi d’immaginazione come, per esempio, l’idea di un Sessantotto (almeno in parte) manovrato dall’Est. Gli anni nascosti è una rivincita della libertà della letteratura sulla rigidità delle ideologie e la miopia della politica.
La credibilità narrativa del thriller politico di Silvis – primo dirigente della Polizia di Stato, per anni in Veneto, ora nella Marche – è data da due elementi in particolare. Prima di tutto la perfetta commistione fra finzione romanzesca e realtà storica: dal referendum fra monarchia e repubblica ai tentativi di colpo di stato degli anni Sessanta, a Gladio e Tangentopoli. C’è poi da dire che Silvis procede con i modi bruschi del poliziotto che nulla concede a fronzoli vari, causidici e letterari, ma avanza nella pagina con la stessa determinazione che in un’operazione sul campo. Tagli di situazioni e personaggi puntano a valorizzare l’energia dell’azione. I dialoghi, per esempio, sembrano intercettazioni.
La controstoria d’Italia, che tanta letteratura da tempo sta scrivendo, con Gli anni nascosti di Piernicola Silvis s’è arricchita d’un nuovo capitolo ma a scriverlo non è stato un magistrato, un avvocato, uno storico o un militante. È stato un poliziotto che viene da Foggia. Come dire: ecco s’avanza uno strano scrittore. Ne farà di strada: pistola in pugno. Pardon: penna.

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